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Il problema non sono i Tar, ma i nostri politici (vedi alla voce “legge elettorale”)

AskingForHelpNelle ultime 24 ore il “dagli addosso al Tar” è diventato il nuovo sport nazionale, sapientemente praticato da Renzi&Franceschini in ottica elettorale. Ma in medio stat virtus, dicevano i latini. E se le leggi sono scritte male, a fronte di ricorsi vari la colpa non può certamente essere di chi le fa rispettare.

Perché nel Belpaese l’andazzo è questo: si scrivono norme pasticciate, confuse, buone per il presente. E se poi dopo qualche mese/anno non vanno più bene? Che problema c’è: le si cambiano, aggiungendo confusione a confusione. Prendete la legge elettorale. Per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni, cioè da quando è stato approvato l’Italicum promosso da Matteo Renzi (maggio 2015), nessun altro aggettivo è adatto se non “sconcertante”. Non solo perché nessuno – a differenza di quanto andava dicendo l’allora segretario-premier – ce l’ha copiato; ma perché dopo l’intervento della Consulta, che l’ha dichiarato parzialmente incostituzionale, stiamo assistendo a un ridicolo balletto di veti incrociati e interessi di bottega.

Riassunto delle ultime due settimane. Il 16 maggio il presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, è stato costretto a ritirare il testo base (che estendeva l’Italicum al Senato) presentato 5 giorni prima. A chi non piaceva? Al Pd, di cui è segretario Renzi, quello che «l’Italicum ce lo copierà mezza Europa». Poi è arrivato il Rosatellum, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario. Ma pure questo già non va più bene, perché nel frattempo Berlusconi ha detto che lui è favorevole al “tedesco” (proporzionale). Sistema che però – si vedano le simulazioni pubblicate oggi dal Corsera – garantirebbe una maggioranza solo con le larghe intese: Pd, Forza Italia e imprecisati “altri” nel primo caso; 5 Stelle, Lega e FdI nell’altro (ammesso che il partito della Meloni superi lo sbarramento del 5 per cento). 

Buona giornata (e tanti auguri).

Twitter: @GiorgioVelardi

Anche Gentiloni ha la fiducite. Sulle leggi si vota e basta

Primo_Consiglio_dei_ministri_del_governo_GentiloniPersino il chiaro atto d’accusa di Pietro Grasso è rimasto inascoltato. Decretazione d’urgenza e voti di fiducia, disse il presidente del Senato pochi giorni prima del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre parlando agli studenti della Luiss, “mortificano il ruolo primario del Parlamento” che fatica a svolgere la propria funzione a causa della “frammentazione politica e del trasformismo”.

Il risultato? Mercoledì, proprio a Palazzo Madama, il Governo di Paolo Gentiloni ha posto l’ennesima questione di fiducia (passata con 145 voti sì e 107 no), stavolta sul cosiddetto decreto legge migranti che prevede l’apertura di nuovi centri di identificazione ed espulsione (Cie) e procedure più rapide per l’espulsione degli immigrati irregolari. Sarà che quello guidato dall’ex ministro degli Esteri è considerato come un Esecutivo “fotocopia” del precedente con a capo Matteo Renzi, fatto sta che l’andazzo è rimasto pressoché identico. Dal 12 dicembre, giorno in cui è entrato in carica, il Governo ha già usato lo strumento della fiducia 6 volte: una media di due al mese, come ha fatto notare Openpolis.

Il confronto – In precedenza, la stessa era già stata posta due volte per il decreto salva banche (sia alla Camera sia al Senato), due volte per il Milleproroghe (anche in questo caso in entrambi i rami del Parlamento) e a Palazzo Madama per l’approvazione del ddl sul codice penale. Non proprio benissimo, se si considera che il rapporto fra voti di fiducia e leggi approvate è al 40% e in questa legislatura ne sono già state poste 82: “solo” 10 sotto il Governo di Enrico Letta, 66 durante quello dell’ex sindaco di Firenze e segretario del Pd e 6 – appunto – da quello di Gentiloni. E potrebbe non essere finita qui se è vero, come riferito nei giorni scorsi da alcuni organi di stampa, che dopo due anni di tira e molla anche il ddl concorrenza si appresta a sbarcare nell’Aula di Palazzo Madama “blindato” dalla fiducia. Staremo a vedere. Quel che è certo, al momento, è che dal quarto Governo di Silvio Berlusconi in poi (2008/2011), soltanto Mario Monti e i “suoi” tecnici avevano raggiunto livelli superiori (45,13%) con una media di 3 al mese.

Oltre i limiti – Insomma, i nostri Esecutivi hanno un evidente problema di “fiducite”. Se n’era accorto, già una decina d’anni fa, pure l’oggi presidente emerito Giorgio Napolitano. Messaggio che l’ex capo dello Stato aveva più volte ribadito prima di passare il testimone a Sergio Mattarella. La fiducia, disse per esempio “Re Giorgio” nel 2011, “non dovrebbe eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. Com’è andata a finire? Che due anni fa, come noto, il Governo Renzi decise addirittura di porla sulla legge elettorale, quell’Italicum che non solo non è stato “copiato” da mezza Europa (“Matteo” dixit) ma che è stato pure “rottamato” dalla Corte costituzionale, scatenando l’ira sia delle opposizioni sia della minoranza del Pd.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 1 aprile 2017 per La Notizia

Da Accozzaglia a Zagrebelsky, l’alfabeto del referendum per cambiare la Costituzione

referendumDomenica si va in campo, anzi, alle urne. Gli italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale più ampia e complessa nella storia della Repubblica, visto che il ddl Boschi prevede la modifica di oltre 40 articoli della Carta. In questi mesi se ne sono sentite di tutti i colori. Fra insulti, gaffe ed endorsement, ecco l’alfabeto del referendum.

A come Accozzaglia – Vuol dire “turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose”. Il premier ha usato questa espressione per apostrofare il variegato universo schierato per il No alla riforma. “In questo referendum c’è un’accozzaglia di tutti contro una sola persona senza una proposta alternativa”, le parole di Renzi. “Abbiamo messo insieme D’Alema e Grillo”. Poi però il numero uno di Palazzo Chigi ha fatto retromarcia: “Mi scuso se ho offeso qualcuno, facciamo coalizione coesa”. La sostanza non è cambiata granché.

B come Boschi e Berlusconi – La prima è la madre della riforma, il secondo uno dei suoi grandi oppositori: voterà No ma non disdegnerebbe un successo del Sì, complici le aziende. In questi mesi Maria Elena ha girato l’Italia in lungo e in largo, senza contare le numerose ospitate tv. Poi l’hanno mandata all’estero e non è filato sempre tutto liscio. Come quando è stata contestata a Zurigo e per un attimo ha perso la calma e il sorriso. Che dire invece del leader di Forza Italia? Se il ddl Boschi passasse, ripete, il rischio è di “una dittatura di un uomo solo al comando”. Ma Mediaset vota Sì. E allora…

C come Cnel – Secondo i (pochi) sondaggi che hanno “spacchettato” il quesito, l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è una delle poche cose votabili della riforma. Istituito nel 1957, ha diritto all’iniziativa legislativa ma in 59 anni ha presentato “solo” 14 proposte, nessuna delle quali diventata legge. Quanto si risparmierà con la sua eliminazione? Il Governo dice 20 milioni. Su Lavoce.info però l’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ha parlato di soli di 3 milioni. “Il motivo principale è che la riforma ha disposto che tutto il personale del Cnel venga assunto dalla Corte dei Conti, quindi non vi sarà alcun risparmio su quel fronte”. Non proprio un grande successo.

D come Delrio – Se Renzi dovesse perdere il referendum e lasciare la guida del Governo, il nome del ministro dei Trasporti è in pole per sostituirlo. Anche se si tratterebbe di un cambio “di facciata”. Più un Renzi-bis senza Matteo che un Delrio I. Lui comunque ha le idee chiare: “Se vince il no bisognerà rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato che deciderà il da farsi”. Insomma, Delrio è pronto. Poi si vedrà.

E come Economist – Prima No, poi Sì. Ci mancava solo il forse. La scorsa settimana il noto giornale britannico (di cui Exor, società della famiglia Agnelli, è il principale azionista) è stato al centro di un caso abbastanza singolare: giovedì l’edizione settimanale si è schierata contro il ddl Boschi, prefigurando la creazione di un “governo tecnocratico” se Renzi dovesse perdere. Apriti cielo. Ma l’annuale, uscito il giorno dopo, ha invece rivolto un endorsement al Sì, prefigurando “instabilità politica e forse anche economica” in caso di successo del No. Idee chiare…

F come Financial Times – Che la stampa internazionale abbia partecipato attivamente a questa lunga campagna elettorale è indubbio. In questo quadro, non poteva mancare l’importante quotidiano economico-finanziario del Regno Unito. Se il prossimo 4 dicembre “Renzi perderà il referendum fino a 8 banche italiane rischiano di fallire”, ha scritto il Ft. L’invasione delle cavallette è scongiurata. Per ora.

G come Governo tecnico – Non solo l’ipotesi Delrio. Come ricordato, l’Economist ha aperto alla possibilità di un Governo tecnico in caso di sconfitta del Sì. Spauracchio subito agitato dal premier per fare propaganda per il Sì. Avevate dubbi?

I come Italicum – È la legge elettorale approvata a maggio 2015 ed entrata in vigore il 1° luglio 2016, che tutti vogliono già cambiare e sulla quale pende la pronuncia di legittimità della Consulta. È stato uno dei principali terreni di scontro fra i renziani e la minoranza del Pd, schierata per il No (con l’eccezione del “pontiere” Gianni Cuperlo). Per alcuni, le caratteristiche dell’Italicum amplificano gli squilibri della riforma; per altri la nuova legge elettorale per la Camera è coerente con le innovazioni costituzionali.

L come Lettere – Quelle che Renzi ha mandato agli italiani all’estero hanno scatenato un putiferio. Ma per certi versi si sono rivelate un boomerang per il premier, visto che un refuso riguardante l’indirizzo del sito Internet del comitato per il Sì ha finito con l’aiutare il No. Scherzi del destino.

M come Movimento 5 Stelle – A pochi giorni dal referendum è stato “colpito” dallo scandalo delle presunte firme false a Palermo. È però il vero asse portante del No alla riforma. Per i grillini, il referendum potrebbe rappresentare un trampolino di lancio verso il governo del Paese se vincesse il No, ma potrebbe anche condannarli a fare l’opposizione permanente se al contrario vincesse il Sì.

N come Napolitano – Il presidente emerito della Repubblica è uno dei padri della riforma. Voterà Sì, anche se non ha gradito né i toni della campagna, definita “aberrante”, né la personalizzazione del premier. E non gli ha risparmiato una pubblica tirata di orecchie.

O come Onida – L’accoglimento del ricorso dell’ex presidente della Consulta avrebbe potuto addirittura portare allo “spacchettamento” e al rinvio del voto. Il Tribunale di Milano lo ha respinto: Renzi ha tirato un sospiro di sollievo.

P come Prodi – L’ultimo colpo di scena di ieri. Il fondatore dell’Ulivo ha annunciato che voterà Sì, anche se la riforma è “poco profonda e poco chiara”.

Q come Quorum – Trattandosi di un referendum costituzionale, non sarà necessario raggiungerlo. Sarà valido con qualsiasi numero di elettori.

R come Risparmi – Il Governo sostiene che la riforma porterà risparmi per 500 milioni di euro all’anno. Ma a ottobre 2014 la Ragioneria generale dello Stato parlava di una cifra più contenuta: appena 57,7 milioni. Dal canto suo, il già citato Perotti parla di 161 milioni a regime: 131 dalla riduzione del numero dei senatori e dall’abolizione delle indennità, 3 dall’abolizione del Cnel, 17 dalla riduzione dei compensi dei consiglieri regionali e 10 dall’eliminazione dei contributi ai gruppi consiliari regionali. Insomma, i conti di Renzi&Boschi non tornano. Sarebbe il caso di rifarli.

S come Scrofa ferita – Renzi ha usato “accozzaglia”, Grillo gli ha risposto per le rime. Il premier, ha detto il fondatore del M5S, “ha una paura fottuta del voto del 4 dicembre. Si comporta come una scrofa ferita che attacca chiunque veda. Ormai non argomenta, si dedica all’insulto gratuito e alla menzogna sistematica”. Da che pulpito…

T come Twitter – Anche questa campagna elettorale si è giocata a colpi di tweet e post su Facebook. Gli account Twitter di “Basta un Sì” e del “Comitato per il No” hanno oggi – rispettivamente – 11.300 e 7.154 follower. Su Facebook i “mi piace” sono invece 159.274 e 151.507. Secondo una recente analisi de IlSocialPolitico.it, Twitter è terreno favorevole al Comitato del Sì mentre Facebook è dalla parte del No. Vedremo come andrà nel “Paese reale”.

U come Unico – Nessuno “spacchettamento”: sulla scheda gli italiani troveranno un unico quesito. Circostanza che ha dato vita a numerose polemiche. Per come è formulato, dicono le opposizioni, rischia infatti di essere fuorviante e trarre in inganno gli elettori.

V come Verdini – È un altro dei padri indiscussi del ddl Boschi, diventato determinante anche per gli equilibri del Governo Renzi dopo la nascita del suo gruppo, Ala. “Siamo in paradiso”, disse ad aprile dopo aver incontrato a Montecitorio i vertici del Pd. E si capisce perché.

Z come Zagrebelsky – Anche l’altro presidente emerito della Consulta è stato uno dei primi a schierarsi contro la riforma, arrivando a paventare l’ipotesi di non insegnare più Diritto costituzionale se dovesse vincere il Sì. È presidente onorario del Comitato per il No ed è stato uno dei pochi (insieme all’eterno Ciriaco De Mita) ad essersi confrontato direttamente con Renzi nel dibattito televisivo moderato dal direttore del Tg La7, Enrico Mentana.

Articolo scritto il 2 dicembre 2016 per La Notizia

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Il Patto del Nazareno secondo Verdini: l’accordo Berlusconi-Renzi nei report dell’ex braccio destro al leader forzista

Ecco i punti più interessanti del libro del deputato Massimo Parisi (Ala). Costruito attraverso i rapporti scritti che lo stesso Verdini inviava al leader azzurro. Tra gennaio 2014 e gennaio 2015, data di nascita e morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd. Con racconti inediti e giudizi sprezzanti anche sugli esponenti del Pd. Renzi? “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose. Per ora è stato un perfetto trasformista”. La Boschi? “Più adatta al tema forme che al tema riforme”

verdini-renzi-6751È il racconto di una vicenda che ha indubbiamente segnato la recente storia politica italiana. Ma non solo. A sentire l’autore, il deputato di Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), Massimo Parisi, è anche “il primo tassello di un progetto politico nuovo” che sarà definito negli anni a venire. Il Patto del Nazareno, libro edito da Rubbettino presentato oggi a Roma alle 18 alla sala del Tempio di Adriano, racconta, principalmente attraverso i report che Denis Verdini era solito inviare a Silvio Berlusconi, quanto è accaduto fra il 18 gennaio 2014 e il 31 gennaio 2015, data di nascita e di morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd fra Matteo Renzi e il leader di Forza Italia. “L’idea iniziale era quella di scrivere un libro che esaltasse Renzi e Berlusconi come nuovi padri costituenti, poi le cose sono andate diversamente”, spiega Parisi. Tanto che “il primo titolo che avevo immaginato era Quelli che fecero l’Italicum”. Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere il libro in anteprima. Eccone, di seguito, i 10 punti principali.

Agli albori del patto. Uno dei primi episodi raccontati dal deputato di Ala nel suo libro è quello relativo alla possibilità che l’incontro fra Renzi Berlusconi potesse tenersi a Firenze e non nella Capitale. Qualche giorno prima del vertice al Nazareno, Parisi si reca quindi nello studio di Verdini per sconsigliargli il manifestarsi di un simile scenario: così “sembrerebbe che anche Berlusconi viene a omaggiare Renzi e a Firenze dobbiamo farci le amministrative”. Verdini risponde facendo leggere al suo interlocutore un promemoria del 14 gennaio 2014 che ha spedito al leader di FI: “Io ti consiglio ancora di vedere Renzi a Roma, presso la sede del Pd, per una serie di motivi”, scrive. Primo: “Sfatare un tabù: pensa al tuo ingresso a largo del Nazareno e al giro del mondo che faranno quelle immagini”. Due: “Questa trattativa, al di là della sostanza, che in questo caso è vita, ti riporta al centro della politica e degli assetti futuri delle istituzioni”. Infine: “Pensa all’importanza di un incontro pubblico con il segretario del Partito democratico, proprio nei mesi in cui volevano renderti ‘impresentabile’ e trattarti da ‘pregiudicato’ espulso dalla politica. Ora invece ricevuto nella sede del Pd, saresti uno dei padri fondatori della Terza Repubblica”.

Lo zio dell’Italicum. L’ex braccio destro del Cavaliere non parteciperà al faccia a faccia. “Ho detto a Renzi che lo chiamerà Gianni Letta per fissare ora e giorno dell’incontro e le relative modalità. (…) Penso che ti potrei essere utile e sarei anche orgoglioso di essere al tuo fianco in un momento così decisivo, ma non c’è bisogno che tu mi dica niente: capisco che per una questione d’immagine è meglio passare la palla a Gianni”, scrive Verdini. Ma il senatore toscano ha già intavolato la trattativa con Roberto D’Alimonte, “lo zio dell’Italicum”, come ama autodefinirsi. Il confronto fra i due si tiene domenica 12 gennaio 2014 a Firenze e dura quattro ore. “Anche in questo caso tutto avviene al riparo di telecamere e giornalisti, giacché i due si vedono nell’abitazione di D’Alimonte”, annota Parisi. È un nuovo report di Verdini a Berlusconi del 14 gennaio 2014 a raccontare com’è andata: “L’incontro è stato lungo e molto approfondito sia sul piano tecnico che su quello sociologico. (…) Per sua stessa ammissione, la conoscenza, i dati e le simulazioni che io gli ho illustrato e consegnato erano quasi del tutto identici ai suoi. (…) Dopo le basi che io e D’Alimonte abbiamo gettato – conclude – il suo successivo incontro con Renzi è stato ottimo per il possibile accordo. Di questo ho avuto notizia da entrambi”.

Telefonare Palazzo Chigi. Un altro episodio curioso, raccontato nel libro, è quello che avviene durante il vertice a Largo del Nazareno. “L’incontro dura molto più del previsto – scrive Parisi –. Alle 6 della sera, Berlusconi e Letta sono ancora seduti sul divanetto dell’ufficio di Renzi. (…) Il telefonino del segretario del Pd squilla di frequente e, stando al racconto che Berlusconi farà poco dopo a Verdini, a chiamare con insistenza è Palazzo Chigi”. Dall’altra parte del telefono, a chiamare ripetutamente Renzi, è l’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, “un altro toscano che di questa storia sarà però soltanto prima spettatore e poi vittima” che “aspetta con impazienza notizie e forse ha già in fondo capito che anche la vita del suo governo è appesa a quel vertice”.

Il perfetto trasformista. Leggendo il testo si capisce come, almeno nelle fasi iniziali del loro rapporto, Verdini non avesse grande stima di Renzi. Quando, durante la campagna del 2013 per le primarie per la leadership (poi perse dall’allora sindaco di Firenze contro Pier Luigi Bersani), Parisi cerca di mettere in guardia Verdini “dal rischio ‘Renzi’ e dalla possibilità che ottenesse un successo clamoroso e che ce lo ritrovassimo come avversario”, egli risponde: “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose”. E ancora, il 27 dicembre 2013: “Se fosse uno sciatore”, Renzi “sarebbe uno specialista degli slalom, ma ora il bluff sta necessariamente per essere visto. Tolta la rottamazione, che è un concetto piuttosto semplice, non è ancora chiaro che cosa sia esattamente il renzismo”. Di più: “Abbiamo letto tante autorevoli analisi sulla sua carica innovativa e la sua radicale discontinuità, il ricambio generazionale, il rinnovamento politico-culturale, la rigenerazione morale ed esistenziale. (…) Renzi riesce a promuovere molto bene la confezione” ma “per ora è stato un perfetto trasformista”.

Le segretarie del segretario. Tranchant sono invece i giudizi che Verdini dà dei componenti della segreteria del Pd guidata dal futuro premier. “Più che di una segreteria politica – scrive Parisi citando il report del 28 dicembre 2013 – si tratta di un gruppo di segretarie e segretari di Renzi”. Luca Lotti? “L’unica cosa che si sa di lui è che è un collaboratore di Renzi. Non solo per età e inesperienza, il profilo appare oggettivamente modesto”. Francesco Nicodemo? “Forse l’unica cosa che può aver eccitato Renzi è che questo tipo ha passato gli ultimi mesi a insultarsi con i comunicatori più vicini a Bersani, tali Stefano Di Traglia e Chiara Geloni”. Debora Serracchiani? “Studia faziosità da Rosy Bindi”. Federica Mogherini? “La solita solfa gné-gné-pacifismo-femminismo-europeismo”. Pina Picierno? “Veltroniana, franceschiniana, bersaniana e fervente anti-renziana alle scorse primarie, ma poi evidentemente pentita: un altro salto sul carro del vincitore ben riuscito”. Maria Elena Boschi? “Bella è certamente bella, a dir poco. Più adatta al tema forme che al tema riforme, si potrebbe dire”. Marianna Madia? “Ha già girato praticamente tutte le correnti del Pd”. L’unico su cui Verdini esprime apprezzamento è il vicesegretario Lorenzo Guerini: “Forse è l’unico elemento davvero bravo e interessante. Simpatico e concreto, appare (e forse è) effettivamente lontano dallo stereotipo del sinistro torvo, ideologico e trinariciuto”.

Non trattate con Nardella. Il 18 dicembre 2013 il Corriere della Sera dà notizia di un faccia a faccia fra il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, e Dario Nardella (al tempo deputato del Pd) sulla legge elettorale. I due avrebbero ragionato su una rivisitazione del Mattarellum. “L’incontro ha un impatto deflagrante: i due mediatori non sanno a quel momento dello stato avanzato (ma riservato) dei contatti Verdini-Renzi – rivela Parisi –. Verdini di per sé fa spallucce, tuttavia quando lo stato maggiore del partito si riunisce e Brunetta insiste sull’opportunità di proseguire nel contatto con Nardella, Verdini perde le staffe e i due di fronte a numerosi testimoni si prendono a male parole, fin quando, esasperato dall’insistenza del capogruppo, il fiorentino di ghiaccio viola la riservatezza cui è vincolato da settimane, tira fuori il telefonino e mostra un sms”. Il mittente è Matteo Renzi. Scrive: “Non trattate di legge elettorale con Nardella”.

L’accordo è rotto (anzi no). Più volte, come racconta Parisi, il patto del Nazareno sembra sull’orlo di rompersi. Evidente, anche se “non trapela minimamente sui giornali della domenica”, è “il disappunto di Verdini” nei confronti di Renzi al termine del fatidico incontro al Nazareno. I due avevano concordato una legge elettorale sul ‘modello spagnolo’, ma davanti a Berlusconi e Letta il segretario dem cambierà le carte in tavola. A Sant’Andrea delle Fratte, infatti, lo ‘Spagnolo’ diventerà ‘Italicum’. Renzi, come riporta il deputato di Ala, spiegherà ai suoi interlocutori che contro questo sistema “si coalizzerebbero tutti, da Napolitano a Enrico Letta, (…) con effetti devastanti sulla stessa tenuta della legislatura”. Un cambiamento sostanziale: il computo dei seggi viene spostato dal livello del collegio alla distribuzione nazionale. Ma non solo: ci sono le questioni relative alle ‘liste civetta’ e alla soglia da raggiungere per conquistare il premio di maggioranza. Senza dimenticare gli emendamenti ‘salva Lega’ e ‘Lauricella’. Il momento di massima tensione, in questa fase, è però il durissimo faccia a faccia fra Brunetta e la Boschi del 10 marzo 2014. Il capogruppo di FI chiede un incontro a Renzi (“un quarto d’ora nella pausa pranzo”) per parlare della questione delle ‘quote rosa’. Il segretario dem, già sbarcato a Palazzo Chigi, decide però di non convocare l’ex ministro. Morale: nell’ufficio del presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, al tempo il forzista Francesco Paolo Sisto, Brunetta sbotta. “Il patto è rotto”, dice. “Il patto è rotto”, ripete. “Ne nasce una furibonda rissa verbale fra Brunetta e la Boschi: non l’avevo mai vista incazzata, e la ministra dimostra di tener testa al suo antagonista”, scrive Parisi. Alla fine la situazione tornerà alla normalità. Il patto è salvo. Per ora.

Verdini jr. diventa renziano. A un certo punto, nel testo di Parisi, compare anche il figlio di Denis Verdini, Tommaso. Di buon mattino, il 20 gennaio 2014, dopo una notte passata in discoteca, il 25enne viene svegliato dal padre. Il motivo? Per comunicare con Verdini senior, che “ha poca confidenza con il computer”, nel weekend Renzi invia le proprie mail alla casella di posta elettronica del giovane. Il quale, ‘a sua insaputa’, è un sostenitore del premier. O almeno così ha detto a quest’ultimo lo stesso Verdini. Una volta venuto a conoscenza dell’involontario endorsement, Tommaso starà al gioco tanto da inviare a Renzi un sms: “Matteo sono molto contento di come sono andate le cose, ho molta fiducia in te, l’ho sempre avuta… In bocca al lupo. Post scriptum: in casa Verdini vada come vada hai sempre un alleato”. E poi? “In verità nel corso dei mesi successivi – annota l’autore –Tommaso si è realmente convertito al renzismo”.

Pistola schizza piscio. Fondamentale è anche il lungo report che Verdini invia a Berlusconi il 7 aprile 2014, pochi giorni dopo una dura intervista di Brunetta al Corriere (“Renzi vuole distruggerci”) e un fuori onda fra Maria Stella Gelmini e Giovanni Toti nel quale quest’ultimo dice che il Cavaliere “non sa cosa fare con Renzi, perché ha capito che questo abbraccio mortale ci sta distruggendo, ma non sa come sganciarsi”. Parisi riporta il contenuto del documento: “Io, malgrado ciò che scrivono i quotidiani (debitamente imbeccati da qualcuno dei nostri) non ho alcun interesse individuale a portare avanti il rapporto con Renzi – scrive Verdini –. Se sono un convinto sostenitore dell’esigenza di proseguire questa strada è solo perché sono certo che sia quella giusta principalmente per te e per il nostro movimento politico. (…) Quando avevamo le pistole cariche non le abbiamo usate, ora che, come si dice in Toscana, abbiamo una pistola ‘schizza piscio’, vorremmo far paura a chi ha il cannone!”. Si tratta di un documento ‘storico’. All’interno del quale, secondo Parisi, avviene una “conversione laica”, l’“ingresso” di Verdini “nella chiesa del Nazareno”. Il premier “somiglia a quel genio della politica e dell’impresa che nel 2001 propose agli italiani un ‘contratto con gli italiani’”, scrive il leader di Ala. Cioè proprio Berlusconi. In un altro report (15 maggio), dopo la pubblicazione del colloquio tra Alan Friedman e il Cavaliere nel quale egli si dice molto deluso da Renzi seppellendo il Nazareno, Verdini chiede all’ex premier di essere “sollevato” dall’incarico di “ufficiale di collegamento” con il numero uno di Palazzo Chigi.

Il cerchio tragico. L’ultimo report è datato 27 marzo 2015, circa due mesi dopo l’elezione al Colle di Sergio Mattarella che ha messo la parola “fine” sull’accordo. Verdini, oltre che a Berlusconi, lo invia a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, che del patto sono stati sponsor ‘esterni’. Quelle che l’ex plenipotenziario di FI mette nero su bianco sono parole dure. “Dopo aver buttato via in un colpo solo il patrimonio politico del patto del Nazareno – domanda Verdini – intendi cestinare anche l’immenso patrimonio politico che hai costruito in vent’anni? Ti sei rinchiuso nel castello incantato con intorno personaggi che il partito non apprezza e non rispetta e li stai usando come clave per regolare non si sa quali conti e perché”. Sono i componenti di quello che il senatore toscano chiama “cerchio magico”, chiedendosi però se non sia “tragico”. Addirittura “un mediocre sinedrio fatto di arroganza, di superficialità e anche, lasciamelo dire, di incompetenza”. Seguono gli addii di Raffaele FittoDaniele Capezzone e dello stesso Verdini. Il resto è storia.

(Articolo scritto il 18 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)