Archivio mensile:ottobre 2012

Se i rottamati diventano rottamatori – da “Il Punto” del 26/10/2012

Tanto spirò il vento della «rottamazione» che alla fine i rottamati si trasformarono in rottamatori. Succede anche questo nell’Italia che cammina (a rilento) verso la Terza Repubblica, o che forse torna (correndo) alla Prima. Fatto sta che a pochi mesi dalle elezioni, con una legge elettorale ancora in fase “embrionale” e senza uno straccio di programma di cui poter discutere, l’attenzione è catalizzata in toto su chi deve essere “pensionato” o “dimesso”. Nel Pd come nel Pdl. Fra i democrat il protagonista assoluto è Massimo D’Alema. Il premier del “ribaltone” (dopo la caduta del governo Prodi del 1998), poi parlamentare europeo, ministro degli Esteri, membro di svariate commissioni (fra cui quella della pesca), vicepresidente dell’Internazionale Socialista e numero uno del Copasir. Da quasi 25 anni in Parlamento. Aveva pensato di non ricandidarsi, D’Alema. «Ne avevamo perfino parlato io e Bersani, un paio di mesi fa – ha rivelato lui –. Gli avevo detto: ragioniamo, troviamo un modo per un mio impegno diverso… Valutiamo assieme l’ipotesi che io non mi ricandidi al Parlamento. Ma ora no. Così, per quanto mi riguarda, no. Poi, naturalmente, parlerà il partito». Frasi pronunciate prima del “passo indietro” – o “autorottamazione” – di un altro pezzo da novanta del Partito democratico: Walter Veltroni. Il suo annuncio di non ricandidarsi ha provocato un effetto a cascata che finora ha portato con sé i vari Castagnetti, Turco, Treu, Parisi… Ma non D’Alema. O almeno non ufficialmente. Perché, ha detto il lider Maximo nel salotto televisivo di “Otto e mezzo” su La7, «se vince Bersani metterò a disposizione il mio posto in lista e non chiederò deroghe, ma se vince Renzi ci sarà uno scontro politico». Parole che portano a formulare tre domande. La prima: perché il Pd, in un momento di totale violazione delle regole da parte di una certa politica, crea scorciatoie per violarne una che fra l’altro è nel suo Statuto, e che prevede il limite dei tre mandati – cioè 15 anni in Parlamento – per i suoi deputati e senatori? La seconda, consequenziale: perché inserire quella norma nel regolamento del Pd, vista la presenza (già al tempo) di alcuni “fuoriquota”? Infine: cosa farà D’Alema in caso di vittoria (difficile, ma non certo impossibile) di Renzi? Darà veramente vita ad una nuova creatura di sinistra, dal sapore europeo e in combinata nordica con Vendola – come ipotizzato sette giorni fa da il Fatto Quotidiano – con il serio rischio di far esplodere il Partito democratico? Quesiti ai quali il presidente del Copasir dovrebbe rispondere facendo chiarezza. Sull’altra sponda del Tevere le acque sono sempre più agitate. “Colpa” di Daniela Santanchè. Quella che il 25 marzo del 2008 rivolgeva un appello alle donne italiane: «Non date il voto a Silvio Berlusconi, perché ci vede solo orizzontali e mai verticali». Al tempo, la ”pasionaria” azzurra militava ne La Destra di Storace. Poi è tornata all’ovile, è stata nominata sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e dopo la caduta dell’esecutivo guidato dal Cavaliere è diventata una delle maggiori oppositrici di Monti. Ma anche della nomenklatura del suo partito. Che, ha tuonato lei pochi giorni fa, dovrebbe dimettersi in blocco. Sarebbe difficile riepilogare tutte le reazioni dei suoi colleghi di partito. Basta quella del segretario Alfano, che ha definito il suo atteggiamento «sfascista» (e menomale che c’era la “s” davanti alla “f”…). Anche lei, da possibile rottamata – o “formattata”, per dirla con i giovani di centrodestra – vuole salvarsi rilanciando. Ma senza disporre di assi nella manica.

Twitter: @GiorgioVelardi

Basta chiamarli «tifosi»

Dice il vecchio detto che «la mamma del cretino è sempre incinta». È la verità. Lo dicono i fatti. Ce lo insegnano principalmente gli ultimi accadimenti registrati sui campi di calcio, diventati da tempo sfogatoi di rabbia repressa e malcostume. Una settimana fa abbiamo ascoltato, increduli, gli insulti degli ultras del Verona a Piermario Morosini, il giocatore del Livorno tragicamente scomparso in campo lo scorso 14 aprile a Pescara. La società ne ha preso subito le distanze, dedicandogli la giornata di Serie B di sabato 27 ottobre (come si legge sul sito Internet dell’Hellas: http://www.hellasverona.it/moro_sempre_con_noi.php), mentre per 4 tifosi identificati dagli inquirenti è stato applicato il daspo – ovvero il divieto di accedere alle manifestazioni sportive – per i prossimi 5 anni. Ma senza obbligo di firma. Il che fa un po’ sorridere, perché siamo in Italia e sappiamo già come andrà a finire. Poi partiranno i processi. Mediatici, ovviamente. Lì siamo i numeri uno al mondo. Ma andiamo avanti. Perché siccome – recita un altro vecchio adagio – «al peggio non c’è mai fine», ecco che quegli stessi “tifosi” che una settimana fa hanno condannato le deprecabili gesta dei “colleghi” veneti si sono resi a loro volta protagonisti di un’azione ignobile. Venerdì 26 ottobre, pochi istanti prima del fischio d’inizio di Livorno-Cesena (per la cronaca, finita 1-0), gli ultras livornesi si sono girati di spalle mentre veniva ricordato con un minuto di silenzio il caporale Tiziano Chierotti, caduto in Afghanistan il 25 ottobre in uno scontro a fuoco. Ovvio che non c’entri il tifo. Da Verona a Livorno l’unico leitmotiv è l’ignoranza, e nulla più. Non è la prima volta che ci troviamo ad assistere e condannare azioni simili. Ma il passato non ci ha insegnato nulla. Vi ricordate il coltello tirato dagli spalti al giocatore del Parma Dino Baggio in occasione della gara di Coppa Uefa fra gli emiliani e il Wisla Cracovia (giocata in Polonia)? Era il 1999, dodici anni fa, e la formazione allora allenata da Jerzy Kowalik fu squalificata per un anno dalle competizioni europee. E la monetina lanciata dai tifosi della Roma all’arbitro Frisk? 15 settembre 2004, e partita di Champions League (quella fra i giallorossi e la Dinamo Kiev, che a fine primo tempo vinceva 1-0) sospesa. Che dire, poi, del motorino volato giù dal secondo anello di San Siro durante Inter-Atalanta del maggio 2001? E dell’omicidio dell’agente di Polizia Filippo Raciti (derby Catania-Palermo, 2 febbraio 2007)? Infine, in rapida sequenza, l’omicidio di Gabriele Sandri, i danni agli stadi, i cori razzisti, gli striscioni offensivi, i casi di doping, “Calciopoli”, il “calcioscommesse”, un allenatore che picchia un giocatore, giocatori che si picchiano fra loro, tifosi che fanno lo stesso. E lo spettacolo che va a farsi benedire. «Colpa degli ultras», titolano il giorno dopo, a nove colonne, i giornali. Sbagliato. Non sono «ultras», neanche «tifosi». Sono nullità. Cominciamo a chiamarli come meritano, iniziamo a dare un senso ai termini che utilizziamo quando parliamo ogni giorno. Altrimenti non ne usciamo. Non si riescono a contrastare? Falso. Fermarli si può, molti di loro sono conosciuti dalle forze dell’ordine. E allora vanno “stangati”. Non è «stato di polizia», è giustizia. Quella che latita, in un Paese che si professa «democratico», e che andrebbe messa al primo posto. Altrimenti meglio chiudere baracca e burattini.

Ci sono le elezioni? E gli autisti si fermano

Chi sarà il successore di Lombardo in Sicilia? Lo sapremo lunedì. Nel frattempo, a fare notizia, sono i possibili disagi riguardanti il trasporto pubblico. Sciopero di protesta? Macchè! Ben 300 dipendenti dell’Amat (la municipalizzata auto-trasporti), per la maggior parte autisti, faranno i rappresentanti di lista. Dunque sabato, domenica e lunedì «sarà necessario prevedere una considerevole riduzione dei servizi – ha avvisato l’azienda – In queste ore, alla luce delle comunicazioni di nomina a rappresentante di lista che stanno pervenendo ancora ora, si sta predisponendo un piano adeguato per far fronte alla massiccia carenza di personale». Sul fronte politico è testa a testa fra Nello Musumeci (candidato del Pdl e La Destra), e Rosario Crocetta (ex sindaco antimafia di Gela, sostenuto da Pd e Udc). Attenzione, però, all’incognita Grillo. Il candidato del Movimento 5 Stelle si chiama Giancarlo Cancelleri, di professione geometra, “grillino” della prima ora. Potrebbe rompere le uova nel paniere a tutti gli altri aspiranti governatori. Anche se la paura dei siciliani è quella di ritrovarsi a vivere la solita storia. Cambiare tutto per non cambiare nulla. Un’altra volta. L’ennesima.

«Digiuno finché non si vota al Senato. Napolitano indichi la strada da seguire» – da “Il Punto” del 19/10/2012

Dallo scorso 2 settembre il deputato del Pd Roberto Giachetti sta portando avanti un digiuno anti-Porcellum, dopo quello fatto dal 4 luglio al 9 agosto. Ora qualcosa si muove ma, dice lui, «il mio sciopero della fame è iniziato con l’obiettivo che ci fosse almeno un voto al Senato. Finché non arriva vado avanti».

Prima di tutto le chiedo come sta… 

«Sto come uno che digiuna da 41 giorni, i valori delle analisi sono un po’ al limite. Però dal punto di vista della convinzione mi sento più forte di prima».

Cosa pensa dello “scheletro” della riforma?

«Innanzitutto va mantenuta la promessa fatta agli elettori: superare il “Porcellum”. Si è passati dalle stanze dei partiti a quelle di una Commissione formale, ed è positivo. Però ci sono voluti nove mesi per mettere nero su bianco un testo che non fa mezzo passo avanti rispetto alle posizioni iniziali degli schieramenti. Senza alcun punto di incontro fra questi. C’è da riflettere».

Ci sono le preferenze…

«La loro eventuale reintroduzione mi preoccupa, perché ad oggi dimostrano di essere un elemento di corruzione praticamente accertato. Riproporle in un momento come questo significa vivere sulla luna. In più, le risorse che ci vogliono per portare avanti una campagna elettorale con le preferenze portano ad un grande sperpero di denaro. Ma c’è un altro punto che mi impensierisce…».

Mi dica… 

«Il premio di coalizione. La mia riflessione è viziata dall’essere contro l’impianto proporzionale, però domandiamoci quale lista o coalizione prenderebbe oggi il 40%, utile per il premio del 12,5%. Nel nostro caso, per arrivarci, dovremmo mettere insieme tutto e il contrario di tutto. Per poi ritrovarci, dopo pochi mesi, di nuovo alle urne. Il presidente Napolitano dovrebbe inviare un messaggio formale alle Camere indicando la strada da seguire».

Lei è un “renziano”. Perché lo “zoccolo duro” del Pd ha così paura del sindaco di Firenze? 

«Perché da quanto questa classe dirigente è sulla scena non ce l’ha fatta a cambiare il Paese. Ad un certo punto arriva l’esigenza di passare la mano. E Renzi ha trovato la chiave di volta del problema. D’Alema? È una persona intelligente. Mi sarei aspettato che dicesse: “Aiuto la nascita di una nuova dirigenza e faccio un passo indietro”. Invece accade il contrario. Il voto da dare alla nostra epoca non è, a mio avviso, positivo».

Twitter: @GiorgioVelardi

Emergenza senza fine – da “Il Punto” del 12/10/2012

Severino studia un modo per costituire 4mila nuovi posti entro il 2013. Nel frattempo la quasi totalità dei nostri istituti di pena è sul punto di esplodere: a Catania il tasso di sovraffollamento è del 341%. Mentre da Nord a Sud ci sono 38 strutture costruite e mai utilizzate, con uno spreco di centinaia di milioni di euro

L’ultimo suicidio, di cui ha dato notizia l’Osapp (l’organizzazione sindacale autonoma di Polizia penitenziaria), è stato quello di un 51enne italiano che il 28 settembre scorso nel carcere di Biella ha legato i lacci delle scarpe alle inferriate della cella e ha detto «basta». È il 41esimo detenuto che dall’inizio dell’anno si è ucciso in un carcere della Penisola. Con molta probabilità, spiace dirlo, non sarà l’ultimo. C’è un grave problema che affligge l’Italia da anni. Che fa meno notizia dell’andamento dello spread, dei casi di malapolitica, del varo della nuova legge elettorale: è la situazione dei nostri istituti penitenziari. Che sono al collasso. Basta esplicitare due soli dati: quello della capienza delle 206 strutture regolamentari, 45.849 posti, e quello del totale dei detenuti che ad oggi sono presenti nelle prigioni, 66.568 (23.838 gli stranieri). Il 40 per cento dei quali è in attesa di giudizio. Numeri da brivido, cifre che fanno dell’Italia il Paese europeo che ha all’attivo il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, apre all’ipotesi di un’amnistia, il ministro della Giustizia Paola Severino accelera per fare in modo che entro la fine del 2013 siano costituiti circa 4mila nuovi posti. Ma i complessi, inutilizzati, ci sono. Sia al Nord che al Sud.

I NUMERI DEL PROBLEMA - Secondo “Morire di carcere: dossier 2000-2012” di Ristretti Orizzonti, negli ultimi dodici anni sono stati 2.055 i detenuti che hanno perso la vita nei nostri penitenziari. Più di un terzo di loro, 735, si sono tolti la vita. L’anno peggiore è stato il 2009, dove i suicidi registrati sono stati 77. Nel 2011 il numero si è fermato a 66. A preoccupare maggiormente, però, è la mancanza di «soluzioni alternative» – come le hanno definite la stessa Guardasigilli e il Capo dello Stato – che potrebbero (quantomeno) alleviare la gravità della situazione. Anche in questo caso sono i numeri a venire in nostro soccorso. E dicono che la percentuale di recidività per i detenuti che non hanno mai lavorato nel corso della loro permanenza in carcere è tre volte superiore rispetto a quella di coloro che invece hanno svolto attività all’esterno: 65 per cento contro il 19. E a testimonianza del fatto che l’Italia sembra guardare con scarso interesse a ciò che accade nelle sue celle, va fatto notare che in altri stati del continente il 75 per cento delle condanne viene scontato lavorando al di fuori (da noi l’83 per cento dei carcerati resta in cella per l’intero periodo di detenzione). Non solo: un altro dossier, realizzato nel 2010 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) edal titolo “Eventi critici”, ha evidenziato la manifestazione di oltre 5mila episodi di autolesionismo e di 1.137 casi di tentato suicidio. Poi c’è la situazione degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, che dovrebbero essere definitivamente chiusi entro sei mesi. Ma, stando a quanto recentemente dichiarato dalla senatrice del Pd Donatella Poretti, la legge 9/2012 (“Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”) rischia di rimanere inapplicata. Questo perché manca il decreto del ministero della Salute che contiene i requisiti per le nuove strutture da destinare ai soggetti coinvolti, che doveva essere già stato emanato nel marzo scorso. «Nessun fondo è stato stanziato – ha argomentato Poretti –. L’anno 2012 volge al termine e il rischio evidente è che i 158 milioni di euro previsti dalla legge tornino nel bilancio pubblico e vengano destinati ad altri fini».

PRONTE AD ESPLODERE - Ci sono strutture carcerarie sul punto di esplodere. Lo dice il “viaggio” compiuto questa estate da Antigone, l’associazione che da oltre vent’anni si occupa di giustizia penale, nei principali penitenziari italiani. Le costanti registrate sono state il sovraffollamento e le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui versano i detenuti. A Pisa, per esempio, a fronte di una capienza regolamentare di 225 persone ne sono presenti 355, di cui 204 stranieri. Qui, nonostante sette mesi fa siano partiti i lavori di ristrutturazione del reparto giudiziario del carcere, lo spreco relativo alle perdite d’acqua fa lievitare il costo delle bollette con un indebitamento di migliaia di euro. Le cose non vanno meglio a “Poggioreale” (Napoli): 2.600 i detenuti presenti malgrado la struttura ne possa contenere la metà, con punte di 12 individui in celle in cui mancano le docce, a dispetto di quanto richiesto dal Regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario. A Lanciano, in Abruzzo, il tasso di sovraffollamento dell’istituto è del 170 per cento. La quasi totalità dei detenuti è dunque costretta a vivere al di sotto dei 3 metri quadrati, soglia minima oltre la quale – secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – si configura la «tortura». Poi c’è la casa circondariale di Livorno, che conta 4 sezioni chiuse, due di media e due di alta sicurezza. L’associazione ha registrato all’interno frequentissimi episodi di scabbia, tubercolosi e sifilide. Cinque detenuti sono sieropositivi, altri 16 seguono una terapia metadonica. Infine ci sono Messina, Cagliari e Catania. Nel primo caso il tasso di sovraffollamento è pari al 200 per cento, con i carcerati costretti a vivere anche in 11 in 19 metri quadrati (1,72 a testa). Metà dell’istituto è inagibile, l’altra metà necessiterebbe di una ristrutturazione (a causa del sovraffollamento, i detenuti affetti da gravi patologie sono mischiati a quelli “comuni”). Nel capoluogo sardo, invece, sono presenti circa 200 soggetti tossicodipendenti (il 40 per cento del totale) e 20 in terapia retro virale. È scarsa la presenza di agenti di polizia penitenziaria: ne servirebbero 267, ce ne sono solamente 212. Ad indossare la “maglia nera” è però la casa circondariale “Piazza Lanza” di Catania. Il carcere siciliano, costruito per ospitare 155 fra uomini e donne, vede la presenza di 529 individui (il tasso di sovraffollamento è del 341 per cento), 249 dei quali in attesa di giudizio. Il particolare che inquieta maggiormente è che in inverno, per risparmiare, l’impianto di riscaldamento viene tenuto spento, così come le luci nei corridoi.

STRUTTURE “DIMENTICATE” - Per costruire nuove carceri ci vogliono i soldi. Tanti. Ma, in tempi di spending review, meglio puntare sulle «soluzione alternative». Che dovevano essere decise con un ddl per cui Severino aveva promesso un percorso accelerato – «Il disegno di legge prevede la messa in prova dei detenuti presso i servizi sociali e gli arresti domiciliari», ha fatto sapere il ministro ad inizio settembre –, ma di cui ancora non c’è traccia. Eppure, paradosso italico, le strutture ci sono. Trentotto carceri edificate, costate milioni di euro, ma mai aperte. Per le motivazioni più stravaganti. Ad Arghillà, provincia di Reggio Calabria, il penitenziario è inutilizzato perché mancano la strada d’accesso, le fogne e l’allacciamento idrico. Una struttura di cui ha parlato anche l’ex capo del Dap, Franco Ionta, in un colloquio con il Riformista dello scorso gennaio. «Le prime operazioni per la costruzione di questo carcere – spiegava Ionta – risalgono agli Anni ’80. Secondo alcuni calcoli la struttura è già costata 80-90 milioni di euro ma deve essere necessariamente rifunzionalizzata, perché gli impianti sono precedenti alla legge del 2000». A Bovino e a Castelnuovo della Daunia (entrambi in provincia di Foggia) sono presenti due strutture, una da 120 posti e un’altra finita e arredata da quindici anni, che non sono mai state aperte; a Cropani (Catanzaro) l’istituto è occupato da un solo custode comunale. Non è finita qui: a Frigento (Avellino) il carcere è stato costruito dopo il terremoto degli Anni ’80 (che aveva provocato il crollo della struttura presente nei pressi del vecchio municipio), inaugurato e chiuso per colpa di una frana; a Monopoli (Bari), le celle che formano il complesso sono state occupate abusivamente da alcune famiglie di sfrattati; a Irsina (Matera) sono stati spesi – sempre negli Anni ’80 – circa 3,5 miliardi di lire, però poi la “macchina” ha funzionato per un solo anno e oggi il Comune la utilizzata come deposito. Infine, fra i tanti casi che potremmo ancora citare, c’è quello di Morcone, a 35 chilometri da Benevento. Ebbene il carcere è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato, malgrado l’utilizzo di vigilantes armati.

IL CONSUMO DI DROGHE - Nelle condizioni in cui versano, le carceri non hanno un ruolo rieducativo per i detenuti, ma anzi sortiscono l’effetto contrario. Uno dei problemi maggiormente rilevanti è quello della tossicodipendenza. La percentuale di reclusi che fanno uso di sostanze è stabile al 25 per cento, come ribadito anche da una recente ricerca del Dap. «Malgrado tutte le tecniche che possono essere messe in atto, nonostante perquisizioni sempre più rigorose nei confronti dei familiari dei detenuti che rischiano però di diventare un deterrente per le visite, è inevitabile che questo fenomeno attraversi anche le porte delle carceri. Cercare di azzerarlo è impossibile, nessuna struttura è ermetica e a prova di errore», dichiara a Il Punto Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone. «In luoghi come questi le organizzazioni criminali usano la droga come merce di scambio, non ci sono solamente i consumatori singoli che vengono riforniti dai componenti della famiglia», prosegue Scandurra, che poi aggiunge: «È mio dovere ricordare che non è certo questa l’unica forma di illegalità presente nei penitenziari. Ci sono decine di processi aperti per appropriazioni indebite dei fondi del ministero, per violenze dei detenuti sui detenuti, degli agenti sui detenuti e viceversa, c’è una legge del 2000 che dice come dovrebbero essere le carceri che non viene rispettata e sentenze internazionali le quali affermano che le prigioni italiane costituiscono forme di tortura. L’illegalità rappresenta più l’ordinarietà che l’eccezione ». Ad essere consumate nelle carceri non ci sono solo le droghe cosiddette “tradizionali”, ma anche quelle sintetiche – difficili da individuare sia dagli agenti che dai nuclei cinofili – come subutex e skunk, la «supercanna» che unisce marijuana e hashish. Secondo “Carcere e droghe in tempi di politiche securitarie”, dossier di fuoriluogo.it, le autorità carcerarie dovrebbero pianificare una serie di interventi atti a ridurre il danno; in aggiunta, la salute in carcere dovrebbe essere gestita dal ministero della Salute e non da quello della Giustizia. Uno scenario perfetto nelle intenzioni, meno nella pratica quotidiana. Bisogna fare presto, dunque: la questione delle carceri va risolta, e in fretta. Questa volta non ce lo chiede (solo) l’Europa, ma il buonsenso.

Twitter: @GiorgioVelardi

La casta colpisce ancora* – da “Il Punto” del 12/10/2012

Si è conclusa l’indagine della Direzione provinciale del Lavoro di Roma sui collaboratori parlamentari. 58 le irregolarità riscontrate alla Camera su un totale di 272 accrediti, 21 su 160 quelle al Senato. Resta il “buco nero” di 513 Onorevoli che sembrano non avere assistenti ma percepiscono l’indennità mensile. Il racconto di una testimone: «Pagata in nero per 10 anni». Le leggi violate nel luogo in cui vengono approvate 

«Il mio impegno alla Camera è iniziato nel 1998, quattordici anni fa. Dieci dei quali passati in nero. All’inizio ero in decreto Camera e, all’Onorevole per cui lavoravo, dovevo ridare indietro più della metà dei soldi in “mazzetta”. Poi è cominciato un lungo percorso al fianco di altre figure, sempre senza contratto. Finché nel 2009, dopo aver finalmente sottoscritto un regolare accordo, ho cominciato a stare male. Visto che non abbiamo mai avuto alcuna forma di tutela sono prima stata costretta ad andare a lavorare benché in mancanza di forze e poi, una volta ricoverata d’urgenza all’ospedale, mi sono vista recapitare una lettera di licenziamento senza preavviso dalla poco Onorevole persona a cui prestavo assistenza. Adesso ho un contratto e guadagno poco più di 700 euro al mese». Quello che avete appena letto è un passaggio della sconcertante testimonianza che Cristina, collaboratrice parlamentare, ha rilasciato in esclusiva a Il Punto. Le sue parole arrivano in concomitanza con la conclusione dell’ispezione che la Direzione provinciale del Lavoro di Roma guidata da Marco Esposito – su delega della Procura della Repubblica – ha portato avanti nel corso degli ultimi 24 mesi per fare luce sulla condizione dei cosiddetti “portaborse”.

I NUMERI DELL’INDAGINE - Un caso che questo giornale aveva seguito attentamente già nel 2010, proprio quando partì l’indagine dell’ispettorato del Lavoro. Anche allora le voci degli interessati raccontarono di contratti assenti, di ore di lavoro non pagate o retribuite in nero, di soprusi e accordi cambiati in corsa. Ora ci sono le cifre. Partiamo dalla Camera dei deputati, dove sui 272 collaboratori accreditati per l’accesso ai Palazzi – così come segnalato dal Segretariato generale – sono state riscontrate 58 irregolarità che riguardano la materia lavoristica, previdenziale e assicurativa, per un importo totale di sanzioni pari a 5.800 euro. «Si tratta di illeciti amministrativi, non abbiamo riscontrato elementi di rilevanza penale», sottolinea a Il Punto il direttore Marco Esposito. Nella lista ci sono 36 omesse o ritardate comunicazioni di assunzione o cessazione di rapporti di lavoro ai competenti Centri per l’impiego; 12 omesse istituzioni del Libro unico del lavoro (Lul, ossia un libro che sostituisce i libri paga e matricola e che è stato istituito con gli articoli 39 e 40 del decreto legge n. 112/2008); 4 omesse o infedeli registrazioni sul Lul; una omessa vidimazione dell’ex libro paga; un omesso versamento dei contributi; una riqualificazione del rapporto di lavoro e il relativo recupero contributivo e una omessa denuncia all’Inail (l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni) delle autoliquidazioni. Poi c’è il Senato. Per cui, afferma Esposito, «la metodologia di lavoro è stata diversa, perché ci sono stati forniti i nomi dei senatori che avevano chiesto l’accredito, e non dei collaboratori. Il sistema informatico di comunicazione obbligatoria a cui abbiamo accesso telematicamente ci ha permesso di fare il percorso inverso».A Palazzo Madama, sui 160 senatori che avevano chiesto l’accredito, le irregolarità rilevate sono state 21. Ovvero: 4 omesse istituzioni del Lul; una tardiva istituzione dello stesso Libro unico del lavoro; 10 omesse comunicazioni di assunzione e/o cessazione dei rapporti di lavoro ai competenti centri per l’impiego e (perfino) 6 sanzioni per l’impedimento all’ispezione. In questo caso l’importo finale è di 18.980 euro, per un totale – Camera più Senato – di 24.780 euro.

IL “BUCO NERO” - Resta però un “buco nero”. Ovvero quello degli altri 358 deputati e 155 senatori che si presume siano sprovvisti di “portaborse” non avendo mai richiesto l’accredito per i loro collaboratori. È davvero così? Un interrogativo ancora aperto, come ribadisce Piero Cascioli, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, che afferma: «Abbiamo notiziato Camera e Senato sull’argomento, ma sono già a conoscenza di ciò. Anche perché l’indennità preposta anche al pagamento dei collaboratori viene comunque erogata ai parlamentari». «Chi di dovere sa cosa accade», racconta a questo proposito Cristina. «Io ho scritto alle più alte cariche dello Stato – presidente della Repubblica, della Camera, della Corte dei conti e anche al Cardinal Bagnasco – parlando, per esempio, dei tesserini che sono nella disponibilità di qualcuno e che contribuiscono ad alimentare il “mercato nero” dei collaboratori. C’è chi ne possiede 40, che ha sparso da tutte le parti, e che sono finiti nelle mani di persone che vengono pagate in nero perché senza contratto. Eppure la risposta che mi sono sentita dare quando ho interloquito con alcuni illustri esponenti delle istituzioni è stata: “Se lo ritiene opportuno, si rivolga alla magistratura” ». Poi il particolare choc: «Nella passata legislatura, per farmi tacere su quanto succedeva, mi fu detto che sarei stata “raccomandata” per vincere il concorso da funzionario alla Camera». Eppure Cristina, quando nel 2009 fu licenziata mentre era in ospedale, provò a denunciare l’accaduto. Però «mi hanno consigliato di desistere perché la persona che mi aveva messo alla porta era in stretto contatto con personalità importanti, e quindi “avrei preso solo schiaffi in faccia”». E la riforma di cui si parla in questi giorni?, le domandiamo. «È uno specchietto per le allodole ».

LA RIFORMA - Ma cosa prevede la riforma a cui il Parlamento ha deciso di mettere mano e che regola la situazione dei collaboratori parlamentari? L’obiettivo è disciplinare il rapporto di lavoro che li lega a deputati e senatori. Gli abusi, i compensi inadeguati, i contratti irregolari o la mancata contrattualizzazione sono riconducibili al fatto che attualmente deputati e senatori provvedono direttamente a pagare i propri collaboratori attingendo alla somma mensile che Camera e Senato versano loro a titolo di “Rimborso spese per l’esercizio del mandato”, pari rispettivamente a 3.690 e 2.090 euro. Una modalità che nel corso degli anni ha alimentato situazioni poco chiare e che si sta tentando di sanare con una proposta di legge bipartisan, approvata da Montecitorio nelle scorse settimane e passata ora all’esame di Palazzo Madama. Il modello di riferimento adottato è quello del Parlamento europeo, dove i collaboratori parlamentari vengono pagati direttamente dall’amministrazione di Bruxelles e non dai singoli deputati. Il provvedimento stabilisce, quindi, il diritto dei parlamentari ad avere l’assistenza di collaboratori per l’attività connessa all’esercizio delle funzioni inerenti il proprio mandato. L’unico limite, e questa è una novità, sta nel fatto che non possono essere assunti parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Spetterà alla Camera di appartenenza del parlamentare pagare la retribuzione al collaboratore, versare i relativi oneri fiscali e previdenziali e vigilare affinché le attività indicate nel contratto di lavoro siano connesse all’esercizio delle funzioni parlamentari e il contratto stipulato sia coerente con l’attività svolta. In questo modo si punta ad evitare casi di sfruttamento, di pagamenti inadeguati, di collaboratori parlamentari non contrattualizzati. Di fronte al primo via libera al provvedimento, però, i diretti interessati si dividono tra entusiasti e scettici. Le due associazioni che riuniscono i collaboratori, infatti, hanno due visioni diverse della situazione. Se il Coordinamento dei collaboratori parlamentari (Cocoparl), guidato da Emiliano Boschetto, ritiene che con questa legge le cose possano davvero migliorare per la categoria grazie all’introduzione del vincolo di destinazione delle risorse e del pagamento diretto da parte del Parlamento, l’Associazione nazionale collaboratori parlamentari (Ancoparl), presieduta da Francesco Comellini, piuttosto che una legge auspica una modifica dei regolamenti interni di Camera e Senato, che consentirebbe di chiudere la partita in tempi più rapidi. In effetti l’incognita sono proprio i tempi. Dopo l’approvazione di Palazzo Madama, gli Uffici di Presidenza di Camera e Senato dovranno adottare delle delibere volte a modificare i loro regolamenti. Lo faranno in tempo perché la nuova disciplina entri in vigore dalla prossima legislatura? Calcolando che l’iter alla Camera è durato due settimane in commissione e due settimane in aula, i tempi per arrivare all’approvazione definitiva ci sono. È solo una questione di volontà.

*con Lea Vendramel

La guerra di Gigi – da “Il Punto” del 5/10/2012

«Dottò, lei lo sa com’è Napoli. È una città complicata. Il sindaco sta provando a cambiare le cose, ma non è mica facile». È questo il parere del tassista che ci accompagna a Palazzo San Giacomo, dove incontriamo Luigi de Magistris. Da giugno dello scorso anno, primo cittadino di un realtà dalle tante contraddizioni. Da una parte ci sono i bambini che giocano a calcio in piazza del Plebiscito con le maglie di Hamšík, Cavani e Messi – erede dell’indimenticato Maradona –, dall’altra le zone dove la mano armata della criminalità continua a porre in secondo piano gli sforzi della nuova amministrazione. Fra queste c’è Scampia, «per cui l’amministrazione approverà a breve una delibera-quadro che prevede interventi concreti», rassicura de Magistris. E la politica nazionale? «Alle elezioni non escludo la presenza di una lista arancione. Una realtà che punti sul pubblico e sul privato e che si avvalga del forte contributo dei sindaci».

Sindaco, lei ha più volte ribadito la volontà di fare «la rivoluzione governando». Quindici mesi dopo la vittoria alle elezioni com’è cambiata la “sua” Napoli?

«C’è bisogno di fare una premessa: noi governiamo la città, da un anno e quattro mesi, senza soldi. Abbiamo dovuto fare i conti con un taglio orizzontale – il più alto d’Italia per complessivi da quando faccio il sindaco – di 350 milioni di euro. In una condizione simile o saremmo dovuti andare in dissesto, o la situazione sarebbe dovuta peggiorare rispetto alla precedente amministrazione. Invece la città è migliorata, in particolare sotto due aspetti: i rifiuti – sono fiero di aver restituito agli abitanti una Napoli senza immondizia, anche se resta ancora molto lavoro da fare – e il fatto di essersi rianimata da un punto di vista civico. Questa era una realtà depressa, mentre oggi i napoletani rispondono alle nostre iniziative e riempiono gli spazi pubblici. Abbiamo riportato la persona al centro dell’azione, e siamo l’unica città in Italia che malgrado i problemi finora esposti registra un trend positivo nella presenza di turisti».

Il vicesindaco Sodano ha dichiarato che il vostro vero problema è quello di essere fuori dalle vecchie logiche centrodestra- centrosinistra. Quante difficoltà ha trovato e sta trovando nello scardinare gli equilibri preesistenti?

«Tantissime, perché c’erano sistemi che abbiamo rotto e che riguardano i rifiuti, le burocrazie interne e le mediazioni politiche. Noi oggi prendiamo decisioni importanti confrontandoci con la città, con il consiglio comunale, aprendo dibattiti in rete. C’è una mediazione alta delle politica: personalmente non ho mai alzato il telefono per chiedere il permesso di prendere le decisioni. Quel sistema a cui fa riferimento Sodano resiste e in parte si oppone, anche perché noi non abbiamo nessuna sponda politica a livello nazionale. Napoli non ha avuto finora alcun sostegno né dal governo né dal Parlamento, i quali non hanno scritto nessuna pagina concreta sulla città da quando io sono sindaco. Questo avviene perché, a mio avviso, l’esperienza napoletana non viene vista ancora positivamente dagli apparati partitocratici che noi abbiamo scardinato».

Ne ha in parte già parlato lei poc’anzi, ma torniamoci su. Napoli è stata inserita, di recente, nella lista di città a rischio default. Che autunno sarà il vostro? 

«Noi siamo in pre-dissesto da un anno, è un miracolo non essere andati oltre. La situazione è grave, ma sono convinto che ne usciremo. Certo, il governo dovrebbe fare la sua parte. Noi abbiamo registrato interventi importanti su Milano, Roma, Catania e Palermo. E mentre il Capo dello Stato dice che senza Napoli non si può fare sviluppo, l’aiuto concreto dell’esecutivo – che vorremmo ci fosse – non arriva. Anche perché abbiamo ereditato un debito di 1,5 miliardi di euro, dovuto a politiche di inefficienza e sprechi portate avanti negli ultimi quindici anni da chi ci ha preceduto. Ciò vuol dire non poter fare assunzioni e concorsi, e non poter pagare le imprese. Domando: quanto può reggere ancora una città in queste condizioni senza un intervento concreto a livello centrale?».

In questi mesi si è detto e scritto molto sulle defezioni nella sua giunta: Rossi, Vecchioni, Narducci e Realfonzo. Si è fatta, spesso, un po’ di confusione. Cerchiamo di mettere ordine… 

«Io prima dell’estate, con un’espressione scherzosa – ma fino ad un certo punto – dissi: “Costituiamo il gabinetto di guerra”. L’esperienza napoletana è una guerra contro la camorra, la partitocrazia, è una battaglia civile per il cambiamento e noi lottiamo come leoni anche per diciotto ore al giorno. Non tutti reggono una situazione simile. I casi citati sono molto diversi, e non è escluso che ce ne potrebbero essere degli altri: questo perché c’è chi potrebbe essere un ottimo assessore in tempi “di pace”, ma non è all’altezza in quelli “di guerra”».

Cos’è successo con loro, dunque?

«Roberto Vecchioni non è stato un componente della giunta, ma una scelta che ho fatto per ammirazione e passione nei confronti di un grande cantautore quale lui è. Il suo errore – mi prendo però anche le mie responsabilità – è stato quello di aver pensato di venire a fare l’artista, invece doveva mettere in campo anche una capacità manageriale. Quando si è trovato di fronte ad una situazione difficile come quella di Napoli non se l’è sentita di proseguire. Abbiamo però ottimi rapporti, collaborerà con il forum delle culture, a livello umano è rimasto tutto come prima. Raphael Rossi (ex presidente di Asìa, la società del comune di Napoli che si occupa di rifiuti, ndr) ha polemizzato con l’amministrazione ma non con me personalmente. Anche lui ha pagato il fatto di non essere la persona giusta per governare un momento di conflitto: ciò è avvenuto per la mancata capacità di conoscere fino in fondo Napoli. Ma più che focalizzarmi su di lui mi concentrerei su chi lo ha sostituito: Raffaele Del Giudice ha rappresentato un salto di qualità, perché conosce vicolo per vicolo questa città e ha – con i fatti – contrastato la camorra e saputo aprire un dialogo con i lavoratori».

Com’è andata con Giuseppe Narducci e Riccardo Realfonzo, invece? 

«Al primo (ex assessore alla Sicurezza, ndr) non avrei mai revocato la delega pur essendo stato molto deluso da lui – anche in questo caso, come in precedenza, faccio mea culpa –, perché pensavo portasse capacità politiche, praticità, risoluzione dei problemi e un contrasto effettivo alla delinquenza e alla camorra. Al contrario c’è stato da parte sua un atteggiamento molto burocratico e formalistico all’interno della giunta. Ma per quanto lui ha rappresentato e rappresenta io non lo avrei mai mandato via. Lui ha deciso di andarsene scatenando una polemica che francamente fa torto a lui, perché nel corso dei mesi ha condiviso tutti gli atti e la vita di questa giunta. Diverso è il caso di Realfonzo (ex assessore al Bilancio, ndr), l’unico assessore che avevo già indicato in campagna elettorale, che potrebbe essere – tornando a quanto ho detto poc’anzi – un buon assessore in tempi “di pace”. Anche da lui, viste le competenze, mi aspettavo di più. Invece dopo un anno il bilancio del suo lavoro, in un ruolo strategico, è stato deludente. Serviva una svolta. La sua reazione è umanamente comprensibile, però bisogna evitare le drammatizzazioni. Il giorno prima che gli comunicassi la mia decisione mi mandò un messaggio in cui mi scrisse che io ero il leader nazionale del movimento arancione, e che dovevo candidarmi alla presidenza del consiglio; poi successivamente ha rilasciato un’intervista a il Fatto Quotidiano e ha detto che ho metodi democristiani e che sono il peggior sindaco d’Italia. È una replica che non aiuta la politica».

Una delle note dolenti di Napoli è Scampia. Pochi giorni fa lei ha parlato di un progetto di riqualificazione dell’area, esponendo i costi (5 milioni solo per abbattere le vele). Al di là dell’aspetto urbanistico, cosa farà la giunta de Magistris sotto l’aspetto sociale? 

«Per agire su Scampia ci vogliono i soldi ma finora, malgrado le difficoltà, abbiamo fatto tante cose. Ho visitato personalmente tutte le scuole del quartiere, siamo partiti con il “porta a porta” raggiungendo ottimi risultati, abbiamo istituito l’isola ecologica. Ed è passato un solo anno. A breve approveremo una delibera-quadro su Scampia: partiremo da qui per poi andare a toccare anche altre zone della città. Sarà un’opera di programmazione, in modo tale che i cittadini sappiano quali sono gli impegni che vogliamo rispettare».

Cosa prevede la delibera, in concreto? 

«Primo punto, l’abbattimento delle vele e la costruzione di aree verdi, centri sociali e laboratori. Riqualificheremo i parchi, e fisseremo un cronoprogramma stringente per l’assegnazione degli alloggi popolari in costruzione grazie ai fondi residui. Interverremo su chi, in modo abusivo e criminale, occupa abitazioni comunali. Abbiamo ottenuto i fondi per il completamento della cosiddetta “Università della Medicina”. E realizzeremo l’unità operativa della Polizia municipale. Poi – cosa a cui tengo molto – assegneremo gratuitamente un immobile molto grande alle associazioni che si impegnano concretamente sul territorio. Ai cittadini chiediamo, in cambio, di mobilitarsi: un quartiere ha bisogno della partecipazione attiva dei suoi abitanti».

A fine luglio, prima di venire a visitare la città, il ministro Severino ha dichiarato che mentre in Sicilia, dopo la morte di Falcone e Borsellino, si sviluppò un clima nuovo, qui a Napoli spesso le persone sono dalla parte della criminalità e non dalla giustizia. Come si esce da questa situazione? 

«Spiace che un ministro della Giustizia non abbia un quadro serio e concreto di quanto accade a Napoli. E che non si renda conto dei paragoni che fa. Tutti sappiamo cos’è successo a Falcone e Borsellino. La reazione della gente era doverosa, e la Severino dovrebbe anche sapere che dopo la stagione delle bombe le mafie hanno abbandonato tale strategia – che non portava risultati – cercando invece di penetrare nelle istituzioni. Un ministro della Giustizia “tecnico” dovrebbe anche sapere che servono meno caccia bombardieri e più benzina alla Polizia e ai Carabinieri, e che in un quartiere come Scampia – ma anche in tanti altri – ci sono cittadini che quotidianamente si impegnano sul territorio contrastando le piazze di spaccio. E spesso lo fanno in silenzio. Napoli si è risvegliata, si è rimessa in moto. Noi continuiamo a lavorare, ma da persone come lei mi aspetto meno demagogia e superficialità».

Ha fatto discutere la sua proposta di creare un quartiere a luci rosse. Ci spiega di cosa si tratta?

«Vorrei destinare un’area della città dove le coppie – quindi non c’entra nulla la prostituzione – che non hanno una casa possano andare senza avere paura di essere aggrediti o derubati. Un luogo di socialità come ne esistono anche in altre città d’Europa. Non mi piace, da cittadino prima che sindaco, chiudere gli occhi. Quindi l’altro tema, quello della prostituzione, va affrontato. C’è un aumento del fenomeno in tutta Italia, anche se a Napoli i dati sono più bassi rispetto a Roma e Milano. La priorità è punire i criminali e gli sfruttatori, partendo da un dato di fatto: c’è un’offerta perché c’è una domanda. Quindi noi vogliamo individuare zone non dove la prostituzione sia legalizzata, ma dove si può esercitare permettendo alle forze dell’ordine di avere maggiore controllo e dove possono essere recuperate più facilmente molte “vittime”, andando verso un contrasto del fenomeno. È un tema su cui bisogna discutere, e sui mi auguro ci possa essere un dibattito laico in consiglio che porti alla migliore soluzione possibile».

Entro fine mese sarà presentato il programma del movimento arancione. Com’è nato e cos’è davvero? 

«È un movimento nato nel periodo della campagna elettorale del 2011, unendo soprattutto Milano e Napoli. È un luogo adatto a chi vuole cambiare la politica, e a giorni pubblicheremo un manifesto – fatto di proposte che non guardano al contingente ma ai prossimi anni, senza aggregazioni ma con contenuti economici, sociali e politici – e gli daremo un nome. Ad ottobre lanceremo la prima iniziativa, e indicheremo i modi in cui intendiamo organizzarci e finanziarci, mettendo in rete un documento che apriremo ai cittadini che vogliono inserire i loro contenuti. È un movimento che dovrà operare da Nord a Sud, che non è contro i partiti ma distante da loro».

Ci sarà una lista arancione alle prossime elezioni? 

«Dipenderà da alcuni fattori. Per esempio dalla legge elettorale e dal fatto che io non mi posso candidare, perché Napoli ha bisogno di guardare negli occhi le persone a cui affidano il cambiamento. Io sarò uno dei trascinatori del movimento e ci metterò la faccia, anche perché stiamo registrando molte adesioni. Non escludo quindi che una lista ci possa essere. Non è certa, ma è pos- sibile. I sindaci daranno un contributo perché rappresentano una grande risorsa democratica per un Paese che deve continuare ad andare avanti malgrado le difficoltà».

In politica economica quali sono le linee guida del movimento? 

«Noi siamo contro le economie liberiste e il capitalismo senile. Il capitalismo è entrato in una crisi strutturale e non legata solo allo spread. Ciò significa provare a costruire dal basso forme di economia diverse, riscoprendo i servizi pubblici come un valore reale. Al tempo stesso vogliamo essere molto attenti a quel mondo privato – cooperative, piccole e media imprese –, che però non hanno nell’accumulazione del capitale l’obiettivo dell’investimento. Riteniamo poi che parte della proprietà pubblica debba essere consegnata ai cittadini che, nei vari quartiere e attraverso assemblee del popolo, decidono cosa fare di parti di città per attività di ogni tipo».

Poi? 

«La patrimoniale sui grandi patrimoni e le transazioni finanziarie. Poi deve essere applicata un’aliquota uguale all’Iva sui capitali scudati che rientrano dall’estero – ne guadagneremmo circa 15 miliardi di euro –, più l’immediata sospensione dell’acquisto di inutili e dispendiose commesse militari e l’interruzione delle missioni militari. Unita a ciò va portata avanti una riduzione forte del costo del lavoro per far ripartire le imprese, favorendo gli investimenti soprattutto nelle aree più depresse ».

La stampa parla di rapporti non idilliaci fra lei e Di Pietro, riguardo soprattutto agli attacchi dell’Idv al Pd e quelli a Napolitano sulla trattativa… 

«Il problema non sono le alleanze politiche. Chi governa, come faccio io a Napoli, deve avere un profilo istituzionale e può dire cose fortissime senza mancare di rispetto alle istituzioni. Anche quando prendono decisioni che non si condividono. Nella vicenda di Palermo io sono dalla parte dei magistrati, senza se e senza ma. Quelli coraggiosi e onesti, che cercano la verità, devono essere messi nelle condizioni di portare avanti le loro inchieste».

E i rapporti con Di Pietro? 

«Sono buoni. Partecipo molto poco all’attività di partito, ma a Vasto abbiamo parlato a lungo, analizzando le cose da fare. Credo che il nostro rapporto si evolverà quando lui si renderà conto che io non sono un pericolo per l’Idv, ma una risorsa».

Cosa pensa del coinvolgimento di Nicola Mancino nella trattativa? 

«Io l’ho conosciuto bene: è quello che ha presieduto la sezione disciplinare del Csm che mi strappò ingiustamente la toga di pubblico ministero perché facevo inchieste molto simili a quelle che vengono portate avanti in questo momento. Non potrei mai stare dalla sua parte, mi sembra ovvio».

Lei ha chiesto un dibattito pubblico a Grillo, con cui in passato ha avuto più di qualche scambio polemico. Cosa ha alimentato, secondo lei, il fenomeno del comico genovese? 

«Grillo ha una politica fatta di blog – cosa che ho fatto e faccio tutt’ora anche io, sfruttando i social network –, e sbaglia quando pensa che solamente lui possa rappresentare il bene del Paese. Il Movimento 5 Stelle non è antipolitica, anzi condivido un buon 80% di quello che dicono i suoi componenti. Un buon banco di prova è quello di Parma, dall’operato di Pizzarotti secondo me capiremo molte cose. La sua capacità di realizzazione dipenderà da ciò che faranno gli altri: se continueranno ad esserci “ammucchiate” o politiche vaghe da parte degli altri schieramenti, Grillo otterrà un risultato straordinario. Come movimento arancione li considero una risorsa, e spero di potermi confrontare con loro. Però devono evitare di guardare solo il loro orticello, altrimenti commetteranno errori simili a quelli che contestano agli altri partiti».

Se Renzi vincesse le primarie del Pd cosa cambierebbe? 

«Prima di tutto gli farei i complimenti. È giovane, fa il sindaco di Firenze, ci mette la faccia e delle idee, molte delle quali non condivido. Personalmente non lo considero un innovatore della politica: le sue proposte non sono quelle che secondo me possono portare a costruire una sinistra europea ed internazionale, che lotta contro la povertà e le disuguaglianze. È un misto di quanto dicono Pd e Pdl, quindi credo che ci si potrà incontrare per fare qualcosa di importante, ma vedo molto difficile una possibile alleanza fra me e lui».

In conclusione: bisogna tornare a scattare una nuova foto di Vasto, strappando quella del Palazzaccio? 

(Sorride) «Penso che le foto portino male, meglio non farle…».

Twitter: @GiorgioVelardi 

Il fallimento delle fusioni a freddo – da “Il Punto” del 5/10/2012

C’erano una volta Pdl e Pd. I due partiti che alle ultime elezioni politiche (2008) raccolsero, sommandoli, il 71 per cento dei voti degli italiani. Soggetti nati per evitare l’ingresso in Parlamento di “partitini” e ali estreme (colpevoli di minare l’italica ossessione bipolare) e per dare l’idea di solidità, indivisibilità, uguaglianza di vedute. È accaduto l’esatto contrario. Non solo sotto il profilo numerico – dopo il caso-Lazio le due formazioni raccolgono insieme circa il 45,5 per cento dei consensi – ma soprattutto sotto quello programmatico. Alzi la mano chi ha capito quali siano, ad oggi, le proposte di Pdl e Pd in vista del ritorno alle urne (e faccia lo stesso anche chi ha compreso la linea di Casini, al di là del «Monti dopo Monti»). Da una parte, quella del Pdl, le stravaganti esternazioni di Berlusconi stanno gettando nel caos più completo un partito già ampiamente in confusione, rischiando di vanificare gli sforzi internazionali del presidente del Consiglio. Dall’altra c’è un Pd che con Bersani propone la patrimoniale, sconfessando una parte del lavoro dei tecnici (eppure la fiducia ai provvedimenti l’hanno votata anche loro), e con Renzi loda Marchionne. Insomma, il Popolo della Libertà e il Partito democratico sono un fallimento per la politica italiana. E la causa dell’accaduto non è nemmeno di difficile reperibilità: l’aver voluto mettere sotto lo stesso tetto, forzatamente, uomini e donne con un passato e con idee diverse. In alcuni casi addirittura agli antipodi. Prendiamo il dibattito in corso fra i democrat riguardo le alleanze e i matrimoni gay. In un angolo c’è la componente cattolica dello schieramento, quella formata principalmente da Giuseppe Fioroni e Rosy Bindi, che si oppone alla volontà di Nichi Vendola di sposare il suo compagno (dunque alle unioni fra persone dello stesso sesso) e che di fatto preferirebbe un accordo con i «moderati». Nell’altro ci sono i vari Ignazio Marino, Sandro Gozi e Paola Concia che la pensano all’opposto (ricordate quanto accaduto a luglio nel corso dell’Assemblea nazionale del partito?). Lo stesso discorso può essere allargato all’eventuale Monti-bis, visto che un gruppetto di deputati e senatori – che comprende Tonini, Morando, Ichino e Gentiloni – è favorevole ad un governo politico guidato da “Super-Mario”. Nel Pdl c’è invece l’eterna questione degli ex An: restano, se ne vanno, scindono, si accordano al ribasso, dicono «basta» ma poi assorbono come spugne le stilettate dei forzisti. La fusione fra il partito che nel 1994 segnò la “discesa in campo” di Berlusconi e la creatura di Gianfranco Fini è stata una iattura. L’inizio della fine, sia delle politiche “liberali” di Forza Italia – se mai si siano viste – che della costruzione di una destra di stampo europeo da parte degli eredi del Movimento sociale italiano. Quel che è successo dopo è cosa nota. Il presidente della Camera cacciato in plenaria insieme a tutta la sua “banda”, la formazione di Fli, le campagne di certa stampa vicina a Berlusconi e la vicenda della casa di Montecarlo, che ha vissuto l’ennesimo atto una settimana fa. In tutto ciò, ovviamente, le Camere sono rimaste impantanate, prima delle manovre lacrime e sangue varate in fretta e furia dai “professori” per evitare danni irreparabili. In uno scenario simile c’è, paradossalmente, il rischio di rivivere una stagione tale e quale. Ecco perché Beppe Grillo, alla fine di ogni intervento sul suo blog, scrive: «Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere».

Twitter: @GiorgioVelardi

«Le primarie non siano la resa dei conti nel Pd. L’Idv? Più vicino al centrosinistra dell’Udc» – da “Il Punto” del 28/09/2012

Pina Picierno ha 31 anni, eppure non è fra i «rottamatori» del Pd. Sostiene Bersani, ma definisce Renzi «una delle nostre risorse migliori». Auspica «un riavvicinamento fra Pd e Idv». Poi chiosa: «Spero si faccia una buona legge elettorale, ma senza le preferenze: in alcune zone sono sinonimo di cattiva politica e malaffare».

Le primarie sembrano una cosa “da uomini”. Possibile che, a parte Laura Puppato, non ci siano altre donne a rappresentare il Pd?

«Nel Pd ci sono donne brave e competenti. Persone che possono rappresentare il futuro – penso a Debora Serracchiani e a Laura Puppato – e che sono già colonne portanti della nostra classe dirigente. Il senso delle primarie non va stravolto: dalla contesa uscirà il possibile successore di Monti, non vorrei si trasformassero in una resa dei conti fra i movimenti interni al partito».

Lei dice di sostenere Bersani, però su Matteo Renzi ha avvisato: «Basta attaccarlo, fargli la guerra è tafazzismo». Quindi?

«Renzi è fra i più bravi nell’intercettare gli umori degli italiani, quindi snobbarlo è un errore. Io sono “bersaniana” perché – come dice il segretario – lavoro per la ditta. Le risorse vanno valorizzate, per questo non mi piace il comportamento di alcuni dirigenti che non capiscono che la classe politica – e più in generale quella dirigente dell’Italia – ha bisogno di rinnovamento. Da Renzi prendo le distanze rispetto alle sue idee in ambito economico, soprattutto quando dice di stare con Marchionne. Deve lavorare di più sui contenuti e meno sugli slogan».

Eppure qualcuno già parla di un accordo fra lui e Bersani dopo la vittoria di quest’ultimo alle primarie…

«A giudicare dallo spessore del confronto non credo ci sia nulla di precostituito. Dobbiamo capire bene se queste saranno primarie di partito o di coalizione. Se fossero interne al Pd, allora sarebbe meglio prendere una decisione attraverso il congresso».

Capitolo alleanze: come giudica una possibile partnership con l’Udc?

«Credo che l’alleanza fra l’Udc e il Pd convenga più a loro che a noi. In molte regioni, compresa la “mia” Campania, i centristi sono alleati con il Pdl. E Casini è lo stesso che ha governato con Berlusconi fino al 2006. Non si può essere uomini per tutte le stagioni, c’è bisogno di chiarezza».

Vendola probabilmente sarà della partita, Di Pietro (per ora) no. Con l’Idv non c’è margine di trattativa?   

«Di Pietro è dentro il centrosinistra molto più dell’Udc. Spero in un riavvicinamento fra noi e l’Idv: non ci guadagnerebbe solo il partito, ma gli italiani».

Twitter: @GiorgioVelardi

Patto anti-scissione – da “Il Punto” del 28/09/2012

Il piano per evitare che il partito imploda a causa del passo indietro degli ex An. Che starebbero trattando con il Cavaliere seggi “sicuri” alla Camera alle prossime elezioni. Gli ex ministri sono in fibrillazione: hanno paura di non essere ricandidati

«Berlusconi è diventato come un taxi: tutti vogliono salire a bordo della sua auto. E il giorno dopo le elezioni, ottenuto ciò che volevano, i suoi “passeggeri” scenderanno in blocco. Anche perché, come lei capirà, questa è l’ultima occasione in cui il Cavaliere potrà far eleggere qualcuno». Comincia così il colloquio de Il Punto con un ex esponente del Pdl che svela le grandi manovre interne al partito. Rivelazioni che arrivano nel giorno in cui la situazione nel Lazio precipita quasi fino a schiantarsi, con Berlusconi chiamato alla personale “discesa in campo” – in attesa che dica ufficialmente se sarà o meno della contesa per le politiche del 2013 – per evitare l’effetto domino ad un mese dalle elezioni in Sicilia e con le comunali di Roma alle porte (senza dimenticare la Lombardia, dove tra Roberto Formigoni e la Lega Nord è in atto una tregua armata).

ACCORDI E COMPROMESSI - «Ovviamente – aggiunge il nostro interlocutore – fra quelli che usufruiranno del passaggio di Berlusconi ci sono anche gli ex An». Pomo della discordia da mesi, nelle segrete stanze di via dell’Umiltà. Sempre prossimi alla scissione, spesso contrari alle linee guida del partito, i discendenti del Movimento Sociale non hanno mai nascosto il loro malumore, complici anche le dichiarazioni al vetriolo di qualche ex forzista della prima ora come Nunzia De Girolamo («Meglio Renzi di La Russa e Gasparri», ha fatto sapere la deputata campana) e Giancarlo Galan, e le lotte intestine fra le correnti. Ma se il Pdl sembra già sull’orlo del baratro, l’ennesima diaspora – dopo aver già perso 80 fra deputati e senatori dall’inizio della legislatura, come vi avevamo raccontato la scorsa settimana – segnerebbe la morte definitiva del partito. Fra l’altro alla fine di ottobre si voterà in Sicilia. Una Regione strategica nei piani di Berlusconi, dove il Popolo della Libertà ha deciso di appoggiare il candidato de La Destra Nello Musumeci. Quindi meglio evitare cataclismi e scendere a compromessi. Quali, per esempio? «Pare che gli ex An abbiano già chiesto al Cavaliere circa 20 seggi alla Camera in vista delle prossime elezioni. Prima i numeri erano più alti – si parlava di 50 posti –, poi però il rischio di una scissione postuma ha portato ad un ridimensionamento». Dunque le polveri sembrano poter prendere fuoco, malgrado i tentativi dell’ex premier di tenere serrate le fila e dare la parvenza di solidità e compattezza.

PAURA FRA GLI EX MINISTRI - Il Pdl oscilla, nei sondaggi, fra il 17 e il 21%. Alle elezioni del 2008 raccolse il 37,38% (conquistando 276 seggi alla Camera e 146 al Senato), alle Europee di un anno dopo il 35,3, staccando di quasi 10 punti il Pd. Oggi le statistiche dicono altro. Fotografano una realtà fatta di scandali, dimissioni, cambi di casacca e fallimenti, vedi quello del segretario Angelino Alfano (che non ha saputo risollevare le sorti del partito malgrado la personale investitura di Berlusconi). Il rischio è quello, per utilizzare un’espressione in voga da qualche mese a questa parte, di andare incontro ad una spending review elettorale senza precedenti, perdendo più di un terzo dei seggi. E a temere maggiormente ci sono i pesci grossi. Non è un caso, dunque, che solo poche settimane fa in un’intervista a Il Mattino Fabrizio Cicchitto abbia dichiarato che «un terzo dei parlamentari va scelto dai partiti con i listini bloccati. Di questo strumento si è fatto un pessimo uso – spiegava il capogruppo alla Camera dalle colonne del quotidiano campano –, ma senza di essi una serie di parlamentari di alto livello non sarebbero entrati o non entrerebbero più in Parlamento. Serve equilibrio, non demagogia». A questo proposito, la nostra fonte afferma: «Ci sono ex ministri che temono non solo per la loro rielezione, ma addirittura per la ricandidatura. È emblematico il caso della Lombardia, anche se in tutto il Nord ci sarà un crollo». Piccola digressione, necessaria per spiegare chi rischia davvero fra Milano e dintorni. Nella circoscrizione 1, ad esempio, sono inseriti Ignazio La Russa, Maurizio Lupi, Paolo Romani e Gianfranco Rotondi; nella 2 l’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini; nella 3 un ex An di lusso come Massimo Corsaro. Ma la Regione governata da Formigoni non è l’unica fonte di preoccupazione per i “senatori” del Pdl. «In Veneto (circoscrizione 2, ndr) è stato eletto Renato Brunetta. Con l’aria che tira sembra però che ora voglia candidarsi in Campania, in virtù di una casa che possiede a Ravello (comune in provincia di Salerno, ndr)». Un luogo che l’ex ministro della Funzione pubblica ha nel cuore: è quello dove, nel luglio 2011, ha sposato Titti Giovannoni. E dove ormai è di casa: chiedere per credere all’Hotel Bonadies, che Brunetta ha definito «la mia seconda famiglia». Più in generale, «sono in molti quelli che cercano di spostarsi. Il Lazio era un bacino solido, ma dopo quanto accaduto recentemente è venuto meno. Insomma, si stanno muovendo le tombe di famiglia pur di conservare il posto», conclude ironicamente l’interlocutore.

CARO “PORCELLUM”… - Dal palco di Atreju Angelino Alfano ha rassicurato tutti: la legge elettorale si farà entro la prima decade di ottobre. Anzi, ha incalzato il segretario, «chiediamo a coloro i quali in modo indiretto stanno difendendo il “Porcellum” di farlo pubblicamente». Peccato che, a ben guardare, sia proprio il Pdl a trarre i maggiori vantaggi dal mantenimento dell’attuale sistema di voto. I tempi per l’approvazione stringono, e il fatto che dopo mesi di trattative e di richiami del Capo dello Stato la situazione sia uguale a prima fa pensare che i cavilli – vedi il nodo che riguarda la reintroduzione o meno delle preferenze – siano in realtà dei semplici escamotage per annacquare il tutto. Ne è sicuro anche Pino Pisicchio, capogruppo alla Camera dell’Api, che il 20 settembre scorso ha scritto su Europa (organo ufficiale del Pd) che «i recenti resoconti descrivono un preoccupante impasse al Senato, dov’è partito il confronto». Questo perché – argomentava Pisicchio – «abbandonato lo schema originario che reggeva sull’intesa tra i partiti che sostengono il governo Monti, si profila l’ipotesi concreta di un blitz del Pdl e della Lega, forte dei numeri favorevoli al Senato, con la possibile adesione dell’Udc, se l’impianto includesse il voto di preferenza. Impostazione che, per la storica avversione del Partito democratico alle preferenze, rappresenta un considerevole gesto di rottura del patto tra i partiti della “strana maggioranza”». Il rischio concreto è «la produzione del nulla, con l’inesorabile ritorno del “Porcellum”, poiché il voto alla Camera non solo propone una diversa platea elettorale quanto a numerosità della maggioranza del Senato, ma anche la votazione segreta della legge elettorale». Esattamente quello che sembra volere il Pdl. Cambiare tutto per non cambiare niente. In pieno stile gattopardesco.

Twitter: @GiorgioVelardi