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Posts Tagged ‘Graziano Delrio’

La scissione costa cara a Renzi. D’Alema e compagni già volano nei sondaggi: così Matteo rischia grosso

sabato, febbraio 18th, 2017

dalemaGraziano Delrio, uno dei fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi, è stato in qualche modo profetico. “La scissione è una scelta tragica”, ha detto il ministro dei Trasporti dopo l’infuocata direzione del Partito democratico di lunedì scorso, perché “butta all’aria gli sforzi di tante persone, è una responsabilità enorme che ci si prende sulle spalle”. Ed è proprio così. Perché a sentire alcuni tra i principali sondaggisti del nostro Paese, un Pd senza la minoranza dei vari Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Massimo D’Alema tanto invisa all’ex sindaco di Firenze rischia di portare i dem ad ambire al gradino più basso del podio in vista delle prossime elezioni Politiche. Una dura botta per le sfrenate ambizioni del rottamatore, che punta a riprendersi Palazzo Chigi. Ma andiamo con ordine.

Se il Movimento 5 Stelle oscilla ancora fra il 28 e il 30% nonostante i guai che attanagliano la giunta romana di Virginia Raggi, e un Centrodestra con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia riuniti sotto lo stesso tetto nonostante la diversità di vedute potrebbe addirittura giocarsela alla pari con i pentastellati (molto conterà ovviamente con che tipo di legge elettorale si andrà a votare), l’addio della costola “sinistra” del partito del Nazareno provocherebbe un’emorragia importante. Tanto che al collo dei dem finirebbe addirittura una simbolica quanto inutile medaglia di bronzo. “Secondo le rilevazioni che abbiamo effettuato negli ultimi giorni”, dice a La Notizia Carlo Buttaroni, presidente e direttore scientifico di Tecnè, “l’area di sinistra alla quale possiamo oggi ascrivere i vari Bersani, Michele Emiliano e D’Alema vale circa il 14%”.

Inutile stampella – Certo, ammette Buttaroni, “stiamo ragionando senza un’offerta politica concreta, che ad oggi potremmo quasi definire ‘immaginifica’”. Però i numeri parlano chiaro. Ancora di più se la “stampella” del Campo progressista di Giuliano Pisapia rischia di non riuscire a colmare il vuoto lasciato dagli scissionisti. “A Milano, Pisapia ha sempre goduto di un alto gradimento, ma trasformare la sua popolarità in consenso politico – conclude il numero uno di Tecnè – non sarà facile”.

Tutti dentro – Anche per Ipr Marketing la fuoriuscita della minoranza avrebbe effetti dolorosi per il Pd. “Un partito di sinistra che comprende al suo interno pure il progetto di Vendola e Fratoianni”, rivela il direttore Antonio Noto, “vale oggi fra il 10 e l’11%. Il Pd? Si fermerebbe al 22%”. Ben lontano dai fasti del 40,8% raccolto alle Europee del 2014. “Così facendo i dem rischiano di arrivare dietro al Centrodestra unito e al M5s”, fa notare il numero uno di Ipr, “anche se molto dipenderà dal tipo di legge elettorale che partorirà il Parlamento”. Perdite più contenute, invece, secondo Emg Acqua, l’istituto diretto da Fabrizio Masia. Che ieri a Repubblica ha spiegato che con la scissione il Pd perderebbe il 4%, percentuale che però potrebbe salire fino al 10-12%. Renzi è avvisato.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 17 febbraio 2017 per La Notizia

Da Accozzaglia a Zagrebelsky, l’alfabeto del referendum per cambiare la Costituzione

venerdì, dicembre 2nd, 2016

referendumDomenica si va in campo, anzi, alle urne. Gli italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale più ampia e complessa nella storia della Repubblica, visto che il ddl Boschi prevede la modifica di oltre 40 articoli della Carta. In questi mesi se ne sono sentite di tutti i colori. Fra insulti, gaffe ed endorsement, ecco l’alfabeto del referendum.

A come Accozzaglia – Vuol dire “turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose”. Il premier ha usato questa espressione per apostrofare il variegato universo schierato per il No alla riforma. “In questo referendum c’è un’accozzaglia di tutti contro una sola persona senza una proposta alternativa”, le parole di Renzi. “Abbiamo messo insieme D’Alema e Grillo”. Poi però il numero uno di Palazzo Chigi ha fatto retromarcia: “Mi scuso se ho offeso qualcuno, facciamo coalizione coesa”. La sostanza non è cambiata granché.

B come Boschi e Berlusconi – La prima è la madre della riforma, il secondo uno dei suoi grandi oppositori: voterà No ma non disdegnerebbe un successo del Sì, complici le aziende. In questi mesi Maria Elena ha girato l’Italia in lungo e in largo, senza contare le numerose ospitate tv. Poi l’hanno mandata all’estero e non è filato sempre tutto liscio. Come quando è stata contestata a Zurigo e per un attimo ha perso la calma e il sorriso. Che dire invece del leader di Forza Italia? Se il ddl Boschi passasse, ripete, il rischio è di “una dittatura di un uomo solo al comando”. Ma Mediaset vota Sì. E allora…

C come Cnel – Secondo i (pochi) sondaggi che hanno “spacchettato” il quesito, l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è una delle poche cose votabili della riforma. Istituito nel 1957, ha diritto all’iniziativa legislativa ma in 59 anni ha presentato “solo” 14 proposte, nessuna delle quali diventata legge. Quanto si risparmierà con la sua eliminazione? Il Governo dice 20 milioni. Su Lavoce.info però l’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ha parlato di soli di 3 milioni. “Il motivo principale è che la riforma ha disposto che tutto il personale del Cnel venga assunto dalla Corte dei Conti, quindi non vi sarà alcun risparmio su quel fronte”. Non proprio un grande successo.

D come Delrio – Se Renzi dovesse perdere il referendum e lasciare la guida del Governo, il nome del ministro dei Trasporti è in pole per sostituirlo. Anche se si tratterebbe di un cambio “di facciata”. Più un Renzi-bis senza Matteo che un Delrio I. Lui comunque ha le idee chiare: “Se vince il no bisognerà rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato che deciderà il da farsi”. Insomma, Delrio è pronto. Poi si vedrà.

E come Economist – Prima No, poi Sì. Ci mancava solo il forse. La scorsa settimana il noto giornale britannico (di cui Exor, società della famiglia Agnelli, è il principale azionista) è stato al centro di un caso abbastanza singolare: giovedì l’edizione settimanale si è schierata contro il ddl Boschi, prefigurando la creazione di un “governo tecnocratico” se Renzi dovesse perdere. Apriti cielo. Ma l’annuale, uscito il giorno dopo, ha invece rivolto un endorsement al Sì, prefigurando “instabilità politica e forse anche economica” in caso di successo del No. Idee chiare…

F come Financial Times – Che la stampa internazionale abbia partecipato attivamente a questa lunga campagna elettorale è indubbio. In questo quadro, non poteva mancare l’importante quotidiano economico-finanziario del Regno Unito. Se il prossimo 4 dicembre “Renzi perderà il referendum fino a 8 banche italiane rischiano di fallire”, ha scritto il Ft. L’invasione delle cavallette è scongiurata. Per ora.

G come Governo tecnico – Non solo l’ipotesi Delrio. Come ricordato, l’Economist ha aperto alla possibilità di un Governo tecnico in caso di sconfitta del Sì. Spauracchio subito agitato dal premier per fare propaganda per il Sì. Avevate dubbi?

I come Italicum – È la legge elettorale approvata a maggio 2015 ed entrata in vigore il 1° luglio 2016, che tutti vogliono già cambiare e sulla quale pende la pronuncia di legittimità della Consulta. È stato uno dei principali terreni di scontro fra i renziani e la minoranza del Pd, schierata per il No (con l’eccezione del “pontiere” Gianni Cuperlo). Per alcuni, le caratteristiche dell’Italicum amplificano gli squilibri della riforma; per altri la nuova legge elettorale per la Camera è coerente con le innovazioni costituzionali.

L come Lettere – Quelle che Renzi ha mandato agli italiani all’estero hanno scatenato un putiferio. Ma per certi versi si sono rivelate un boomerang per il premier, visto che un refuso riguardante l’indirizzo del sito Internet del comitato per il Sì ha finito con l’aiutare il No. Scherzi del destino.

M come Movimento 5 Stelle – A pochi giorni dal referendum è stato “colpito” dallo scandalo delle presunte firme false a Palermo. È però il vero asse portante del No alla riforma. Per i grillini, il referendum potrebbe rappresentare un trampolino di lancio verso il governo del Paese se vincesse il No, ma potrebbe anche condannarli a fare l’opposizione permanente se al contrario vincesse il Sì.

N come Napolitano – Il presidente emerito della Repubblica è uno dei padri della riforma. Voterà Sì, anche se non ha gradito né i toni della campagna, definita “aberrante”, né la personalizzazione del premier. E non gli ha risparmiato una pubblica tirata di orecchie.

O come Onida – L’accoglimento del ricorso dell’ex presidente della Consulta avrebbe potuto addirittura portare allo “spacchettamento” e al rinvio del voto. Il Tribunale di Milano lo ha respinto: Renzi ha tirato un sospiro di sollievo.

P come Prodi – L’ultimo colpo di scena di ieri. Il fondatore dell’Ulivo ha annunciato che voterà Sì, anche se la riforma è “poco profonda e poco chiara”.

Q come Quorum – Trattandosi di un referendum costituzionale, non sarà necessario raggiungerlo. Sarà valido con qualsiasi numero di elettori.

R come Risparmi – Il Governo sostiene che la riforma porterà risparmi per 500 milioni di euro all’anno. Ma a ottobre 2014 la Ragioneria generale dello Stato parlava di una cifra più contenuta: appena 57,7 milioni. Dal canto suo, il già citato Perotti parla di 161 milioni a regime: 131 dalla riduzione del numero dei senatori e dall’abolizione delle indennità, 3 dall’abolizione del Cnel, 17 dalla riduzione dei compensi dei consiglieri regionali e 10 dall’eliminazione dei contributi ai gruppi consiliari regionali. Insomma, i conti di Renzi&Boschi non tornano. Sarebbe il caso di rifarli.

S come Scrofa ferita – Renzi ha usato “accozzaglia”, Grillo gli ha risposto per le rime. Il premier, ha detto il fondatore del M5S, “ha una paura fottuta del voto del 4 dicembre. Si comporta come una scrofa ferita che attacca chiunque veda. Ormai non argomenta, si dedica all’insulto gratuito e alla menzogna sistematica”. Da che pulpito…

T come Twitter – Anche questa campagna elettorale si è giocata a colpi di tweet e post su Facebook. Gli account Twitter di “Basta un Sì” e del “Comitato per il No” hanno oggi – rispettivamente – 11.300 e 7.154 follower. Su Facebook i “mi piace” sono invece 159.274 e 151.507. Secondo una recente analisi de IlSocialPolitico.it, Twitter è terreno favorevole al Comitato del Sì mentre Facebook è dalla parte del No. Vedremo come andrà nel “Paese reale”.

U come Unico – Nessuno “spacchettamento”: sulla scheda gli italiani troveranno un unico quesito. Circostanza che ha dato vita a numerose polemiche. Per come è formulato, dicono le opposizioni, rischia infatti di essere fuorviante e trarre in inganno gli elettori.

V come Verdini – È un altro dei padri indiscussi del ddl Boschi, diventato determinante anche per gli equilibri del Governo Renzi dopo la nascita del suo gruppo, Ala. “Siamo in paradiso”, disse ad aprile dopo aver incontrato a Montecitorio i vertici del Pd. E si capisce perché.

Z come Zagrebelsky – Anche l’altro presidente emerito della Consulta è stato uno dei primi a schierarsi contro la riforma, arrivando a paventare l’ipotesi di non insegnare più Diritto costituzionale se dovesse vincere il Sì. È presidente onorario del Comitato per il No ed è stato uno dei pochi (insieme all’eterno Ciriaco De Mita) ad essersi confrontato direttamente con Renzi nel dibattito televisivo moderato dal direttore del Tg La7, Enrico Mentana.

Articolo scritto il 2 dicembre 2016 per La Notizia

Fondo contro l’incidentalità notturna, silenzio del governo sui soldi a disposizione e su come vengono spesi

martedì, dicembre 8th, 2015

La denuncia della senatrice Maria Mussini. Che con un’interrogazione ha chiesto ai ministri Padoan, Delrio e Giannini di rendere note le cifre. Da utilizzare, secondo una legge del 2007, per sovvenzionare le attività di educazione stradale nelle scuole. Ma non solo. La vicepresidente del gruppo Misto a Palazzo Madama attacca: “Fatto inaccettabile, mancano anche le relazioni sulla gestione delle risorse da presentare obbligatoriamente al Parlamento”

incidenti-notturni675Si chiama “Fondo contro l’incidentalità notturna”. È stato istituito nel 2007, ai tempi del secondo governo di Romano Prodi, presso la presidenza del Consiglio dei ministri. Allo scopo di finanziare campagne di sensibilizzazione e di formazione degli utenti della strada, ricerca e sperimentazione nel settore di contrasto della guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto sostanze stupefacenti. Ma anche per sovvenzionare corsi volti all’educazione stradale degli studenti nelle scuole. Un intento lodevole. Almeno sulla carta. Perché il problema, a più di otto anni dalla sua creazione, è che non si sa quanti soldi ci sono a disposizione nel fondo per le suddette attività. Milioni di euro che avrebbero dovuto alimentarlo, sommandosi così agli 1,5 milioni stanziati da Palazzo Chigi nel triennio 2007-2009, giungendo in buona parte dalle multe comminate ai cittadini in violazione di alcuni articoli del codice della strada. Soldi pubblici, insomma. Di cui però nessuno sembra sapere nulla. Compresi il governo di Matteo Renzi, il quale, chiamato a rispondere sulla questione, non ha ancora fornito alcuna risposta, e il Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio (delegato alla gestione del fondo), interpellato sull’argomento da ilfattoquotidiano.it.

SENZA RISPOSTA – A sollevare il caso è stata la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama, Maria Mussini. “Sono mesi che chiedo senza sosta chiarezza sul fondo – spiega la senatrice ex Movimento 5 Stelle –. Ad aprile, peraltro, il governo ha accolto un mio ordine del giorno assumendosi l’impegno di un’azione mirata a incrementarlo finalizzandolo anche alla ricerca”. Poi però, come spesso capita, il tutto è caduta nel dimenticatoio. “A quel punto ho indirizzato ai ministri Pier Carlo Padoan (Economia), Graziano Delrio (Trasporti) e Stefania Giannini (Istruzione) un’interrogazione, con la quale ho chiesto espressamente loro di quantificare le risorse a disposizione nel fondo e, soprattutto, di spiegare come vengono spese”. Inoltre, “vorrei anche sapere quando saranno presentate alle Camere le relazioni sulla gestione di questi soldi, come prevede la legge”. Infatti, ricorda Mussini, “per decreto il capo della Polizia sarebbe obbligato a trasmettere trimestralmente al Viminale un resoconto dell’entità del Fondo”, mentre “tre ministeri, Interno, Trasporti e Istruzione (Miur), sarebbero chiamati a riferire annualmente sull’impiego di quei soldi”. Invece, rivela, “l’unica relazione disponibile è quella del Miur del 2011”.

DECISIONE INAMMISSIBILE – Ma non è tutto. Nonostante il silenzio dell’esecutivo (nessuno degli interpellati ha risposto all’interrogazione), la parlamentare ex 5 Stelle è tornata alla carica sull’argomento grazie al disegno di legge sull’omicidio stradale, che dopo essere stato approvato a Montecitorio è ora in discussione a Palazzo Madama. Presentando emendamenti aggiuntivi riguardanti proprio il fondo contro l’incidentalità notturna. Risultato? Le proposte di modifica al testo firmate da Mussini sono state ammesse e votate in commissione Giustizia al Senato, della quale lei è componente, salvo poi essere dichiarate inammissibili per l’Aula. Un banale errore? Difficile dare una risposta certa. Anche perché proprio la vicepresidente del Gruppo Misto di Palazzo Madama non ha risparmiato critiche al provvedimento licenziato il 28 ottobre scorso dall’altro ramo del Parlamento. “Nel testo votato dalla Camera – attacca Mussini – sono state inserite aggravanti che non hanno nulla di penale, come per esempio lo stato assicurativo del mezzo”. Mentre, conclude, “non viene affatto curato il fronte della prevenzione che per me rimane l’unico strumento davvero efficace per ridurre le morti”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 7 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)