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Posts Tagged ‘Anna Finocchiaro’

Rivive il Patto del Nazareno per sbloccare lo stallo sulla legge elettorale. Pd e Forza Italia verso un nuovo accordo

lunedì, marzo 6th, 2017

Renzi-BerlusconiUn nuovo patto tra Pd e Forza Italia, anche se “è meglio non scomodare il Nazareno” perché “sappiamo com’è andata a finire…”. Sarà. Certo è che l’indiscrezione raccolta da La Notizia farebbe pensare alla riedizione plastica del famoso accordo stretto il 18 gennaio 2014 nella sede del Pd fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Per andare al sodo bisogna prima riavvolgere il nastro tornando al 12 dicembre scorso, giorno della nomina di Anna Finocchiaro a ministro per i Rapporti con il Parlamento del “nuovo” Governo Gentiloni. Nomina arrivata dopo la vittoria del No al referendum che ha lasciato vuota l’importante casella di presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.

La sostituzione della Finocchiaro sarebbe dovuta arrivare in tempi rapidissimi, complice la voglia dell’ex premier di approvare una nuova legge elettorale per tornare al voto il prima possibile. Poi però le cose sono andate diversamente: la Consulta che ha “smontato” l’Italicum, il pressing di Bruxelles sui conti pubblici, l’inchiesta Consip che coinvolge il padre di Renzi e il suo braccio destro Luca Lotti. Senza dimenticare, ultima in ordine di tempo, la scissione dentro al Pd, arrivata a complicare ulteriormente i giochi proprio dentro la prima commissione del Senato.

Ballando al buio – Non è un mistero, come avevamo già raccontato, che il Pd voglia piazzare su quella poltrona uno fra Roberto Cociancich, Stefano Collina e Francesco Russo. Mentre gli scissionisti di Mdp, rimasti in maggioranza, hanno intenzione di riproporre il nome di Doris Lo Moro, che insieme a Maurizio Migliavacca siede in commissione (Miguel Gotor è uscito due giorni fa perché il neonato gruppo ha diritto a due soli posti). Qui viene il bello: i membri della commissione sono 27 ma la maggioranza – Pd più alleati – si ferma a 13, contando pure Lo Moro e Migliavacca. Senza di loro si scende a 11. Ecco quindi entrare in gioco Forza Italia. “Si potrebbe raggiungere un accordo fra noi e il Pd”, rivela un importante parlamentare berlusconiano. Un accordo che permetterebbe ai dem di portare a casa la guida dell’organismo scongiurando i pericoli che potrebbero scaturire dai mal di pancia dei due esponenti di Mdp. Il tutto con un presupposto: “Non siamo disponibili a trattare al buio”, chiarisce l’azzurro. Tradotto: il testo della nuova legge elettorale dovrà essere condiviso e condivisibile.

Tutti per uno – Un particolare mica da ridere, vista la posizione di Berlusconi per il quale “non c’è nessuna alternativa al proporzionale”. Mentre Renzi, dopo la bocciatura dell’Italicum, ha rilanciato il Mattarellum. Calcolatrice alla mano, in Affari costituzionali FI conta 3 membri: Claudio FazzoneAnna Maria Bernini e Lucio Malan. E, guarda caso, 11 più tre fa 14: cioè la maggioranza. Certo, i verdiniani Riccardo Mazzoni e Antonio Milo sono pronti al soccorso, ma a quel punto Movimento 5 Stelle e Mdp alzerebbero le barricate. Ecco perché alla fine il “delitto perfetto” potrebbe essere nientemeno che la resurrezione del Nazareno.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 4 marzo 2017 per La Notizia

Governo, giro di poltrone nella maggioranza: l’alfaniano Albertini e il bersaniano Errani tra le new entry

mercoledì, gennaio 13th, 2016

L’ex sindaco di Milano favorito per il ministero degli Affari regionali. All’ex governatore dell’Emilia Romagna potrebbe andare la casella di vice ministro dello Sviluppo economico. Agli Esteri il Pd spinge Amendola per rimpiazzare Pistelli. E alla Cultura ipotesi Cesaro di Scelta civica per il dopo Barracciu. Ecco le ultime sul toto nomine che impazza in Parlamento. In ballo anche due ambite presidenze di commissione a Palazzo Madama: alla Giustizia in arrivo D’Ascola di Ncd e ai Lavori pubblici il dem Ranucci. I verdiniani si chiamano invece fuori (per ora)

Renzi-6755L’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, alla fine, potrebbe spuntarla per la poltrona di ministro degli Affari regionali. Casella vacante – e coperta dall’interim del premier Matteo Renzi – dal 30 gennaio dell’anno scorso, data delle dimissioni rassegnate da Maria Carmela Lanzetta. Al partito di Angelino Alfano potrebbe andare anche la presidenza di una commissione ‘pesante’ del Senato, dove Nico D’Ascola è in pole per raccogliere il testimone dall’azzurro Francesco Nitto Palma alla Giustizia. Per ricostituire la compagine governativa ci sono da assegnare anche i vice ministeri degli Esteri e dello Sviluppo economico: il primo liberato dal trasloco di Lapo Pistelli alla vice presidenza dell’Eni, il secondo da quello di Claudio De Vincenti a Palazzo Chigi. Per completare l’opera c’è poi da rimpiazzare la dimissionaria (ex) sottosegretaria alla Cultura Francesca Barracciu. Ma il giro di valzer delle poltrone non finisce qui. Con qualche mese di ritardo rispetto alla prassi che fissa l’appuntamento a metà mandato, il Senato dovrà procedere al rodaggio delle presidenze di commissione. E in ballo, oltre alla scricchiolante poltrona di Nitto Palma, c’è anche quella di Altero Matteoli ai Lavori pubblici.

NCD ALL’INCASSO Quella delle commissioni è una partita non più rinviabile. Il fischio finale dovrebbe arrivare entro il 20 gennaio. E il borsino del toto-presidenze è praticamente blindato. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate a ilfattoquotidiano.it, per sostituire l’ex ministro del quarto governo Berlusconi alla guida della commissione Giustizia in pole position c’è Nico D’Ascola, senatore del Nuovo centrodestra già avvocato dello studio Ghedini e di Claudio Scajola. Mentre nella corsa per rimpiazzare l’azzurro Matteoli, il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Raffaele Ranucci del Partito democratico. A parte queste due caselle è certo che non ci saranno stravolgimenti, anche per non alterare gli equilibri tra le forze che animano la maggioranza di governo. E le correnti interne ai partiti. Di fatto, quindi, sembrano sicuri di mantenere il proprio posto Anna Finocchiaro (Affari costituzionali), Pier Ferdinando Casini (Esteri), Nicola Latorre (Difesa), Andrea Marcucci (Istruzione), Paola De Biasi (Sanità), Giuseppe Marinello (Ambiente), Maurizio Sacconi (Lavoro), Mauro Marino (Finanze), Giorgio Tonini (Bilancio) più i due esponenti della minoranza dem Massimo Mucchetti (Industria) e Vannino Chiti (Politiche europee). Stesso discorso per Roberto Formigoni (Agricoltura), nonostante, soprattutto all’interno del Pd, in molti non gradiscano le posizioni oltranziste del ‘Celeste’ sulle unioni civili. Meglio evitare, almeno per ora, un casus belli all’interno della maggioranza.

BALLO DI GOVERNO Poi c’è da quadrare il cerchio della squadra di governo. Tra i nomi in lizza per un biglietto di ingresso nell’esecutivo la new entry, come detto, è il senatore di Ncd, Gabriele Albertini. Nonostante la preferenza di Renzi per una donna agli Affari regionali (Dorina Bianchi, Federica Chiavaroli, Rosanna Scopelliti e Laura Bianconi tra le più accreditate per le quote rosa) la linea che starebbe prendendo piede nel partito di Alfano è quella di lasciare la poltrona ad un esponente del Nord per riequilibrare geograficamente gli incarichi interni. E per questa ragione a spuntarla potrebbe essere, alla fine, proprio l’ex sindaco di Milano. L’alternativa su cui sui sta ragionando è quella di promuovere il piemontese Enrico Costaagli Affari regionali liberando al collega di partito D’Ascola la poltrona di viceministro della Giustizia. Ma a sentire i ragionamenti di Transatlantico, la vera priorità del presidente del Consiglio sarebbe quella di mettere a posto le cose all’interno del Pd. Scongiurando nuove trincee della minoranza dem con le amministrative ormai all’orizzonte. Per smorzare la tensione, l’ipotesi più accreditata è quella di lasciare all’ex presidente della regione Emilia Romagna, Vasco Errani, la carica di vice ministro dello Sviluppo economico. Poltrona rivendicata anche da Scelta civica che preme per Giulio Cesare Sottanelli. Che difficilmente, però, potrà spuntarla contro il fedelissimo di Bersani. Ma alla fine il fu partito di Mario Monti potrebbe anche accontentarsi dell’assegnazione del sottosegretariato alla Cultura ad Antimo Cesaro. Sarà quasi certamente il Pd, infine, a raccogliere l’eredità di Pistelli alla Farnesina. Dove l’attuale responsabile Esteri della segreteria dem, Vincenzo Amendola, non dovrebbe avere concorrenza per occupare l’ultimo sottosegretariato ancora vacante.

VERDINIANI FUORI GIOCO Questioni quindi molto delicate, quelle delle presidenze di commissione e degli incarichi di governo, rilanciate dall’intervista alla ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, al Corriere della Sera. “Ci sono da ricoprire i ruoli di vice ministro degli Esteri e dello Sviluppo economico, e quello di ministro degli Affari regionali – aveva spiegato –. Non è un rimpasto: sono integrazioni che servono per far funzionare meglio il governo”. Un’intervista non certo passata inosservata e diventata ieri argomento di conversazione sui divanetti di Montecitorio. “E’ solo una coincidenza o piuttosto, alla vigilia delle votazioni sulla riforma costituzionale, un’operazione di moral suasion per evitare sorprese su un provvedimento al quale l’esecutivo ha legato la sua sorte?”, ragionava un autorevole deputato del centrosinistra. Di sicuro, rinvio dopo rinvio, finora Renzi non ha mostrato particolare fretta. Anzi, è possibile che le attese nomine non avvengano simultaneamente. Quel che è certo, almeno per ora, è che Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), il gruppo capeggiato da Denis Verdini, non sembrerebbe della partita. “Accettare la presidenza di una commissione equivarrebbe ad entrare in maggioranza, figurarsi occupare una poltrona nel governo – spiega un parlamentare di Ala –. Non è questo il nostro intento: per ora continueremo a valutare i singoli provvedimenti e a decidere, caso per caso, se votarli o meno”.

(Articolo scritto il 12 gennaio 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Pd, che fine ha fatto? I fondatori delusi: “Tradite idee della base, non era questo il progetto iniziale”

giovedì, dicembre 10th, 2015

Lo sostiene l’ex ministro degli Interni Rosa Russo Iervolino. Ma allo stesso modo la pensa anche il senatore Maurizio Migliavacca. A otto anni dalla nascita, ilfattoquotidiano.it è andato a sentire le opinioni di alcuni di coloro che parteciparono alla creazione del Partito democratico. Da Follini a Finocchiaro, da Pollastrini a Lanzillotta. Ricavandone un quadro molto critico

assemblea-costituente-pd675C’è chi parla di “un Partito democratico diventato di destra con una scelta di campo precisa”. Chi sottolinea il “tradimento delle idee della base e l’assenza di democrazia interna”. E ancora chi, con toni meno polemici ma comunque fermi, chiede “un maggior radicamento sul territorio per evitare di mobilitare il partito solo nei periodi elettorali”. Il senso, però, è quello di un Pd che non ha rispecchiato il sogno di molti. Non solo delle nuove generazioni di parlamentari nati e cresciuti all’ombra del renzismo, come Matteo Richetti, che ha recentemente parlato di “un partito senza identità” che “non è più di nessuno”. Ma soprattutto dei suoi fondatori. Dopo la sortita di Franco Monaco e la risposta di Arturo Parisi, ilfattoquotidiano.it ha interpellato alcuni esponenti di spicco dei democratici che otto anni fa, a vario titolo, hanno lavorato alla nascita del partito. Ricavandone un quadro molto critico. Tanto che alcuni di loro, come Sergio Cofferati e Marco Follini tra gli altri, hanno addirittura preferito intraprendere altre strade.

ALTO TRADIMENTO – In prima linea nell’accusare il partito di uno spostamento a destra c’è la vecchia guardia. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per esempio, esprime un giudizio tranchant: “Il Pd non rispecchia il progetto iniziale. Avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con principi semplici alla base: democrazia, giustizia sociale e solidarietà. Ma oggi – prosegue l’ex primo cittadino partenopeo ed ex ministro degli Interni – la democrazia nel partito è scarna, quasi inesistente”. Le colpe, secondo Iervolino, sono in gran parte di Matteo Renzi. Autore, a suo dire, di “politiche che sono di destra, in particolare sul tema dei diritti sociali”. Insomma “il cambiamento è avvenuto sia nel contenuto politico che nei metodi. Il nostro patrimonio si è disperso negli anni – conclude – ma la situazione è precipitata negli ultimi tempi”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non è più tenero nel giudizio. Tanto che, come noto, ha preferito lasciare il partito dopo le primarie in Liguria, perse con l’ombra dei brogli. “Il Pd non fa più riferimento ai valori ai quali dovrebbe ispirarsi”, cioè “quelli che riguardano i diritti delle persone e del lavoro”. Certo, non tutte le colpe sembrano essere dell’attuale segretario-premier, perché “qualche problema c’era stato anche prima della segreteria di Renzi, ad esempio con il governo Monti”, osserva Cofferati. “In quella fase il Pd ha deviato dalla sua strada proprio sui diritti, ma erano deviazioni giustificate dal carattere temporaneo del governo. Con Renzi questi cambiamenti sono stati strutturali – chiosa l’ex sindacalista –. Ora sono la linea ufficiale del Pd”. “Non è certamente questo il Pd che avevamo immaginato durante l’atto di nascita”, dice sulla stessa lunghezza d’onda il senatore Maurizio Migliavacca, che per quattro anni (dal 2009 al 2013) ha ricoperto il ruolo di coordinatore organizzativo del partito. “Io e gli altri fondatori avevamo pensato una forza politica saldamente ancorata all’alveo del centrosinistra, una forza che camminasse su due gambe: gli elettori e gli iscritti”. Un disegno tradito. “Mentre il numero dei primi, se pur con risultati altalenanti, tutto sommato tiene, gli iscritti diminuiscono a vista d’occhio – spiega Migliavacca –. Un segnale certamente non positivo”.

TOCCO DI CLASSE – Anche per un altro dei fondatori, Marco Follini (uscito nel 2013), “la premessa iniziale con la quale è nato il Partito democratico è venuta meno perché nel frattempo è cambiato il Paese”. Si tratta, insomma, di “un percorso incompiuto al quale è impossibile oggi come oggi dare un voto”, dice l’ex segretario dell’Udc. Secondo cui è necessario aprire un dibattito per capire “qual è l’idea di Italia che si intende mettere in campo: la direzione che il partito deve intraprendere ne è solo la conseguenza”. Anche perché “il Pd aveva fra i suoi obiettivi quello di accorciare le distanze – spiega Follini –. Mi riferisco in particolar modo a quelle riguardanti il divario dei redditi e l’altro fra Nord e Sud. Obiettivi di questa portata richiedono, adesso, qualcosa di più di un ragionamento di partito: “Bisogna dare vita ad una nuova fase costituente nella quale domandarsi, per esempio, se la politica è essenzialmente scelta di un leader, e allora le primarie sono un must, oppure se deve tornare ad essere, come io credo, un confronto di idee. È solo su questo sfondo – aggiunge – che si può affrontare il tema della natura del Pd, partito del socialismo europeo oppure partito della Nazione sul modello centrista”. In definitiva, quindi, per Follini “il consenso deve fare riferimento a un’idea”, altrimenti non si va da nessuna parte. Problemi evidenti, insomma. Testimoniati anche dalle parole della senatrice Anna Finocchiaro, oggi presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama: “Dobbiamo investire molto di più nel radicamento sul territorio, non bisogna mobilitarsi solo nei periodi elettorali. Un altro compito – aggiunge – è quello di fare formazione delle classi dirigenti, un nostro tallone d’Achille. Tuttavia, penso che sulla linea politica stiamo sviluppando l’idea originaria del partito, anche andando controcorrente. Mi riferisco in particolare al diritto di cittadinanza e alle politiche sull’immigrazione”. Per Finocchiaro, comunque, serve una “maggiore ambizione”. Perché, conclude, “bisogna sempre alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere”.

DITTA IN PERDITA – La senatrice Linda Lanzillotta, anche lei tra le fondatrici del Pd, ha avuto invece un percorso accidentato, essendo uscita dal partito nel 2009 con l’adesione all’Alleanza per l’Italia (Api) di Francesco Rutelli. A Palazzo Madama, nel 2013, è stata poi eletta nelle liste di Scelta Civica, prima di tornare alla base nel febbraio 2015. Nuotando controcorrente, a suo modo di vedere il problema del Pd non è stato rappresentato tanto da Matteo Renzi quanto dal suo predecessore: Pier Luigi Bersani. “Il Pd doveva essere a vocazione maggioritaria, come spiegò Walter Veltroni nel discorso del Lingotto. Questa concezione è stata tradita con la segreteria di Bersani, quando prevaleva il principio della ‘Ditta’”, ragiona Lanzillotta. E ora, invece? “Renzi ripropone lo stesso progetto iniziale – risponde –. Si sta ponendo di nuovo gli obiettivi previsti alla fondazione. In questo senso il Pd sta ripercorrendo la rotta interrotta con Bersani”. “Se c’è una continuità con il Partito democratico nato otto anni fa? In molti fanno fatica a vederla”, risponde Marina Magistrelli, senatrice per tre legislature e vicina all’ex premier, Romano Prodi. “Il nostro motto, ‘uniti per unire’, in buona parte si è perso”, spiega. Aggiungendo che “la colpa non è solo di Renzi, che pure deve assolutamente evitare la deriva del partito della Nazione, la quale rimetterebbe in discussione l’essenza stessa del Pd” e che “in tanti non capirebbero né gradirebbero”. Ma di errori, per Magistrelli, ne hanno commessi tutti. Compreso l’ex segretario. “Ho creduto in Bersani e l’ho appoggiato, ma nell’ultima fase della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2013 ha commesso diversi errori che hanno indebolito la spinta elettorale del partito, dice. Ecco perché ora “serve aprire una seria discussione politico-programmatica per capire che cosa vuole davvero diventare il Pd”.

RIPIANTIAMO L’ULIVO – Ma non è tutto. Perché c’è anche chi sogna un partito di respiro maggiormente internazionale. Come Barbara Pollastrini, ex ministro per le Pari opportunità del secondo governo Prodi, anche lei tra le fondatrici del Pd. Secondo la quale “quello di oggi assomiglia ma non è il Partito democratico che avevamo sognato e che vorrei”. Anche in Europa. Dove, dice la deputata dem, “bisognerebbe, nell’alveo del Pse, dialogare e contaminarsi con altre esperienze come Syriza e Podemos. Magari recuperando lo spirito dell’Ulivo e mettendo da parte una logica di autosufficienza”. Anche per Pollastrini, insomma, quella del Pd è ad oggi una “scommessa riuscita a metà” e da “immaginare nuovamente”. Un partito che però “deve essere saldamente ancorato alla sinistra e al centrosinistra, senza strizzare troppo l’occhio ad un centrismo da ancien règime. Una forza che guardi alle periferie e recuperi un uso sobrio del potere, che stia dalla parte degli svantaggiati. Se si pensa che l’obiettivo sia solo vincere e stare comunque al governo – conclude – si smarrisce l’anima del progetto iniziale”.

(Articolo scritto con Stefano Iannaccone il 9 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)