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Tag: primarie pd



Matteo_Renzi_2Ai tempi della vittoria alle primarie del 2013 contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati, quando Matteo Renzi stava “costruendo” la sua prima segreteria, i fedelissimi ripetevano all’unisono: “Da chi sarà composta? Luca Lotti e gli altri”. Oggi il “braccio ambidestro” del nuovo-vecchio segretario è al Governo: ministro dello Sport con delega all’Editoria. Così la certezza della nuova squadra che sarà annunciata dall’ex premier nei prossimi giorni porta il nome di Maurizio Martina. Pur non essendo un “renziano” della prima ora, l’ex premier lo ha scelto come suo secondo nel ticket per le primarie. Superfluo dire che sarà il vice-segretario, pur senza mollare la poltrona di ministro dell’Agricoltura. E gli altri? In queste ore le ipotesi si rincorrono e nessuno vuole scoprire le carte.

La volta buona – Ma oltre a Martina qualche certezza c’è. Il ruolo di responsabile organizzazione – per esempio – sarà affidato ad Andrea Rossi, 40enne emiliano-romagnolo braccio destro del presidente Stefano Bonaccini. Il suo nome circola da diversi mesi, cioè da quando Renzi aveva manifestano l’intenzione di operare un “rimpasto” della segreteria uscente che poi, causa la sconfitta al referendum, non c’è mai stato. Ora però per lui sembra essere “la volta buona”, per dirla col leader dem. In squadra dovrebbe poi essere confermato un altro fedelissimo, Matteo Ricci, che oltre al ruolo di vicepresidente del partito da ottobre 2016 ricopre pure quello di responsabile Enti locali. Fra le new entry, uno dei nomi dati per certo è quello della viceministra dello Sviluppo economico, Teresa Bellanova.

Le trattative – In segreteria dovrebbero poi trovare spazio anche Chiara Gribaudo, deputata torinese molto attenta ai temi del lavoro e dei diritti civili che alle primarie ha sostenuto l’ex premier, e l’ex lettiana Anna Ascani. Ci saranno Matteo Richetti (portavoce della mozione congressuale), l’economista Tommaso Nannicini e l’imprescindibile Lorenzo Guerini. Così come alcuni sindaci. I nomi che circolano con insistenza sono quelli di Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Davide Galimberti (Varese) e Dimitri Russo, primo cittadino di Castel Volturno (Caserta), città che Renzi visiterà prossimamente. Nell’ottica di “una squadra plurale e unitaria”, per dirla con Martina, dovrebbero poi fare il loro ingresso figure vicine ad Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ma è ancora presto per sapere chi.

Articolo scritto il 4 maggio 2017 con Stefano Iannaccone per La Notizia






Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia






Sergio_StainoSergio Staino non è uno abituato a disertare appuntamenti così importanti. Ecco perché domani l’ex direttore de l’Unità, vignettista e “papà” di Bobo, sarà fra coloro che sceglieranno il nuovo segretario del Pd. Nonostante una disaffezione generalizzata per le primarie, alle quali dovrebbero partecipare, dicono i sondaggi, circa la metà di iscritti e simpatizzanti del 2013. “Voterò per Andrea Orlando perché credo che un suo buon risultato possa contribuire a riunire il Centrosinistra, un lavoro che Matteo Renzi ha più difficoltà a realizzare”, spiega Staino a La Notizia.

Il rapporto fra voi due non è mai stato idilliaco…
Ha avuto degli alti e dei bassi, lo chiamerei dialettico, com’è giusto che sia all’interno di un partito di tante anime. Al di là delle questioni personali, è indubbio che l’ex sindaco di Firenze abbia la vittoria in tasca. Mi piacerebbe che dopo queste primarie Renzi si convincesse a svolgere un lavoro collegiale, senza continuare a fare di testa sua, com’è successo finora. Il Pd deve rispettare tante anime, non una sola.

In questo, secondo lei, “Matteo” va rimandato senza appello.
Direi proprio di sì. Se vittoria sarà, mi auguro sia “temperata”: Renzi deve seguire i consigli di chi ne sa più di lui, guardarsi intorno, senza ripetere esperienze come quella de l’Unità, per esempio. Ci ha ignorati fin dall’inizio, non è stato piacevole…

Perché il Guardasigilli e non Emiliano? Anche lui vuole tagliare i ponti con l’esperienza dell’ex premier.
Non lo prendo neanche in considerazione. Gliel’ho detto anche a quattr’occhi: fin quando sarà ufficialmente membro della magistratura non lo vedrò come un uomo politico. La sua peraltro è una linea avventurista, superficiale e contraddittoria: francamente, spero che prenda pochi voti.

Queste potrebbero essere le primarie che segneranno la fine del Pd?
Non lo so, di sicuro c’è che la sinistra italiana è in una crisi profondissima e senza un leader. L’abbandono di una filosofia politica storicamente consolidata si è profondamente perduta lasciando spazio alla superficialità tipica del mondo globale e virtuale. Non c’è più nessuno che studia.

Nemmeno Renzi?
Nemmeno lui. Avrebbe dovuto imparare da grandi vecchi come Macaluso, Masullo, Vega. Invece ha dimostrato tanta superficialità: la politica è molto più dura e profonda.

Ieri, sul Corriere, Pagnoncelli ha scritto che queste primarie sembrano “più un processo di legittimazione del leader che un laboratorio di nuove idee”. Condivide?
Sono d’accordissimo.

Quindi il Pd sta diventando un partito personale?
Sta diventando sicuramente quello che Veltroni non voleva che fosse, cioè una forza fondata sul corpo del leader. L’errore più grande commesso da Renzi è stato quello di aver dissolto il Pd. La “botta” più forte che ha preso, cioè la sconfitta al referendum, è stata figlia dell’assenza del partito sul territorio. Oggi rivolgersi ai contesti locali con una piattaforma che si chiama “Bob” vuol dire aver capito poco…

Domani ai gazebo dovrebbe andare circa la metà di coloro che votarono nel 2013. Pesa la scissione di Mdp?
Conterà tanto, anche perché Bersani e D’Alema gettano sfiducia. Una sensazione che certe mattine coinvolge anche me, ma poi mi ricordo di essere schiavo della parola di Gramsci.

Renzi intanto ha chiuso loro le porte in ottica alleanze post-voto.
Il Pd, al di là di chi lo guiderà, dovrà cercare di stringere alleanze, possibilmente senza andare contro natura. Credo però che quella con Mdp sia un’esperienza chiusa: dopo le accuse con cui sono andati via meglio lasciarsi dove stanno, complice pure lo scarso numero di seguaci che hanno. Guarderei piuttosto a Pisapia e a Sinistra Italiana.

E se alla fine, invece, l’alleanza il Pd la facesse con Berlusconi?
In condizioni eccezionali, a difesa della democrazia possono crearsi alleanze eccezionali. Un patto con Berlusconi per arginare l’avanzata del grillismo va messo in conto. Vedremo, mi auguro che non ce ne sia bisogno.

Tornerà a dirigere l’Unità?
Al momento non ci sono le condizioni: esiste un coacervo di problematiche e la totale assenza di volontà politica di superarle. Mi sono dimesso per questo. Aspettiamo il risultato delle primarie, ma se Renzi resterà in sella non so quanto gli interesserà de l’Unità.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 aprile 2017 per La Notizia






Obbligatorie o facoltative. Oppure sul modello Usa. Con sanzioni per i brogli. Sono le idee dei partiti. Che giacciono in Aula. Così per le Comunali è caos.

l43-primarie-160316142535_mediumStai a vedere che alla fine aveva ragione Massimo D’Alema.
«Così le Primarie hanno perso ogni credibilità, sono manipolate da gruppetti di potere, sono diventate un gioco per falsificare e gonfiare dati», ha scandito l’ex premier nel corso dell’ormai celebre intervista rilasciata al Corriere della sera giovedì 10 marzo.
Per questo «bisogna scrivere nuove regole e intanto rispettare quelle che già ci sono».
Un messaggio chiaro inviato a chi, in passato, aveva addirittura ragionato sulla possibilità di mettere la parola «fine» all’uso di questo strumento.
A cominciare dal suo “acerrimo nemico”: Matteo Renzi.
PROBLEMA BIPARTISAN. Al contrario, però, c’è chi vorrebbe regolamentare le primarie per legge. Sia a sinistra sia a destra.
Magari per evitare il ripetersi di casi come quelli di Napoli e Roma, dove restano forti le polemiche che sono seguite alle consultazioni del Partito democratico, tra fantasmi di voti comprati e schede bianche gonfiate per ritoccare al rialzo l’affluenza.
O le schermaglie che hanno anticipato le “gazebarie” che si sono svolte nella Capitale e che non hanno evitato la candidatura della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, contro Guido Bertolaso.
PROPOSTE FERME AL PALO. Un problema c’è, è evidente.
Che fare? Approvare finalmente un provvedimento che fissi dei paletti chiari sulle Primarie, a oggi “patrimonio” esclusivo del partito del segretario-premier?
Difficile rispondere: è una questione di volontà e opportunità politica. Ma qualcuno comunque ci prova.
Vedere per credere le proposte di legge (pdl) ferme in parlamento – sette in tutto quelle depositate dal 2013 – sul tema in questione.
Due portano la firma di deputati del Pd non proprio filo-renziani: il “lettiano” Marco Meloni e la “prodiana” Sandra Zampa.   

Primarie obbligatorie o facoltative? La doppia visione del Pd

Con la sua proposta, Meloni chiede che le primarie vengano svolte sia per la selezione dei candidati territoriali (sindaci, governatori di Regione eccetera) sia per quelli nazionali (presidente del Consiglio e parlamentari).
Che siano inoltre «gratuite, pubbliche e statali» e che si svolgano «in un solo giorno» entro due mesi prima della data di presentazione delle liste.
Potranno parteciparvi «i cittadini iscritti nelle liste elettorali», ma anche gli elettori «previa iscrizione in un apposito registro» che sarà istituito presso il ministero dell’Interno: chi ha la tessera di partito ne fa automaticamente parte.
PALLA AL GOVERNO. La Zampa ha invece inserito la questione-Primarie all’interno di una pdl più ampia, riguardante la disciplina dei partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.
Il governo sarà delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, «un decreto legislativo per la disciplina, in ciascun collegio plurinominale, dello svolgimento di elezioni primarie per la designazione dei candidati da parte degli elettori del collegio».
Stavolta «le Primarie non vengono rese obbligatorie per legge»: ciascun partito potrà decidere se svolgerle o meno.
BROGLI? STOP AI BENEFICI FISCALI. Con la sua proposta anche Eugenia Roccella, esponente di Idea (il movimento di Gaetano Quagliariello), ha pensato a primarie facoltative.
Per la deputata le consultazioni, che serviranno per scegliere sindaci, presidenti di Regione e parlamentari, dovranno celebrarsi entro il 60esimo giorno prima delle elezioni.
Potranno parteciparvi gli iscritti al partito più i sostenitori (purché registrati). In caso di brogli, il partito rischia di perdere i benefici fiscali previsti dalle legge: a vigilare sugli elenchi degli aventi diritto al voto sarà il tribunale competente per territorio.
PER L’IDV SERVONO ALMENO 10 EURO. Altra proposta depositata alla Camera è quella di Nello Formisano (Italia dei valori).
Per il quale possono indire le primarie tutti i partiti, i movimenti o le coalizioni che abbiano almeno un deputato, un senatore, un membro del parlamento europeo o 10 consiglieri regionali.
La registrazione nelle liste per prendervi parte «avviene con una dichiarazione di condivisione dei programmi» da parte dell’elettore, che dovrà «versare un contributo di 10 euro per i costi di organizzazione», destinati «per l’80% al Comune di residenza dell’elettore e per il 20% al partito».

L’idea dei fittiani a Montecitorio: “libertarie” sul modello Usa

Rocco Palese (Conservatori e riformisti) propone invece una soluzione totalmente diversa: “libertarie” obbligatorie sul modello americano.
Le quali consistono in «una sequenza di elezioni primarie regionali» (dette «giro d’Italia»), che «determinano il numero di delegati che sostengono i candidati alla nomina», seguite dalla convention dei delegati stessi.
Tre le versioni previste: standard (16 tappe quando la legislatura ha scadenza naturale), accelerata (7 tappe e la convention) e semi-accelerata, se lo scioglimento anticipato ha luogo a più di 4 anni e 4 mesi dalle elezioni.
CARTA CANTA. Pierpaolo Vargiu (Scelta civica) ha invece depositato un testo che punta a modificare l’articolo 49 della Costituzione, dando così «pieno riconoscimento a diversi princìpi ispiratori del funzionamento dei partiti politici rimasti a lungo non esplicitati».
Fra cui, appunto, le Primarie. «Non si discutono naturalmente in questa sede le modalità di disciplina delle elezioni primarie, da regolare con legge ordinaria, andando oltre la fase sperimentale e volontaria promossa da alcuni partiti politici», spiega però la relazione che accompagna la pdl. Insomma: poi si vedrà.
LARGO AI PROBIVIRI. Infine c’è la proposta di Guglielmo Vaccaro, referente parlamentare di Italia unica, il movimento di Corrado Passera.
Anche stavolta le primarie sono facoltative: possono parteciparvi direttamente i tesserati al partito, mentre i sostenitori devono iscriversi in un apposito registro.
È «vietato» prendere parte a elezioni «organizzate da due o più partiti o coalizioni» in occasione della «medesima scadenza elettorale».
Il partito provvederà alla nomina di commissioni territoriali: il collegio dei probiviri deciderà su eventuali ricorsi riguardanti candidature e risultati.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 17 marzo 2016 per Lettera43.it)






Il leader di Possibile punta il dito contro Sel: “Posizione incomprensibile, la sconfitta era assicurata”. E chiude sull’ipotesi di una sua candidatura a sindaco del capoluogo lombardo: “Serve un candidato civico, no a scelte calate dall’alto”. Ma in ballo c’è anche Roma: “Fassina farebbe bene a ritirarsi? Non spetta a me dirlo, ma si dovrebbe trovare un nome che rappresenti tutti quanti”

civati_675Il messaggio è chiaro. “Per mesi mi hanno dato del ‘pirla’, oggi molti mi dicono ‘avevi ragione’ – dice Giuseppe Civati ailfattoquotidiano.it –. Meglio tardi che mai…”. Il deputato ex Partito democratico, oggi leader di Possibilenon nasconde l’amarezza per come sono andate le primarie dem per la candidatura a sindaco di Milano. “L’ennesima prova del fatto che il centrosinistra si è ormai totalmente spostato al centro – attacca –. Peccato che qualcuno non lo abbia capito prima”. Quel “qualcuno”, manco a dirlo, sono i ‘compagni’ di Sinistra Ecologia Libertà (Sel). Che nel capoluogo lombardo hanno dapprima sostenuto Francesca Balzani (vice del sindaco uscente Giuliano Pisapia, suo main sponsor) salvo poi, a sconfitta acclarata, paventare l’ipotesi di una candidatura alternativa a quella dell’ex amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala. Il nome? Qualcuno ha addirittura tirato in ballo l’ipotesi-Civati.

Insomma, onorevole Civati, si candida a sindaco di Milano?
No, per una ragione molto semplice.

E cioè?
Sono contrario alla logica dei soggetti calati dall’alto. Personalmente, credo che serva un candidato ‘civico’ e non politico. Per cercare di mettere in difficoltà Sala, a Milano la sinistra deve trovare una sintesi costruendo un progetto politico ampio. Anzi: a dire la verità avremmo già dovuto costruirlo. Qualcuno però ha preferito fare di testa propria con i risultati che conosciamo. Per mesi mi hanno dato del ‘pirla’, oggi molti mi dicono che avevo ragione. Meglio tardi che mai…

Si riferisce a Sel?
La loro è una posizione che ho faticato a comprendere e che tutt’ora non condivido. Speriamo solo che quanto è accaduto a Milano sia da esempio.

La sua amarezza è tangibile.
Le primarie dello scorso fine settimana hanno dimostrato che ormai quello di Renzi è un partito di centro che ha poco a che fare con le proprie origini. Al contrario, a sinistra c’è un elettorato privo di rappresentanza che chiede attenzioni. Pisapia, Balzani, Majorino e la stessa Sel avrebbero fatto bene a capirlo invece di andare incontro ad una sicura sconfitta.

Sta dicendo che con il partito di Vendola i rapporti sono chiusi? Fassina ha aperto all’ipotesi di un ticket con Ignazio Marino in vista delle comunali di Roma.
Sono contento che Stefano la pensi così. Ma anche in questo caso siamo un tantino in ritardo.

Dunque, Fassina farebbe bene a fare un passo indietro, magari lasciando spazio al sindaco uscente o addirittura all’ex ministro Massimo Bray?
Non spetta a me dire cosa Fassina deve o non deve fare. Per ora, la sua candidatura non esclude sia quella di Marino sia quella di Bray. Ma si dovrebbe trovare un nome che rappresenti tutti quanti. A Roma, dove, come per Milano, la richiesta di rappresentanza è elevata, Possibile sta promuovendo un lavoro collettivo con tutti i soggetti interessati a portarlo avanti. Io sono per presentarci tutti insieme, loro non lo so.

A Napoli, invece, sia Possibile che Sel appoggeranno la ricandidatura di Luigi De Magistris.
Sì. Nei prossimi giorni ci incontreremo con il sindaco per definire gli ultimi dettagli.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 9 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)






L’ex ministro della Difesa critico nei confronti di Renzi. “Bisogna mettere fine alle voci sulla loro possibile eliminazione”. Marino e Bassolino candidati? “Devono decidere i cittadini”. Il co-fondatore del Pd contrario al partito della Nazione: “La sua formazione metterebbe a rischio la democrazia”

parisi675C’è “il tentativo ripetuto di fare le primarie ma anche di non farle, trasformandole nella conferma pubblica di una decisione già presa in privato”. E ancora: “Un cambiamento ad hoc delle regole dimostrerebbe che i nuovi riescono a vincere solo con i vecchi trucchi”. Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del secondo governo Prodi ma, soprattutto, tra i fondatori del Partito democratico (Pd), commenta così, ailfattoquotidiano.it, le voci che negli ultimi giorni si sono susseguite a proposito della possibilità, da parte della segreteria dem, di vietare a Ignazio Marino (Roma) e Antonio Bassolino(Napoli) di candidarsi alle primarie del centrosinistra in vista delle comunali del 2016. “Il giudizio finale spetta ai cittadini – aggiunge –. Nella mia idea di democrazia chi ha qualcosa da dire deve dirla senza chiedere il permesso né accettare divieti”.

Professore, nonostante le smentite di rito c’è stato un momento nel quale si è pensato che alle primarie di coalizione del centrosinistra a Napoli avrebbe potuto partecipare anche Ncd. Lei, “padre” proprio delle primarie in Italia, se lo sarebbe mai aspettato?
Non è una novità. Quanto è accaduto porta ad evidenziare un’interpretazione distorta della democrazia maggioritaria. L’idea è che, pur di vincere, si possa mettere insieme tutto e il contrario di tutto, dimenticando che la democrazia stessa ha come fine il governo e non la semplice vittoria elettorale. Peraltro, fu questa l’accusa che fin dall’inizio proprio noi rivolgemmo a Berlusconi, alle sue coalizioni improvvisate solo grazie ai suoi mezzi e ai suoi media. E allo stesso tempo fu questo il fondamento di quella scommessa che chiamammo Ulivo.

Ma allora che cosa bisognerebbe fare?
A livello locale, dove la competizione è ancora fra coalizioni, c’è la necessità di mettere in campo un’alternativa migliore, formata da più partiti, capace non solo di vincere ma di governare. Costruita attraverso una lunga fatica alla luce del sole. Basata su un programma comune e addirittura sul progetto di un’Italia diversa. Un progetto che tenga nel tempo.

“Un progetto comune”, dice lei. Ma recentemente la vice segretaria dem Debora Serracchiani ha ipotizzato il varo di una norma interna al Pd per escludere dalle primarie Ignazio Marino e Antonio Bassolino. Poi c’è stato il dietrofront. Un bel pasticcio…
Mi sembra che pasticcio sia la parola esatta. Spero veramente che il tempo della moratoria proposta da Renzi serva a una riflessione, e non solo a un rinvio del problema.

Sentendola parlare pare di capire che il meccanismo si sia inceppato. Sbaglio?
La verità è che i nodi, annodati di volta in volta, hanno una sola origine: il tentativo ripetuto, non solo la tentazione, di fare le primarie ma anche di non farle, trasformandole nella conferma pubblica di una decisione già presa in privato.

Le sue sono parole forti. Anche perché più volte si è vociferato proprio sul fatto che Renzi non sia così propenso a continuare a farle. Ma allora le primarie andrebbero eliminate del tutto o, al contrario, regolate per legge?
La seconda è una meta che non possiamo smettere di perseguire, ma che tuttavia è ancora lontana. Quanto all’eliminazione, potrei dire: ci provino.

Addirittura?
Mi accontenterei che almeno Renzi e il Pd, che delle primarie sono figli e padri, mettessero fine a questa voce che gira da molti mesi. Troppi per un partito che delle primarie ha fatto il suo mito fondativo. E troppi per un leader che più di ogni altro, proprio alle primarie deve tutto intero il suo percorso politico. È per questo che continuo a non credere a queste voci.

Non sarà che il segretario-premier ha paura che, a Napoli, un’eventuale vittoria di Bassolino metterebbe la parola “fine” sulla rottamazione? Con De Luca è successa la stessa cosa…
Diciamo più che altro che andrebbe incontro ad una battuta d’arresto se la rottamazione fosse solo un nuovo nome per definire la banale necessità di avvicendamento tra leve del personale politico. Sarebbe invece una vera sconfitta se la rottamazione fosse un cambiamento non tanto dei politici ma delle forme politiche. Un cambiamento ad hoc delle regole dimostrerebbe che i nuovi riescono a vincere solo con i vecchi trucchi.

A proposito dell’ex sindaco del capoluogo campano: farebbe comunque bene a candidarsi?
Se ha alzato la mano, vuol dire che pensa di avere per il futuro di Napoli una proposta che altri non hanno ancora avanzato. Ora se questi altri ci sono è il momento che parlino: poi il giudizio finale spetta ai cittadini.

Capitolo Ignazio Marino: per lei dovrebbe presentarsi alle primarie del centrosinistra a Roma?
Questa è una domanda che solo Marino può rivolgere alla sua coscienza. Nella mia idea di democrazia chi ha qualcosa da dire deve dirla senza chiedere il permesso né accettare divieti.

Detto ciò, come giudica il modo in cui lo stesso Marino è stato fatto decadere da sindaco della Capitale proprio per mano del Pd?
È un episodio che vorrei dimenticare. Una gara a chi sbaglia di più. Come dicono a Bologna: una gara dura. Vinta purtroppo da Marino, anche se con l’aiuto di troppi.

Oggi, con una lettera al “Fatto”, Franco Monaco la chiama in causa e scrive di una “manifesta deriva centrista del Pd”. Si parla molto, negli ultimi mesi, di “partito della Nazione”. È in quella direzione che sta andando il Partito democratico?
A parte il fatto che la deriva centrista richiederebbe un discorso più lungo, sul “partito della Nazione” Monaco e tutti gli altri che, a cominciare da Veltroni, hanno levato la loro voce, hanno ragioni da vendere. All’inizio l’avevo intesa come l’ambizione del partito di rivolgere la propria proposta a tutti i cittadini, certo senza alcuna distinzione pregiudiziale.

E invece?
Pur preferendo per la nostra parte, nel caso, la definizione di “partito della Repubblica”, nella mia idea di politica una democrazia che non dispone di almeno due partiti della Nazione, cioè due forze in contrapposizione fra loro, è una democrazia a rischio. Il passaggio da un unico partito della Nazione al partito unico della Nazione è sempre in agguato: il modo con il quale la formula è stata finora declinata nella comunicazione e nella prassi, a questo punto, la rende indifendibile. Prima viene abbandonata e meglio è.

Sempre Monaco aggiunge che “tra il ‘nome’ Pd e la ‘cosa’ da noi intensamente voluta si è aperto un fossato che mi pare incolmabile”. È davvero così?
È una denuncia che Monaco va ormai sporgendo da tempo e in molti punti è fondata. Diverso è invece il mio giudizio sulla proposta politica che da questa denuncia Monaco fa derivare, una proposta che avevo considerato finora una provocazione appassionata, ma che sento ora invece come un progetto politico.

Che tipo di progetto politico?
L’idea di una separazione consensuale e amichevole del Pd tra centro e sinistra per poi ritrovarsi in un centro-sinistra di nuovo separato da un bel trattino.

Considera anche lei inevitabile una scissione?
Quella che non vedo è una scissione consensuale. O fuori o dentro.

E allora come dar seguito al disagio di Monaco verso quello che lui definisce un “fossato incolmabile”?
Per chi, dentro il Pd, non è contento di come vanno le cose, cioè della linea che legittimamente Monaco contesta, non vedo alternative ad una battaglia interna. La quale, muovendo da una opposizione nitida e riconoscibile, punti alla conquista della guida del partito e, grazie alla difesa delle primarie, alla guida dell’intero campo di centrosinistra.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 28 novembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)






ilConfrontoPDAi punti, il confronto fra i candidati alla segreteria del Pd andato in onda su Sky Tg24 lo ha vinto Giuseppe Civati. Parere strettamente personale, sia chiaro, che deriva dal fatto di aver visto un candidato che ha parlato con un linguaggio «di sinistra» agli elettori di un partito che tale è o dovrebbe essere, visto che ogni tanto, dalle parti del Nazareno, se lo dimenticano.

LE PAGELLE:

MATTEO RENZI 7. Telegenico è telegenico, ma soffre quando il ritmo è quello imposto dalle regole concordate per un confronto “all’americana”. Solitamente va a briglia sciolta e sotto pressione, in certi casi, fatica a trovare la sintesi. Punta a non strafare e ripete come un mantra che lui si candida alla guida del Pd per «cambiare l’Italia». Bene sulla patrimoniale («prima sia la politica a dare il buon esempio», Civati lo segue a ruota), ottima l’idea di parlare a «Francesca» quando si affronta la questione femminile. Sui matrimoni gay è molto di centro – quasi di destra – e molto poco di sinistra. Ci ha dato una notizia: gli hanno fregato la bicicletta. Questo ancora non lo sapevamo.

GIANNI CUPERLO 7.5. È l’intellettuale del gruppo che pure, con un atteggiamento un po’ troppo cattedratico e statico, non scalda i cuori degli internauti (stasera, ahilui, le primarie sono andate in scena sul web ed è arrivato ultimo in quasi tutti i sondaggi che sono stati aperti). Sfora spesso il tempo a sua disposizione e sembra sempre aver lasciato il concetto a metà. È quello che dà il voto più alto al governo Letta («più che sufficiente», Renzi si era limitato alla semplice sufficienza mentre Civati è per l’immediato ritorno alle urne) nonché l’unico favorevole – senza se e senza ma – alla patrimoniale. Cosciente di dover rimontare, ha giocato all’attacco facendo meglio del sindaco di Firenze. P.S. Non gira col “macchinone” (ha una classe A del 1998 e una Vespa nera) e ha un cane di nome «Floyd».

GIUSEPPE CIVATI 8.5. Ha vinto lui per un motivo abbastanza semplice, quasi banale: dice cose «di sinistra» («Dobbiamo essere meno moderati e più radicali» è la sintesi perfetta del suo pensiero). Il governo Letta? Bocciato «per colpa dell’impianto». Le unioni gay? «Sono per la totale uguaglianza, sono per i matrimoni egualitari. Voglio che il Pd faccia una discussione aperta, non voglio reticenze e imbarazzi». Ed è favorevole ad affidi e adozioni. Fra i tre è il più sciolto (anche se non sbottona mai la giacca), più amico di chi guarda che politico che siede in Parlamento. L’appello finale ha scaldato i cuori di molti. Un paio di sue battute – stupenda quella su Quagliariello e Violante ma anche l’accostamento di Berlusconi e Alfano ai cugini di campagna – contribuiscono ad abbassare la tensione. Lancia l’applauso per Prodi e da segretario promette di identificare i 101 che ne hanno impedito l’elezione al Quirinale (auguri!). Spingitore di primarie.

Twitter: @GiorgioVelardi






matteo-renziNella lunga intervista rilasciata domenica 6 ottobre a “La Stampa”, Matteo Renzi è tornato a ribadire alcuni dei punti cardine del suo programma. Inutile negare il fatto che il sindaco di Firenze partirà in pole position nella corsa per la vittoria delle primarie del Pd che si svolgeranno il prossimo 8 dicembre. «L’Italia cambia verso» sarà il suo slogan. Vedremo se ciò accadrà realmente. Nel frattempo conviene appuntare sul taccuino 5 delle dichiarazioni rilasciate da “Matteo” al quotidiano torinese. Eccole:

1. «Sono pieno di difetti, dalla A di arroganza alla Z di zuzzurellone. Ma la A di ambizione mi sta bene. Perché avere l’ambizione grande di cambiare l’Italia non lo considero un difetto»;

2. «Bisogna toccare i diritti acquisiti. Chi percepisce pensioni d’oro su cui non ha versato tutti i contributi deve accettare che sulla parte “regalata” venga imposto un prelievo»;

3. «Letta sa che, con me segretario, il governo sarebbe più forte, non più debole»;

4. «Nel mio Pd andranno avanti i più bravi, non i più fedeli. Dichiarerò guerra alla mediocrità»;

5. «Come mi immagino da segretario? A piedi tra la gente e non in auto col lampeggiante. Un segretario deve farsi vedere in giro. È in campagna elettorale permanente».

Chi vivrà vedrà.

Twitter: @GiorgioVelardi