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Posts Tagged ‘Paolo Gentiloni’

Fake news mai per caso. Inventarle rende bene

martedì, aprile 18th, 2017

FakeNewsC’è chi, pensate, è riuscito a guadagnare anche 10mila dollari al mese con una “bufala” sul web. Sì, avete letto bene: 10mila dollari. Una cifra che magari un comune lavoratore porta a casa in un anno. Quello delle panzane online, infatti, non è solo un gioco, un passatempo per adolescenti che non sanno come occupare il loro tempo libero. Anche se la percezione dei più resta questa. Molto spesso, dietro ai siti o alle pagine social che spargono “veleno” in rete – la fake news sulla sorella della presidente della Camera Laura Boldrini è solo l’ultimo caso – c’è un vero e proprio business. Che coinvolge, spesso loro malgrado (spesso no), anche le società che si occupano della raccolta pubblicitaria. “Fare una stima di quanto valga questo ‘mercato’ sia a livello nazionale sia mondiale è ancora difficile”, spiega a La Notizia Paolo Attivissimo, giornalista e consulente informatico ma, soprattutto, ‘cacciatore di bufale’ sul web. Però “ci sono aziende che arrivano a guadagnare decine di migliaia di euro al mese con dei costi di gestione assolutamente risibili”. Di fatto “è tutto profitto”.

Proprio così. La dimostrazione plastica arriva dagli Stati Uniti, dove Paul Horner, specialista nella creazione di siti di fake news, ha recentemente rivelato al Washington Post di guadagnare, grazie a Google AdSense (il servizio di banner pubblicitari offerto da Google) 10mila dollari al mese. Soldi che Horner ha sostenuto di poter guadagnare anche in sole 24 ore se una “bufala” diventa virale.

Soldi-soldi-soldi – Non solo. Durante l’ultima campagna elettorale americana un gruppo di adolescenti macedoni ha dato vita a un centinaio di siti fittizi a sostegno di Donald Trump. Che siano risultati decisivi ai fini del risultato finale? Difficile da dire. Quel che è certo è che l’operazione ha permesso loro di guadagnare qualcosa come 5mila dollari al mese. Mica male. “Il meccanismo per fare profitto è quello delle inserzioni pubblicitarie ma spesso – chiarisce Attivissimo – le agenzie non sanno precisamente dove verranno pubblicati gli annunci. Un caso emblematico è quello di Breitbart News, un sito di estrema destra razzista e sessista tanto caro a Trump, che con questo sistema riesce ad incassare parecchi soldi pubblicando la réclame di grandi marchi i quali però sono all’oscuro di tutto”. E le agenzie pubblicitarie? “Traggono un profitto portando a casa una commissione”. Il più classico dei circoli viziosi, insomma. Anche in Italia il numero di siti di fake news e relative pagine social (soprattutto su Facebook) è in costante ascesa. A metà dicembre scorso uno di questi, LiberoGiornale.com (crasi fra due testate conosciute, Libero e Il Giornale, che nulla hanno a che vedere col portale in questione), è stato chiuso dopo aver pubblicato una notizia falsa sul premier Gentiloni che invitava gli italiani a fare sacrifici e a non lamentarsi.

Virilità e viralità – Un altro, Senzacensura.eu, è stato oscurato circa due anni fa. Il curatore, un adolescente molisano, spiegò al sito de L’Espresso di “viaggiare” sulle 500mila visualizzazioni al mese. I contenuti pubblicati erano fake news sugli immigrati. “Ogni mille visite guadagnavo due euro”, spiegò l’interessato: “Perché pubblicavo notizie infondate? Come gli uomini cercano la virilità, io inseguivo la viralità. Mi costruivo da solo i miei scoop. E provavo a guadagnarmi in questo modo qualche euro”. Nessuna impronta politica o razziale, insomma. “Molti di coloro che si sono ‘buttati’ in questo settore – conclude Attivissimo – sono assolutamente neutrali, non hanno un programma politico o quant’altro. È semplicemente un’idea imprenditoriale che definirei cinica, perché non si prendono minimamente in considerazione le conseguenze che la diffusione di certe ‘notizie’ possono avere”. 

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 aprile 2017 per La Notizia

Anche Gentiloni ha la fiducite. Sulle leggi si vota e basta

lunedì, aprile 3rd, 2017

Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia

Legge sulle lobby, dal Parlamento solo melina. Provvedimento fermo da due anni a Palazzo Madama

giovedì, marzo 16th, 2017

6lobbistiSono tutti favorevoli, almeno a parole. Dal ministro della Giustizia (oggi candidato alla segreteria del Pd), Andrea Orlando, fino alla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. Passando per la presidente della Camera Laura Boldrini e il numero uno dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone. Peccato però che ancora oggi, a 41 anni esatti dalla presentazione della prima proposta in merito, l’Italia non si è ancora dotata di una legge che regoli l’attività di lobbying. Tutto, tragicamente vero. E finora anche questa legislatura, nonostante gli squilli di tromba, non ha fatto eccezione.

Eppure, pensate, due anni fa – era il 9 aprile 2015 – la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha adottato come testo base quello dei due senatori ex M5S, Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista. Sembrava la “volta buona”, per dirla col gergo renziano. Invece? Che fine ha fatto il disegno di legge? È arenato nella secche dell’organismo parlamentare, come ha spiegato a La Notizia lo stesso Orellana, “e il fatto che non sia ancora stato scelto il sostituto della presidente Finocchiaro e che il relatore, Francesco Campanella, non sia più in commissione, certamente non aiutano”. Un quadro tutt’altro che rassicurante, insomma, che lascia presagire come anche stavolta, quando manca un anno alla fine del quinquennio, si arriverà ad un nulla di fatto. Ecco perché c’è chi, per uscire dall’impasse, immagina un’unica soluzione.

Paravento – “Visto che il Parlamento ha dimostrato di non avere alcuna volontà di approvare la legge, il Governo Gentiloni dovrebbe intervenire con un decreto”, dice senza mezzi termini Pier Luigi Petrillo, professore di Teorie e tecniche del Lobbying all’Università Luiss, considerato uno dei massimi esperti italiani in materia. Misura resa necessaria, argomenta Petrillo, “dal combinato disposto tra il finanziamento privato alla politica e il reato di traffico di influenze illecite, al momento piuttosto difficile da dimostrare”, che rischiano di diventare una bomba in campagna elettorale. Certo, sarebbe ingiusto dare la colpa dello stallo esclusivamente agli attuali eletti. “Perché la politica non è mai intervenuta a dovere? Semplice: non vuole far emergere il fatto che in alcuni casi è stata suddita di certi gruppi di pressione. Meglio usare quello delle lobby come un ‘paravento’”, spiega il docente. Non solo. “Per tanti anni in Italia il vuoto normativo ha consentito alla politica e soprattutto ai partiti di scegliere a quali interessi dare spazio e a quali no, secondo una logica clientelare – aggiunge Petrillo –. Al contrario, una legge avrebbe portato ad un’ulteriore erosione del consenso delle forze politiche”.

Confusione – A sentire l’esperto, a poco sembrano servire anche quei piccoli passi in avanti fatti recentemente. Come l’introduzione da parte della Camera di un registro dei portatori di interessi o le agende degli incontri con aziende e stakeholder del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e del viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini. O i regolamenti approvati da alcune Regioni. “Regole diverse da un ente all’altro rischiano di creare solo confusione e schizofrenia”, dice a questo proposito Petrillo: “Quello che è lobby per la Toscana non lo è per il Molise e così via. Di più: Montecitorio confina questa attività alle proprie sedi, come se il lobbista svolgesse il suo lavoro solo recandosi fisicamente nel Palazzo. Ciò è assurdo”. Quello che l’Esecutivo deve fare è quindi “avviare una sperimentazione, introducendo poche regole chiare per un periodo non eccessivamente lungo per poi intervenire con norme più dettagliate e specifiche, come quelle tedesche o canadesi”, conclude l’esperto. Chissà se qualcuno gli darà ascolto.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 15 marzo 2017 per La Notizia

Otto marzo, c’è poco da festeggiare. Tra partiti e grandi aziende la parità dei sessi è ancora un miraggio

mercoledì, marzo 8th, 2017

8-marzo-mimosaTrenta per cento. È questa la quota di donne in alcuni dei luoghi che contano della politica (non solo quella italiana) e dell’economia. Certo, si tratta di numeri in crescita rispetto al passato, come ha rivelato l’ultimo dossier di Openpolis dal titolo “Trova l’intrusa”. Ma se dal mero dato quantitativo, chiarisce l’associazione, si passa all’aspetto qualitativo le cose cambiano parecchio. Così, analizzando le varie situazioni, si scopre per esempio che se da un lato è vero che alle ultime amministrative due donne, Virginia Raggi e Chiara Appendino (entrambe del Movimento 5 Stelle), sono state elette sindache di importanti città come Roma e Torino, dall’altro nei 106 capoluoghi di provincia le prime cittadine sono appena 9, l’8,4%. La parità, nonostante slogan e buoni propositi, resta dunque un miraggio.

Prendiamo il Parlamento. La legislatura in corso è quella che ha visto la maggior presenza femminile di sempre. Alla Camera le deputate sono il 31,30% del totale degli eletti, ma quelle che occupano poltrone “di peso” sono il 19,23%. Al Senato le cose viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda. La presenza di quote rosa fra gli scranni scende infatti al 29,6% mentre aumenta il numero di quelle che ricoprono incarichi importanti: 25,58%. Un po’ poco, obiettivamente, rispetto a quelli appannaggio dei colleghi maschi.

Indietro tutta – Che dire poi del Governo? Se tre anni fa quello guidato da Matteo Renzi faceva registrare una percentuale femminile del 26,23% (16 su 61 tra ministri, viceministri e sottosegretari), Paolo Gentiloni è partito senza scelte eclatanti in fatto di parità, con il 27,78% di ministre: 5 su 18 di cui due senza portafoglio. Questo vuol dire che nel Consiglio dei ministri il 40% dei ministri senza portafoglio è donna; le viceministre sono il 14,29% del totale mentre tra i sottosegretari il 31,43% è donna. La musica non cambia nemmeno nelle giunte e nei consigli regionali, fa notare ancora Openpolis. Le governatrici sono appena 2, Debora Serracchiani (Friuli-Venezia, Pd) e Catiuscia Marini (Umbria, Pd), e le donne restano lontane dalla gestione dei capitoli più importanti. Le assessore sono infatti molto più rare nelle tre materie che compongono la quasi totalità dei budget regionali: bilancio (dove sono appena il 15%), urbanistica, infrastrutture e trasporti (24%) e sanità (25%).

Fuorigioco – Ma non c’è solo la politica. Un capitolo a parte meritano infatti anche le grandi aziende e i loro consigli di amministrazione (Cda). Lo scorso anno, ha calcolato l’associazione, le donne sono arrivate ad occupare 687 poltrone in Cda e organi di controllo. Un record se, come detto precedentemente, si guarda esclusivamente al dato numerico. Scavando si scopre però che in queste realtà le donne hanno per lo più incarichi non esecutivi: nel 68,56% dei casi si tratta di amministratrici indipendenti, quindi di figure non legate ai dirigenti esecutivi o agli azionisti, chiamate a vigilare nel solo interesse della società. Man mano che si sale al vertice, per di più, queste diminuiscono: solo il 3% è presidente o presidente onorario e solo il 2,47% amministratrice delegata. Si tratta di un problema che non riguarda solo l’Italia, sia chiaro. Ecco perché, purtroppo, c’è ancora poco da festeggiare.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 7 marzo 2017 per La Notizia

Gentiloni stai davvero sereno. Il viceministro Bubbico è passato con Mdp, ma rassicura: “Fiducia doverosa”

giovedì, marzo 2nd, 2017

11190908283_4814201231_bSi sono costituiti ieri sia a Montecitorio (37 deputati guidati da Francesco Laforgia) sia a Palazzo Madama (14 senatori capitanati da Maria Cecilia Guerra) i gruppi di Articolo 1 – Movimento democratico e progressista. Al Senato, fra i membri c’è anche il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

Senatore, Gentiloni può “stare sereno”?
Sono meridionale e perciò scaramantico, eviterei di usare certe espressioni… La serenità va conquistata di giorno in giorno, agendo per confermare gli obiettivi annunciati.

Continuerete ad appoggiare il Governo o no?
I neonati gruppi di Democratici e progressisti confermano la fiducia all’Esecutivo, una fiducia che personalmente reputo doverosa perché l’Italia possa essere aiutata a ritrovare la via migliore per rilanciarsi e tornare a crescere. Si tratta ora di capire come questa nostra volontà possa essere effettivamente declinata.

Lei continuerà a far parte dell’Esecutivo?
Sono pronto a fare un passo indietro in ogni circostanza.

Il premier sapeva che avrebbe lasciato il Pd?
Certamente. Della decisione che ho assunto ho informato per tempo sia lui sia il ministro Minniti.

Quali sono le vostre priorità?
Il problema principale è quello di affrontare la questione economico-sociale. Gentiloni sta lavorando per garantire stabilità, rassicurare i mercati e mantenere un rapporto proficuo coi partner europei. Va interrotto in tutti i modi il processo recessivo in atto da troppo tempo.

Veniamo al Pd. Nei giorni scorsi Renzi ha detto che dietro la scissione c’è la regia di D’Alema…
Ha detto bene Bersani: l’artefice della nostra fuoriuscita è stato l’ex segretario. Nel Pd c’è una visione e un metodo che ci auguriamo sia lo stesso Renzi a correggere. Qui non è in discussione una persona ma il destino del Paese. Vanno superati quegli atteggiamenti ascrivibili ad arroganza e provincialismo.

A cosa si riferisce?
Una manifestazione tipica del provincialismo è quella di cercare le soluzioni altrove. Tradotto: non serve andare in California, basta guardare alla complessità del mondo e alle nostre risorse inespresse.

Orlando o Emiliano potrebbero “ricucire” lo strappo?
Vorrei tanto che fosse Renzi a fare opera di pacificazione, prendendo atto del fatto che non è il capo di una tribù ma di una comunità ricca e articolata.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 marzo 2017 per La Notizia

Renzi sconfessa se stesso. Il voto subito affossa 73 leggi. Ecco tutte quelle che saltano se si va alle urne

giovedì, dicembre 29th, 2016

Renzi_1Ci sono voluti mesi, in alcuni casi addirittura anni, per approvarli in almeno uno dei due rami del Parlamento. Ma adesso, vista l’ipotesi molto probabile di tornare alle urne prima della scadenza naturale della legislatura (2018), rischiano di essere condannati a morte certa. Di cosa stiamo parlando? Dei 73 provvedimenti che, secondo i calcoli dell’associazione Openpolis, dal 2013 ad oggi sono stati approvati da Camera o Senato ma che sono rimasti nel limbo, complici anche i veti incrociati tra le forze che compongono la maggioranza di Governo. E che dopo il referendum del 4 dicembre scorso e il cambio della guardia a Palazzo Chigi fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, utile più che altro a scrivere una nuova legge elettorale e andare in fretta a votare, rischiano di essere ridotti a carta straccia. Alcuni, fra le altre cose, sono dei veri e propri cavalli di battaglia dell’ex sindaco di Firenze, colui che più degli altri spinge per le elezioni anticipate.

Nel dimenticatoio – In testa ci sono, senza dubbio, il conflitto d’interessi e il cosiddetto ius soli. Del primo provvedimento, Renzi parlò dal palco della Leopolda a novembre 2012. “Faremo la legge nei primi cento giorni”, assicurò. Poi a maggio 2015 fu l’allora ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, a rincarare la dose. Com’è andata a finire? Il testo approvato il 25 febbraio 2016 alla Camera, relatore Francesco Sanna (Pd), è bloccato in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama. E lì, a meno di clamorosi colpi di scena, è destinato a rimanere. Anche sullo ius soli l’ex premier si è più volte espresso pubblicamente. L’ultima esattamente un anno fa, quando disse che il 2016 sarebbe stato l’anno dei diritti civili, compresa la legge sulla “nuova” cittadinanza. Eppure anche il provvedimento approvato ad ottobre 2015 in prima lettura dalla Camera è rimasto incagliato al Senato e tanti cari saluti.

Tempo scaduto – Che dire, poi, del ddl concorrenza? Pure stavolta le cose sono andate per le lunghe. Il ddl è stato adottato dal Consiglio dei ministri il 20 febbraio 2015, praticamente due anni fa. Il via libera della Camera è arrivato invece il 7 ottobre dello stesso anno, quello della commissione Industria di Palazzo Madama il 2 agosto 2016. Risultato: complice il referendum, la discussione è slittata sine die. Rischia di finire nel dimenticatoio, ma questa volta non casualmente (visto il niet dei partiti dei Centrodestra), il ddl che introduce il reato di tortura, approvato sia al Senato (marzo 2014) sia alla Camera (aprile 2015). Ma nel lungo elenco figurano anche la legge sulla tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo, la riforma del processo penale e quella dei partiti. Certo, si tratta di una situazione non proprio nuova, visto che anche alla fine della passata legislatura furono lasciati in sospeso lo stesso numero di provvedimenti. Ma forse mai come stavolta, in nome della “rottamazione”, bisognava invertire il trend.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 28 dicembre 2016 per La Notizia)