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Elezioni presidenziali in Francia, lepenisti d’Italia delusi ma non troppo

Matteo_Salvini_-_Trento_2015Comprensibilmente delusi, ma pronti a capitalizzare pro domo loro quello che considerano comunque un risultato “straordinario”. I lepenisti d’Italia – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fino a Gianni Alemanno e Francesco Storace – hanno seguito con grande attenzione le notizie che arrivavano dalla Francia. La vittoria del centrista Emmanuel Macron era scontata, ma il 34 per cento circa raccolto dalla leader del Front National ringalluzzisce a suo modo il fronte sovranista di casa nostra. “Grazie Marine Le Pen – twitta il segretario della Lega – chi lotta non perde mai”. E anche la presidente di Fratelli d’Italia gioca in contropiede. “In Francia ha vinto la paura di ribellarsi allo status quo, la paura di tornare padroni delle proprie scelte – ha scritto l’ex ministra della Gioventù su Facebook -. I francesi hanno scelto il volto rassicurante del candidato del sistema” ma il dato raccolto dalla Le Pen “resta straordinario” e “sarà la base sulla quale nascerà il nuovo movimento sovranista francese”.

Per seguire lo spoglio Alemanno e Storace, rispettivamente segretario e presidente del Movimento nazionale per la sovranità, hanno invece riunito i militanti in un noto ristorante della Capitale. Nonostante la sconfitta, dicono l’ex sindaco di Roma e l’ex governatore del Lazio, il risultato della Le Pen “è un monito per il Centrodestra italiano a ritrovare l’unità partendo dalle idee sovraniste”. Linea sulla quale Forza Italia, che si era schierata col repubblicano François Fillon, sembra al momento non concordare pienamente (salvo rare eccezioni come Daniela Santanché). Berlusconi ha chiarito, in un’intervista a La Stampa, che “la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa”. E anche sull’euro, che Salvini e gli altri vorrebbero abbandonare, “la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe”, ha messo ancora a verbale il Cavaliere.

Per Alemanno però i margini per costruire un percorso comune ci sono. I pilastri su cui deve fondarsi quello che l’ex primo cittadino, parlando con La Notizia, definisce un “sovranismo responsabile e di Governo” sono “l’interesse nazionale e l’uscita dalla crisi economica”. L’ultimo Governo Berlusconi – ricorda ancora Alemanno – “è stato destituito da un colpo di Stato di Bruxelles e Quirinale”, quindi “senza cedere” il Centrodestra deve portare avanti una “battaglia con l’Europa” e con “una Germania che non è disposta a fare compromessi ma che va affrontata a viso aperto”. Certo, “puntare all’unità è l’obiettivo, ma non deve essere un obbligo. Ci vuole coerenza. Berlusconi? Sa anche lui che l’accordo con Renzi è sconveniente oltreché impraticabile: si rischia di consegnare la vittoria nelle mani dei 5 Stelle”. Insomma, trovare la quadra non sarà cosa facile. Tutto starà alla reale volontà degli attori in scena. Vedremo.

Articolo scritto l’8 maggio 2017 per La Notizia

La Francia alle urne con l’incubo terrorismo e l’incognita dell’uscita dalla Ue

d2f73543-2c64-4a4b-b6e3-5ac381186587_largeÈ una partita aperta a qualsiasi risultato, che rischia indubbiamente di essere condizionata dall’attentato di tre giorni fa nel cuore di Parigi, l’ottavo dall’attacco alla redazione di Charlie Hebdo (gennaio 2015). Ma le elezioni presidenziali francesi, con circa 47 milioni di elettori chiamati oggi alle urne per il primo turno, nascondono anche un altro significato. Il voto si è trasformato in un referendum sull’Europa e, sullo sfondo, c’è il rischio di una Frexit che secondo gli analisti, dopo l’addio della Gran Bretagna, l’Ue non riuscirebbe a sopportare. L’ultimo sondaggio, realizzato da Odoxa per Le Point dopo l’attacco sugli Champs-Élysées, vede il centrista Emmanuel Macron (En Marche!) in testa con il 24,5% dei consensi, seguito dalla leader del Front National Marine Le Pen che ha guadagnato l’1% (23%), dal repubblicano François Fillon e dal candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, entrambi al 19%. Sostanzialmente fuorigioco Benoît Hamon, candidato di quel partito socialista che paga caro il fallimento di François Hollande. Il fatto che quasi tre elettori su 10 non sappiano ancora se e chi votare la dice comunque lunga sulla portata dello scontro.

Partiamo dagli scenari che gli europeisti considerano catastrofici, ovvero le vittorie della Le Pen o di Mélenchon. Il programma della candidata dell’estrema destra è chiaro: convocazione entro 6 mesi di un referendum sulla Frexit, rifiuto dei trattati commerciali internazionali, abbandono della Nato, espulsione automatica dei migranti irregolari e blocco a 10mila arrivi l’anno, solo per citare i punti salienti. Programma che, non a caso, piace parecchio a quel fronte sovranista italiano rappresentato dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, apertamente schierati con la Le Pen e pronti a cavalcare la sua eventuale vittoria. E che non dispiace al presidente americano Donald Trump, tanto che venerdì negli Stati Uniti molti hanno visto il cinguettio post-attentato del capo della Casa Bianca (“Il popolo francese non sopporterà più a lungo cose del genere. Avrà grosse conseguenze sulle elezioni presidenziali!”) come un assist a “Marine”. Poi come detto c’è il candidato de La France insoumise. Ex militante del partito socialista di François Mitterand, Mélenchon ha lasciato il Ps nel 2008 in rotta con Ségolène Royal. Anche il suo è un modello tendenzialmente protezionista-nazionalista e come la Le Pen, se eletto, “Jean-Luc” vuole rinegoziare con i partner europei i trattati alla base della Ue e dell’euro minacciando ripercussioni (come il congelamento dei contributi francesi al budget europeo) se non fossero soddisfatte le sue esigenze.

Sulla sponda opposta ci sono invece Macron e Fillon. Il primo, a cui guarda attentamente Matteo Renzi, è il solo che difende la Ue nella sua forma attuale. Macron intende rilanciare il motore franco-tedesco, in particolare per approfondire la zona euro con un bilancio autonomo e un ministro delle Finanze, conscio del fatto che tra i sei fondatori della Comunità europea la Francia è il secondo paese più importante e il partner privilegiato della Germania per guidare l’Europa. Fillon, favorito nella corsa all’Eliseo prima di essere travolto dal “Penelopegate” (lo scandalo del presunto impiego fittizio della moglie come assistente parlamentare), ha una visione della Ue più intergovernativa che comunitaria. Critico rispetto ad accordi commerciali come il Ceta, “François” è ovviamente contrario all’ipotesi-Frexit e si è detto pronto a lavorare con Angela Merkel per dotare la zona euro di una “governance politica”. Quattro storie, due destini per la Francia. Anche se per conoscere il vincitore sarà necessario il ballottaggio in programma domenica 7 maggio.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 aprile 2017 per La Notizia

Forza Italia in libera uscita, dopo il Senato ora tocca alla Camera: verso l’addio anche Lainati e Romele

A Montecitorio gli emissari di Verdini al lavoro. Girandola di contatti con gli ex colleghi del partito di Berlusconi per rafforzare il gruppo di Ala. Praticamente fatta per la Polverini, in stand by anche i campani Cesaro, Russo e Sarro: solo la nomina di Mara Carfagna a nuovo capogruppo azzurro in sostituzione di Brunetta potrebbe convincerli a restare. D’Anna: “FI paga l’appiattimento sulle posizioni di Meloni e Salvini”. Ma nel mirino ci sono anche i fittiani a Palazzo Madama: l’obiettivo è sgonfiare i Conservatori e Riformisti dell’ex governatore della Puglia

berlusconi-675Lunedì pomeriggio Luca D’Alessandro percorreva chilometri da un lato all’altro del Transatlantico di Montecitorio. Senza mai staccare mani e orecchie dal telefonino. Insieme ad Ignazio Abrignani e Massimo Parisi sta gestendo i contatti con gli ex colleghi di Forza Italia che stanno meditando seriamente l’addio al partito di Silvio Berlusconi. Per gli emissari di Denis Verdini, fondatore della nuova componente parlamentareAlleanza Liberalpopolare Autonomie (Ala), sono giornate intense e decisive. E il trasloco annunciato ieri al Senato dai coniugi Sandro Bondi e Manuela Repetti insieme ad Enrico Piccinelli tra i banchi del gruppo dell’ex plenipotenziario del Cavaliere sarebbe solo l’antipasto di quello che, entro la fine dell’anno, potrebbe succedere anche alla Camera. Dove a parte l’ex governatrice del Lazio, Renata Polverini, che ha praticamente già anticipato a mezzo stampa l’intenzione di passare coi verdiniani, potrebbero lasciare FI anche l’ex capo ufficio stampa del partito Giorgio Lainati e Giuseppe Romele. Nomi ai quali vanno aggiunti anche quelli di una serie di deputati ancora in forse, che stanno meditando sul da farsi. A cominciare dalla pattuglia dei campani (da Luigi Cesaro a Paolo Russo e Carlo Sarro), che restano però in attesa della nomina della Mara Carfagna come nuovo capogruppo al posto del contestato Renato Brunetta prima di sciogliere la riserva.

TUTTI CONTRO TUTTI – È questo il risultato delle ultime, travagliate vicende che stanno spaccando il partito di Berlusconi. A cominciare dalle laceranti divisioni emerse in occasione del voto sulla mozione di sfiducia individuale contro il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, in relazione alla vicenda Banca Etruria. Un episodio che ha seminato all’interno dei gruppi parlamentari ulteriori dosi di malumore e scontento. “Più che di scontento parlerei di sconcerto”, fotografa con una battuta la situazione dentro FI il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna a ilfattoquotidiano.it.“Ormai assistono attoniti a tutta una serie di decisioni in contrasto tra loro: da un lato Brunetta attacca Renzi, dall’altro Romani cerca di interloquire con il Pd per mantenere l’accordo sui giudici costituzionali; mentre il giorno dopo Berlusconi sconfessa gli uni e gli altri – continua –. C’è gente che non ci si raccapezza più, il tutto mentre il partito si appiattisce sul lepenismo e l’euroscetticismo da una parte e la xenofobia e il razzismo del duo Meloni-Salvini dall’altra”. E proprio al Senato l’esodo potrebbe non finire qui. Nella lista degli indecisi, infatti, ci sarebbe anche i nome di Sante Zuffada.

DAGLI AI FITTIANI – Ma nel mirino del fondatore e leader di Ala non ci sono solo i berlusconiani. Infatti “l’altro obiettivo di Verdini a Palazzo Madama, oltre agli ex colleghi di Forza Italia, sono i fittiani”, rivela un ex ministro azzurro. Cioè i senatori del gruppo Conservatori e Riformisti, nato a giugno di quest’anno, che fa capo all’europarlamentare pugliese. E a cui Verdini, nei mesi scorsi, ha già strappato due importanti pedine: Eva Longo (nominata vicepresidente di Ala al Senato) e Ciro Falanga (segretario). “A Palazzo Madama – prosegue la fonte – l’uscita di un solo senatore dal gruppo di Fitto porterebbe di fatto alla sua implosione, perché scenderebbe sotto la soglia minima dei dieci eletti necessaria per formare una componente autonoma”. Proprio questo sembra essere l’obiettivo dichiarato di Verdini. Il quale, in particolare, ha messo gli occhi su Antonio Milo e Marco Lionello Pagnoncelli (anche loro ancora incerti sul da farsi). “Ma potrebbe non essere finita qui – aggiunge l’ex ministro –, anche perché il pressing è a tutto campo, sia alla Camera sia al Senato”. E poi, rivela, “quello che Verdini ha da offrire non ce l’ha nessun altro”. Ovvero? “Niente poltrone di governo o ricandidature alle prossime elezioni, ma prospettive lavorative utilizzando l’esecutivo”. Cioè quelli che in gergo vengono definiti incarichi di sottogoverno. Non è un caso che ciò che resta del ‘cerchio magico’ di Forza Italia (Deborah BergaminiMariarosaria Rossi e Giovanni Toti) stia spingendo affinché Berlusconi torni in campo in prima persona per raddrizzare la situazione. Ammesso che, arrivati a questo punto, ciò possa ancora servire a qualcosa.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 23 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)

Ingroia candida La Torre, Ruotolo e Cucchi. Per Giannino niente politici. Lega, c’è Bossi – da “Il Punto” del 25/01/2013

ingroiaFra le novità di questa tornata elettorale ci sono Antonio Ingroia e Oscar Giannino con i loro movimenti, Rivoluzione Civile e Fare. Forze che correranno da sole, visti i falliti tentativi di apparentamento con il centrosinistra (la lista del pubblico ministero) e i centristi (Giannino). La strada è in salita, ma nessuno dei due ha accettato di scendere a compromessi al ribasso. Chi c’è nelle loro liste?

Partiamo da Rivoluzione Civile. Ingroia è capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni, anche nella “sua” Sicilia, dove è candidabile ma non eleggibile. Dietro di lui, in Sicilia 1, c’è Franco La Torre, figlio di Pio, il segretario regionale del Partito comunista ucciso nell’aprile del 1982 da Cosa Nostra. Nello stesso elenco compaiono anche i nomi del senatore uscente e coordinatore regionale dell’Italia dei valori Fabio Giambrone, del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero e di Giovanna Marano, la sindacalista Fiom che aveva sfidato Rosario Crocetta e Nello Musumeci nella corsa alla guida della Regione dopo l’esclusione di Claudio Fava (Sel). Fra i volti noti della lista del magistrato palermitano ci sono anche quelli del leader dell’Idv Antonio Di Pietro, candidato alla Camera nelle circoscrizioni Lombardia 1 (ma solo come terzo in lista, dietro a Ingroia e all’ex “grillino” Giovanni Favia), Emilia- Romagna e Lazio; del segretario dei Comunisti italiani Oliviero Diliberto, capolista al Senato in Emilia-Romagna; di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano (il giovane morto nell’ottobre 2009, ndr), prima in lista nella circoscrizione Lazio 1 (Camera); dei giornalisti Sandra Amurri (in corsa per un seggio a Palazzo Madama), Sandro Ruotolo e Saverio Lodato (Montecitorio).

Discorso diverso per Fare. Oscar Giannino ha puntato tutto sulla cosiddetta «società civile». Nelle liste messe nero su bianco dal noto giornalista economico e dai suoi collaboratori non ci sono politici di Prima e Seconda Repubblica, ma solo liberi professionisti, imprenditori, dirigenti e lavoratori. E una grande attenzione è stata data all’appartenenza territoriale. Scelte, quelle compiute da Giannino, che si riflettono anche in ottica regionale, visto che il 24 e 25 febbraio gli elettori di Lazio e Lombardia decideranno i nomi dei nuovi governatori. Per il dopo-Polverini, Fare punta su Alessandra Baldassari, imprenditrice romana e membro del consiglio direttivo della sezione farmaceutici e biomedicali di Unindustria Lazio. A tentare la scalata al Pirellone sarà invece Carlo Maria Pinardi, 55 anni, commercialista, saggista e docente di Finanza aziendale all’Università Bocconi di Milano.

Ma in corsa alle elezioni c’è anche la “nuova” Lega Nord di Roberto Maroni, che ha recentemente deciso di riformare la coalizione con il Pdl dopo la parentesi del governo Monti. Alla Camera, in Lombardia 1, il capolista è Matteo Salvini, segretario della Lega Lombarda e braccio destro dell’ex ministro dell’Interno. In Lombardia 2, come primo della lista, c’è invece Umberto Bossi. Il Senatur è di nuovo in campo dopo lo scandalo che ha travolto la “sua” Lega e costretto alle dimissioni da consigliere regionale il figlio Renzo. Il capolista per la Camera nella circoscrizione Lombardia 3 è Giovanni Fava. In Liguria a guidare il gruppo del Carroccio c’è Sonia Viale, già Sottosegretario all’Economia e all’Interno, mentre in Toscana, Piemonte e Trentino i capilista sono rispettivamente il vicecommissario regionale Manuel Vescovi, il governatore della Regione Roberto Cota e il deputato uscente Maurizio Fugatti. I pezzi da novanta si trovano spostandosi sulle liste per Palazzo Madama. In Lombardia i primi tre nomi nell’elenco sono quelli di Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Massimo Garavaglia. L’ex ministro dell’Economia, fondatore della lista “3L”, è capolista anche in Liguria, Toscana, Piemonte e al centrosud. Saranno della partita anche Giacomo Stucchi (Senato), Giancarlo Giorgetti e Andrea Gibelli (entrambi alla Camera). Chi invece ha deciso di fare un passo indietro è Marco Reguzzoni. L’ex capogruppo alla Camera, “bossiano” della prima ora, si è però tolto qualche sassolino dalla scarpa attaccando le scelte compiute dal partito: «Queste candidature mi hanno deluso, sembrano fatte per perdere. Difficile contrastare chi dice che Salvini abbia candidato i suoi amici… ». A stretto giro di boa è arrivata la risposta del diretto interessato: «Per qualcuno vale il motto “Invidio ergo sum”». Segno che la ruggine, nei corridoi di via Bellerio, non è ancora stata rimossa del tutto.

Twitter: @mercantenotizie

Scacco matto al Pirellone – da “Il Punto” del 26/10/2012

Viaggio fra i gazebo che hanno animato Milano lo scorso weekend. I militanti del Carroccio vogliono andare al voto ad aprile, auspicano che Roberto Maroni sia il nuovo governatore della Regione e dicono basta all’alleanza col Pdl: «Meglio perdere ma conservare l’onore»

«Speriamo ci sia il sole», si auguravano i leghisti duri e puri in vista della “gazebata” dello scorso fine settimana. E il sole c’era. Compreso quello “delle Alpi”, presente sulle bandiere che i militanti hanno posizionato con estrema cura negli oltre 1.600 punti di ritrovo che hanno “invaso” la Lombardia. La Regione che è stata, per quasi un ventennio, nelle mani di Roberto Formigoni. Ora che il cielo sopra la testa del “Celeste” è diventato nero, però, la Lega 2.0 si candida per la cabina di regia del Pirellone. Non sarà facile. Lo scontro in corso nelle ultime settimane fra il governatore uscente e i vertici del Carroccio si fa sempre più aspro: Formigoni non ci sta a passare la mano ad un leghista. Tanto che su Twitter, sabato, scriveva: «A Varese il Pdl ha offerto mele, un prodotto che dà forza, la Lega camomilla, un composto che dà sonnolenza». Commento all’ironica iniziativa di un gruppo di militanti leghisti che durante il comizio del presidente – contestato da una decina di attivisti della Fiamma tricolore – hanno girato portando fra le braccia un’enorme tazza di camomilla. Fra i gazebo, però, la base è sicura: «È il nostro momento, Maroni può essere il nuovo Formentini». Poi c’è chi si sfoga: «Basta andare a braccetto con il Pdl, meglio perdere ma conservare l’onore».

L’ORA DI “BOBO” - «Ai gazebo!», titolava la Padania (organo ufficiale del Carroccio) nel primo dei due giorni della “gazebata”. La Lega ha raccolto le firme per tre leggi di iniziativa popolare. La prima proposta: trattenere sulle Regioni del Nord il 75 per cento delle tasse. La seconda: indire un referendum per «un’Europa fondata sui popoli e le regioni, con l’adesione all’euro limitata a chi rispetta il pareggio di bilancio». La terza: introdurre l’ammissibilità di referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di ratifica dei trattati internazionali. Ma l’aspetto più importante ha riguardato il futuro della Lombardia. «Quando volete votare e soprattutto chi pensate debba essere il nostro candidato?», si domandava a militanti e non. Le risposte (tante, 200mila solo nel primo giorno) sono state scontate: «ad aprile (e non a dicembre, come ripete Formigoni, ndr) e con “Bobo” Maroni a rappresentarci». Lo zoccolo duro del partito la pensa così. Come Pierluigi Crola, 55 anni, da 26 nella Lega, per cui è stato consigliere comunale (1990) e provinciale (dal 1991 al ’95). Lo incontriamo al gazebo di Piazza Loreto. È sicuro, Pierluigi, che «la seconda Lega» debba essere «la continuazione della prima, perché gli obiettivi sono gli stessi di sempre, fra cui l’indipendenza». E che «con il Pdl io non ci voglio più andare. Ma è un’opinione personale. Lo scriva, mi raccomando» (non sarà comunque il solo a pensarla così). Insieme a lui c’è Ferdinando. Si definisce «un leghista meridionale, perché vengo da Molinara, in provincia di Benevento. E proprio per questo dico: noi non vediamo il Sud come una zavorra così, per caso, ma perché diciamo da tempo che in certe zone bisogna cambiare mentalità. Basta “padrini”, bisogna rimboccarsi le maniche. E attenti – tuona – che la fame non è ancora arrivata nei piatti degli italiani». Roberto (66) si trova invece a Piazzale Oberdan. Si domanda (dopo aver sentenziato che «Formigoni ha superato i limiti»): «Possibile che il “Celeste” non si sia mai accorto di ciò che accadeva? Che governatore è?». Per lui il segretario del Carroccio può prendere i voti anche da chi non ha mai votato la Lega. Persino «quelli dei moderati – azzarda –. Se lo ricorda lei Formentini? Ecco, Maroni può ripetere quell’esperienza lì». Era il 1993 quando si aprì una parentesi che durò l’arco di una legislatura. Marco Formentini, ex socialista, vinse le elezioni e divenne il primo (e finora unico) sindaco di Milano leghista. Un’esperienza positiva a metà, visto che solo sei anni dopo l’ex primo cittadino lasciò la Lega, di cui non condivideva più buona parte dei valori. Con Maroni, leghista della prima ora che ha “ripulito” il partito a colpi di ramazza, sarebbe certamente un’altra storia.

«CORRIAMO DA SOLI» - Venerdì 19 ottobre, vigilia della “gazebata”, la Procura della Repubblica di Monza ha notificato un avviso di garanzia per corruzione (nell’ambito di un’inchiesta per tangenti) a Sandro Sisler, coordinatore provinciale del Pdl a Milano. Gli inquirenti indagano da luglio su un sistema di tangenti nel Comune di Carate Brianza, di cui Sisler è stato assessore all’urbanistica. È l’ennesima brutta storia che colpisce la Lombardia. E che arriva a soli dieci giorni di distanza dall’arresto dell’assessore alla Casa della Regione Domenico Zambetti (Pdl), accusato di essere stato eletto con i voti della ‘ndrangheta – cui avrebbe versato 200mila euro in cambio di 4000 preferenze – e 15esimo indagato del consiglio regionale lombardo. Formigoni compreso. «Questa è gente che ha prodotto risultati scarsi, per non dire nulli. Diciamo basta all’alleanza col Pdl: meglio perdere ma conservare l’onore che vincere con questi qua», dice Gianni, che da Piazza Wagner rivendica di essere stato «uno di quelli che la Lega l’ha fondata». Anche lui ce l’ha con Monti, come buona parte dei militanti leghisti. «Questo governo ha solo aumentato le tasse ma non ha affrontato i problemi reali del Paese. L’Imu è stata una sassata – continua –, quest’anno le tredicesime se ne andranno per pagare le imposte. Di questo passo l’economia non ripartirà mai. La gente pensa che la soluzione sia Grillo. Che potrebbe vincere sì, ma per disperazione: leggere il suo blog fa paura». Volente o meno, Gianni mette sul piatto uno dei temi caldi al centro della discussione: l’alleanza con il Popolo della Libertà. O di quel che ne rimane. Perché se Maroni dichiara che questa «va salvata», buona parte del suo popolo la pensa all’opposto. Maria Agnese, 56 anni, disoccupata, è chiara: «Io ho sempre votato Lega. Ho smesso da quando abbiamo iniziato ad andare a braccetto con Berlusconi. Al segretario dico: stacchiamoci, andiamo da soli, altrimenti riperdiamo un’altra volta. Le posso assicurare – conclude – che il mio è un pensiero radicato». «Con il Pdl in Lombardia si è governato bene, ma prima di tornare al voto ci sono delle questioni da risolvere, prime fra tutte l’approvazione del bilancio e la riforma della legge elettorale», afferma dal gazebo di Via Washington l’assessore provinciale Stefano Bolognini, che non teme un nuovo effetto-Pisapia: «Il rischio è basso, ma vincere è tutt’altro che scontato».

“IL MATTEO” (SALVINI)  - Sarà anche bassa, ma la possibilità che si ripeta quanto accaduto alle Amministrative dello scorso anno (quando Giuliano Pisapia conquistò Milano a spese di Letizia Moratti) c’è. «A noi si è ingrossato il fegato a furia di dire a Berlusconi che la Moratti proprio non la volevamo, e abbiamo perso. Ma dopo un anno di amministrazione Pisapia la gente si sta ricredendo», rivela Roberto. «Qualsiasi altra persona avessero candidato al posto della Moratti – gli fa eco Gianni – Pisapia non avrebbe mai vinto». E chissà che quella «qualsiasi altra persona» non sarebbe potuta essere Matteo Salvini. “Il Matteo”, come lo chiama Bruno Baldi, uno che nel 2003 è finito nella lista dei 170 «grandi» della Padania, e che da queste parti è un’istituzione. Il segretario nazionale della Lega Lombarda arriva alle 16.00 al gazebo di Largo Cairoli. Si arma di megafono e chiama a raccolta i passanti: «Noi siamo per Maroni, ma potete anche votare Formigoni. Non sono le primarie del Pd, qui si vota gratis!». Gli si avvicina un signore sulla 50ina: «Io sono siciliano, ma voto per te perché sei bravo». Un altro gli da un consiglio: «Quando vai in televisione non ti far mai mettere i piedi in testa da nessuno, te capì?». Lui vota per Maroni, rifornisce di volantini alcuni militanti e il neo capogruppo in consiglio comunale Alessandro Morelli («Tieni Ale, datti da fare», gli dice scherzando), poi prende di nuovo il megafono e ricomincia. Salvini è il volto di una Lega che è riuscita a rinnovarsi dopo gli scandali, quella che ha “salutato” Bossi, per tutti ormai «un padre putativo». Una politica che sta pagando, almeno al Nord. Tanto che un recente sondaggio commissionato dal Carroccio alla Swg di Roberto Weber vede, in Lombardia, Lega e centrosinistra insieme al 22 per cento, con il Pdl sprofondato a 13. Ma a far sorridere Maroni è la percentuale di lombardi che lo vorrebbero presidente di Regione: 30 per cento. Dietro di lui ci sono l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini (11 per cento), prima scelta di Formigoni – anche se «non ho ricevuto alcuna richiesta dal Pdl, il partito non si è ancora pronunciato sulla mia candidatura in Lombardia», dice il diretto interessato –, Salvini (8) e Formigoni (3). A sinistra c’è invece grande incertezza. Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, l’avvocato assassinato nel luglio del 1979 per volontà di Michele Sindona, ha rinunciato alla candidatura. Fortemente spalleggiato da Pisapia, Ambrosoli ha però spiegato che «servire la collettività, vivere la responsabilità politica, è la più nobile delle ambizioni. Ringrazio quanti mi ritengono all’altezza, ma ho troppo poco tempo a disposizione per costruire un progetto e un programma per la Lombardia». A circolare, almeno ufficiosamente, ci sono fra gli altri i nomi di Bruno Tabacci (Api) e Giuseppe “Pippo” Civati (Pd). Ma è uno scenario ancora tutto in divenire. Ad oggi, però, Maroni sembra il candidato più accreditato per la vittoria finale. Anche se, tra il dire e il fare, c’è di mezzo la volontà di Formigoni.

Twitter: @GiorgioVelardi

Predicare bene e razzolare male

Predicare bene e razzolare male. Un vecchio detto che calza a pennello alla Lega Nord e a Matteo Salvini. Il perchè è presto detto: in vista delle prossime elezioni il Carroccio ha fatto dello sgombero dei campi nomadi uno dei suoi cavalli di battaglia, tanto da portare già alla chiusura di quello di Via Triboniano. Poi ci sono i manifesti, con quel “foeura di ball” tanto caro a Umberto Bossi.

Ma in un video registrato a sua insaputa, Matteo Salvini scivola e dice tutto e il contrario di tutto, in particolare in merito alla questione del campo di transito di via Idro che si vuole attuare e finanziare con 5 milioni di euro. “Ci saranno altri due o tre campi in altri quartieri – afferma Salvini, che poi prosegue – Se in via Idro so che in ogni caso i rom rimangono, non vado lì a fare la campagna“. Interpellato a riguardo, l’europarlamentare leghista si è difeso dicendo: “È vero che in via Idro ci sarà un’area di transito per i nomadi, come da piano Maroni. Sarà un’area recintata, sorvegliata anche con telecamere, a pagamento, e non saranno ammessi i pregiudicati. Se fossi un residente di via Idro sarei ben contento del cambiamento”.

Secca è arrivata però la replica dell’opposizione, che per bocca di Raffaella Piccinni (ex Lega, ora nell’Idv) afferma: “La Lega evidentemente ha due programmi: la linea dura che sbandiera in campagna elettorale, e un programma occulto che prevede la costruzione di campi nomadi che definiscono “di transito”, ma che hanno le sembianze di un ghetto”.

Per un pugno di voti, però, si è disposti a tutto. Anche a questo.