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Conflitto d’interessi, il provvedimento arriva alla Camera tra le polemiche: “Testo fasullo, in aula voteremo no”

mercoledì, febbraio 24th, 2016

Lo annuncia Danilo Toninelli, deputato del Movimento 5 Stelle e componente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Che boccia senza mezzi termini l’ultima versione della normativa. “Bozza iniziale ampiamente condivisibile, poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia”. Fra i punti contestati anche la nomina dei due nuovi componenti dell’Antitrust: “Occasione per l’ennesima lottizzazione partitica”

Sisto-Sanna-675Potremmo già definirli come i 16 articoli della discordia. Tanti ne conta, infatti, il testo della legge sul conflitto d’interessi che questo pomeriggio arriverà in Aula alla Camera. Dopo numerosi rinvii. E, visto l’argomento, non senza le polemiche di rito che hanno accompagnato il lavoro preliminare in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. La quale ha dato il ‘via libera’ al provvedimento lo scorso 18 febbraio con il parere contrario diForza Italia e Movimento 5 Stelle. I primi la consideranotroppo restrittiva; per i secondi, al contrario, è troppo permissiva. Tanto che sono già pronti circa 280 emendamentiper modificare il testo. Fra i punti maggiormente contestati dai grillini c’è quello che riguarda i soggetti interessati dal provvedimento (le nuove norme verranno applicate a chi ha incarichi di governo nazionale regionale). Ma anche quello relativo ai criteri di nomina dei componenti dell’Antitrust, l’autorità alla quale è affidata la vigilanza sui conflitti stessi, chesalgono da 3 a 5 e che saranno eletti dal Parlamento. Ecco perché “così com’è, noi questa legge non la votiamo – attacca il deputato del M5S Danilo Toninelli (nella foto) parlando conilfattoquotidiano.it –. La bozza iniziale, a firma di Francesco Sanna (Pd), era ampiamente condivisibile”. Invece “la versione uscita dalla commissione è la sorella maggiore di quella varata nel 2004 dal governo Berlusconi”. La contestata legge Frattini.

Onorevole Toninelli, non c’è proprio nessuna possibilità di ripensamento da parte del M5S?
Assolutamente no. Consideriamo questo testo fasullo e insufficiente. È un provvedimento che colpisce una cerchia ristrettissima di persone. Ne sono addirittura esentati i parlamentari e i consiglieri regionali. Una legge-miraggio che colpisce solo 230 persone rispetto alle migliaia di potenziali destinatari. È un provvedimento utile solo per accaparrarsi qualche voto in più alle Amministrative, ma che non risolve assolutamente nulla.

Eppure Forza Italia ha detto che grazie a questo provvedimento si è creato un asse fra voi e il Pd che porterà l’Italia ad una deriva “autoritaria, populista e demagogica”. Risposta?
La voce da cui provengono queste parole è quella di Francesco Paolo Sisto (che
 il 15 febbraio si è dimesso da relatore del ddlndr), avvocato di Silvio Berlusconi e Denis Verdini. Dire che c’è un asse fra il Pd e noi, che come Movimento 5 Stelle chiedevamo un conflitto di interessi serio e pesante, non è nient’altro che una barzelletta. La verità è che, in commissione, Forza Italia ha proposto la cancellazione riga per riga di tutta la legge. Non essendo riusciti nel loro intento ora non gli resta che screditarci.

All’inizio, però, il testo base di Sanna non aveva raccolto giudizi così tranchant da parte vostra. Che cosa vi ha fatto cambiare radicalmente idea?
La prima bozza del provvedimento era buona e ampiamente condivisibile: ridiscutendo la parte relativa alle sanzioni, il M5S l’avrebbe sicuramente votata. Infatti, il primo testo che ci è stato proposto riguardava anche interessi non economici e coinvolgeva tanti altri soggetti che poi in commissione sono spariti dal testo. Come per esempio gli alti burocrati, i sindaci e gli assessori. Poi il partito di Renzi ha fatto un compromesso al ribasso con Forza Italia, che ha annacquato il disegno di legge.

Insomma, non c’è proprio nulla che si salva?
Se dovessi mettere un voto a questa legge in una scala da zero a cento darei cinque. Dopo più di vent’anni di assenza di una norma simile è incredibile doversi accontentare di uno strapuntino. La già citata bozza iniziale riprendeva alcuni principi della legislazione internazionale, per esempio quella francese, nella quale vengono valutati anche i conflitti ‘potenziali’ e gli interessi non economici fra pubblico e privato. Dove sono finiti? Sono spariti dal testo. E non per colpa nostra.

In Aula presenterete degli emendamenti per modificare il testo?
In commissione abbiamo già provato a sistemare alcuni passaggi del testo. Per esempio aumentando di un anno l’impossibilità per un ex membro del governo di andare a lavorare in una società, pubblica o privata, il cui ambito di riferimento collima con quello per cui ricopriva la propria carica.

E adesso?
Chiederemo che il provvedimento venga modificato già a partire dall’articolo 1, per il quale il conflitto di interessi è relativo a “titolari di cariche politiche”. Lo reputiamo sbagliatissimo: preferiremmo infatti si parlasse di cariche “pubbliche”, coinvolgendo anche le pubbliche amministrazioni. Poi c’è il capitolo sanzioni: devono essere più puntuali e la platea dei destinatari va necessariamente allargata. Per non parlare del capitolo relativo all’Antitrust.

Cos’è che non va in questo caso?
La legge prevede che il numero dei suoi componenti, attualmente tre, di cui uno è il presidente, venga elevato a cinque. Il problema è che la nomina di questi due nuovi membri dell’authority diventerà l’occasione per operare l’ennesima lottizzazione partitica. Infatti è stato previsto un meccanismo per il quale il partito di maggioranza porterà a casa tre elementi su cinque, cioè più del 50%. Senza alcuna condivisione con le opposizioni, come avviene per i giudici della Consulta. Anche stavolta, manco a dirlo, fra la prima bozza e il testo che andrà in Aula c’è un abisso.

Questo atteggiamento di chiusura sul conflitto di interessi è stato forse uno dei motivi per cui Renzi ha optato per l’accordo con Ncd sull’altro fronte caldo, le unioni civili?
Chi ci conosce sa che il M5S non fa valutazioni di convenienza. Noi votiamo la legge sulle unioni civili ma senza violare le regole con canguri o altre pericolose forzature. Se Renzi chiederà al Parlamento il voto di fiducia al governo, che ovviamente non voteremo, significa che non si fida dei suoi e teme di andare sotto nelle votazioni di merito più delicate. Invece per una volta dovrebbe avere coraggio e non pensare solo alla poltrona, perché grazie al M5S, che ha detto sì al provvedimento, i numeri ci sono.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 23 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Conflitto d’interessi, tra vantaggi patrimoniali, astensioni e blind trust: cosa c’è nella bozza della Camera

venerdì, dicembre 11th, 2015

Il Comitato ristretto in commissione Affari costituzionali ha approvato un testo base firmato da Sanna (Pd) e Sisto (Forza Italia). Senza il voto di Sel e Movimento 5 Stelle. Ed è subito polemica. Vediamo i punti critici del provvedimento. Anche con l’apporto del costituzionalista Pertici. Il presidente Mazziotti: “Testo migliorabile, l’importante era iniziarne l’esame”

camera675Non è ancora nemmeno iniziato l’esame in commissione che già divampano le polemiche. Da una parte gli autori del provvedimento, Francesco Sanna (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Forza Italia). Dall’altra Sel e Movimento 5 Stelle. Stiamo parlando della “nuova” bozza della legge sul conflitto di interessi, il cui testo base è stato approvato ieri dal Comitato ristretto in commissione Affari costituzionali alla Camera e dal quale, rispetto alla prima versione, è scomparso il comma 2 all’articolo 4 che riguardava i conflitti non patrimoniali. Circostanza che ha scatenato le proteste delle forze di opposizione, che non hanno partecipato al voto. Anche perché scontente di altri aspetti importanti della normativa. “Il Comitato ristretto, che Sel e M5S avrebbero voluto sciogliere, è riuscito, anche se tra molti distinguo, a produrre un testo condiviso che sarà emendato e migliorato come è giusto che sia – commenta il presidente della commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti (Scelta civica) –. A questo punto la cosa più importante era sbloccare il testo e consentirne l’esame”. Ma cosa prevede davvero questa bozza? Cosa cambia rispetto alla legge Frattini, varata nel 2004 dal secondo governo Berlusconi e in seguito bocciata dal Consiglio d’Europa?

DICHIARAZIONI OBBLIGATORIE – La proposta di Sanna e Sisto cerca di fare dei passi in avanti nel risolvere l’annosa questione. Pur non senza diverse criticità. La futura legge si applicherà ai titolari di cariche di governo nazionali, dal presidente del Consiglio ai ministri, vice, sottosegretari e commissari straordinari nominati dall’esecutivo. Ma anche ai titolari di cariche di governo regionali (a cominciare dai presidenti), ai parlamentari e ai consiglieri regionali. A vigilare sull’attuazione della legge sarà l’Antitrust. Ma non è tutto. Per i due proponenti di Pd e Forza Italia, stavolta “sussiste conflitto di interessi in tutti i casi in cui il titolare di una carica di governo” sia, allo stesso tempo, “titolare di un interesse economico privato tale da condizionare l’esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite o da alterare le regole di mercato relative alla libera concorrenza”. Per questo, entro venti giorni dalla nomina, i titolari di cariche di governo nazionali devono obbligatoriamente presentare una serie di dichiarazioni: da quella delle cariche di cui sono eventualmente titolari a quella dei redditi. Compresa anche quella riguardante “la possibile esistenza di un’interferenza tra un interesse pubblico e un interesse pubblico o privato tale da influenzare – dice il testo – l’esercizio obiettivo, indipendente o imparziale di funzioni pubbliche, anche in assenza di uno specifico vantaggio economicamente rilevante”. Dichiarazioni che “sono rese anche dal coniuge non legalmente separato e dai parenti e affini entro il secondo grado del titolare della carica di governo nazionale o comunque dalla persona con lui stabilmente convivente non a scopo di lavoro domestico”. E che andranno presentate anche al termine del mandato, pena una sanzione amministrativa che varia da 5 mila a 35 mila euro.

OCCHIO AL BLIND TRUST – Ma, come detto, non mancano gli aspetti più controversi, che saranno oggetto di un’accesa discussione parlamentare. Come quello sul cosiddetto blind trust, cioè l’affidamento dei beni che compongono il patrimonio di un soggetto al fine di evitare proprio situazioni di conflitto di interessi patrimoniale. Vale a dire tutti i casi nei quali il titolare della carica di governo nazionale possiede, anche per interposta persona o tramite società fiduciariepartecipazioni nei settori della difesa, dell’energia, eccetera. Oppure quando queste siano tali da condizionare l’esercizio delle sue funzioni pubbliche alterando le regole di mercato. Quando rilevi una forma di conflitto di interesse patrimoniale, l’Antitrust potrà affidare le attività ad una gestione fiduciaria. Il gestore sarà scelto “tra banche, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare”, è scritto nel testo, e sarà “tenuto ad amministrare i beni e le attività patrimoniali conferiti con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle sue specifiche competenze, apprestando altresì a tal fine, salvo diverso accordo tra le parti, idonee garanzie assicurative”. Secondo Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’Università di Pisa, che ha letto il testo, quello del conflitto di natura patrimoniale è “il problema principale” della proposta di Sanna e Sisto. Il motivo? “Il ricorso alla gestione fiduciaria non esclude la conoscibilità dei propri interessi da parte del titolare – risponde –. La caratteristica principale del blind trust, utilizzato negli Stati Uniti in queste situazioni, è invece quella per cui i beni vengono trasformati dalla persona alla quale sono affidati e reinvestiti senza che il titolare ne venga a conoscenza, proprio per evitare che nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche possa favorire i propri interessi privati, agendo in conflitti di interessi”. In questo caso, invece, “il possessore saprà dove sono i suoi averi, quindi nella propria attività pubblica e al momento di prendere decisioni rischierà di essere influenzato da questo aspetto specifico”. Con un unico distinguo. “Il testo dice che ‘qualora non vi siano altre misure possibili per evitare il conflitto di interessi, l’Autorità può disporre che il titolare della carica di governo proceda alla vendita dei beni e delle attività patrimoniali rilevanti’. Ma si tratta di un caso indicato come eccezionale e che rimane molto indefinito – conclude il docente –. Probabilmente la sua applicazione sarà assai controversa e, anche per questo, limitatissima”.

ASTENERSI PER FAVORE – Ma sorge spontanea un’altra domanda: cosa accadrebbe nel caso in cui uno dei titolari di cariche pubbliche dovesse trovarsi a prendere decisioni tali da provocare un indebito vantaggio a sé o a persone a lui strettamente vicine? Leggendo il testo verrebbe da rispondere: niente. O quasi. “L’Autorità (…), se rileva che il titolare di una carica di governo nazionale, nell’esercizio delle funzioni pubbliche ad esso attribuite, può prendere decisioni, adottare atti o partecipare a deliberazioni che, pur destinati alla generalità o a intere categorie di soggetti, sono tali da produrre, nel patrimonio dello stesso o di uno dei soggetti di cui al comma 5 dell’articolo 5 (cioè il coniuge non legalmente separato più i parenti e affini entro il secondo grado, ndr), un vantaggio economicamente rilevante e differenziato, ancorché non esclusivo, rispetto a quello della generalità dei destinatari del provvedimento – è scritto nel testo –informa il medesimo soggetto della rilevata ricorrenza, nei suoi confronti, dell’obbligo di astensione”. E anche in caso di violazione di tale obbligo non sembra succedere granché. Perché se “il titolare di una carica di governo nazionale prende una decisione, adotta un atto, partecipa a una deliberazione o omette di adottare un atto dovuto, conseguendo per sé o per uno dei soggetti di cui al comma 5 dell’articolo 5 un vantaggio economicamente rilevante e differenziato rispetto a quello conseguito dalla generalità dei destinatari, ovvero un vantaggio economicamente rilevante e incidente su una categoria ristretta di destinatari della quale il medesimo fa parte, salvo che il fatto costituisca reato, l’Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria non inferiore al doppio e non superiore al quadruplo del vantaggio patrimoniale effettivamente conseguito dai soggetti interessati”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto l’11 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)