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Comunali Milano, la lista di Rotondi esclusa dalla coalizione di Parisi: “Creo disturbo a forzisti e alfaniani”

mercoledì, aprile 20th, 2016

Il movimento dell’ex ministro, Rivoluzione cristiana, non sarà fra quelli che sosterranno l’ex city manager nella corsa per Palazzo Marino. E lui attacca a testa bassa. “La Gelmini mi ha comunicato che la mia lista avrebbe creato problemi a Ncd e Forza Italia”. E sugli ex colleghi del Pdl dice: “Hanno usato Berlusconi come un taxi per tornare in Parlamento, ora stanno cercando di ripetere il copione”  

rotondi675Stavolta è toccato a lui essere fatto fuori. “A Milano, Forza Italia e il Nuovo centrodestra hanno escluso la mia lista, Rivoluzione cristiana, da quelle che sosterranno la corsa a sindaco di Stefano Parisi”, dice a ilfattoquotidiano.it Gianfranco Rotondi, ex ministro per l’attuazione del programma dell’ultimo governo Berlusconi, da sempre molto vicino al Cavaliere. “Io e il mio partito, erede legittimo della Democrazia cristiana, abbiamo partecipato alla fondazione del Popolo della Libertà: ora gli stessi soggetti che hanno sfasciato il centrodestra mi stanno mettendo da parte – aggiunge –. Il motivo? Creo disturbo a forzisti e alfaniani. Sono sconcertato: vedo ex colleghi di partito cercare il taxi-Berlusconi per ritornare in Parlamento”.

Onorevole, lei ha definito il candidato sindaco di Milano del centrodestra come “un taxi per gli escursionisti di Ncd”. Cos’è successo?
Qualcuno mi ha comunicato l’impossibilità di apparentare la lista di Rivoluzione cristiana alle altre che sostengono la corsa di Stefano Parisi a primo cittadino del capoluogo lombardo.

Chi è questo qualcuno che gliel’ha comunicato?
Ho parlato con Mariastella Gelmini, la quale mi ha spiegato che non c’erano le condizioni politiche affinché anche il mio movimento potesse appoggiare Parisi.

Quali sono stati i motivi di questa esclusione?
Mi hanno fatto fuori perché, mi è stato detto, la mia lista avrebbe disturbato quella di ‘Milano popolare’, alias Maurizio Lupi e il Nuovo centrodestra, e addirittura quella di Forza Italia. Cause davvero singolari: sono rimasto sconcertato.

Ma lei con Parisi ha mai parlato?
Una sola volta. Poi è accaduto quanto ho appena spiegato. Perciò sono arrivato alla conclusione che se l’idea di questi ‘uomini del fare’ è quella di non disturbare i partiti allora è meglio andare da soli. Così noi sosterremo la candidatura dell’ex preside del liceo Parini, Carlo Arrigo Pedretti. Che è un milanese doc e non arriva dal quartiere Parioli di Roma.

Certo che l’hanno fatta proprio arrabbiare.
Reputo l’operazione Parisi come il trasferimento di una compagnia teatrale dal Teatro Olimpico di Roma a quello degli Arcimboldi di Milano.

Che vuol dire?
All’Olimpico, qualche anno fa, i futuri fondatori di Ncd incoronarono Mario Monti capo del centrodestra al posto di Silvio Berlusconi. Salvo poi tornare indietro per prendere i seggi da lui. I nomi? Fabrizio Cicchitto, per esempio. Che cancellarono i lealisti del Cavaliere dalle liste del Pdl addirittura dirottando me, in un primo tempo, in Piemonte. Salvo poi, una volta eletti, andare al governo con il centrosinistra di Letta prima e Renzi poi. Ecco, il taxi è esattamente questo. Con Parisi sta avvenendo la stessa cosa.

Solo che stavolta hanno fatto fuori lei.
Già. Anche perché si stanno manifestando le medesime condizioni: il giro del governo sta finendo e quello del Parlamento sta tornando. Bisogna essere rieletti e serve chi ti porta. Malgrado tutto, pur ‘scassato’, Berlusconi c’è ancora, è il principale numero della smorfia del centrodestra. Quelli del Teatro Olimpico stanno cercando un nuovo passaggio.

Con l’operazione Parisi.
Esattamente. Lui ha perfino creduto a chi gli ha detto che dopo la poltrona di sindaco di Milano c’è quella di Palazzo Chigi. Gli faccio i miei migliori auguri, ma Berlusconi mi deve spiegare se uno, per dettare la linea nel centrodestra, deve prima farsi un giro a sinistra.

Ha parlato con il leader di Forza Italia?
Credo che ci sentiremo nelle prossime ore, ci siamo cercati a vicenda ma non ancora parlati. Approfitto però per far notare, a lui e a chi lo circonda, che da Frattini alla Meloni, da La Russa a Sacconi fino a Romano, io sono fra i pochi componenti del suo ultimo governo ad essergli rimasto al fianco nonostante le tante difficoltà. Se però stavolta tocca a me vado a farmi un giro a sinistra…

Sta dicendo che alla fine potrebbe appoggiare Giuseppe Sala?
Vuol dire che io al primo turno farò campagna elettorale per il mio candidato sindaco. Al secondo turno, visto che un pezzo del governo appoggerà Parisi, non mi meraviglierebbe il sostegno di una parte dell’opposizione a Sala. Credo di essermi spiegato.

C’è anche un altro episodio che recentemente l’ha fatta arrabbiare: l’esclusione dall’ultima direzione del Pdl. Non le hanno comunicato il motivo?
Un’altra bizzarria. Se il Pdl sta portando avanti delle procedure amministrative di scioglimento deve coinvolgere tutti i fondatori. Me compreso. Invece nessuno mi ha detto nulla. Fra l’altro, io in quel progetto ho investito dei soldi che non ho mai recuperato. Denari che si sono tenuti Forza Italia e Alleanza Nazionale. Potevano almeno farmi una telefonata. 

Invece il telefono non ha squillato. Nemmeno Berlusconi si è scusato?
Non si è fatto sentire nessuno. Quanto all’aspetto economico, Berlusconi mi ha detto che i soldi erano finiti e non c’era più niente da fare. Ora, quantomeno, mi aspetto che torni in campo e rifaccia grande il centrodestra.

Un nuovo ‘voto di fiducia’ nei suoi confronti?
Ma anche una critica.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 aprile 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Unioni civili, opposizioni all’attacco: “Potevamo votare gli emendamenti in due giorni ma il Pd ha avuto paura”

lunedì, febbraio 22nd, 2016

È quanto sostiene il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Romani. Mentre per Airola (M5S) ne sarebbero serviti “quattro al massimo, compreso il weekend”. D’accordo anche il leghista Calderoli: “Senza ostruzionismi e contingentando i tempi si poteva fare in fretta”. Accuse che i dem rispediscono al mittente. Pini: “Senza il canguro serviranno 135 giorni”

Senato - ddl Unioni CiviliIl capogruppo di Forza Italia al Senato, Paolo Romani, lo dice sicuro: “Per votare tutti gli emendamenti rimasti al ddl Cirinnà, circa 750 sommando quelli delle opposizioni dopo il ritiro delle migliaia presentati della Lega Nord, ci avremmo impiegato due giorni al massimo. Anche perché nessuno di noi – ci tiene a precisare contattato da ilfattoquotidiano.it – si sarebbe messo a fare ostruzionismo”. Quindi “diciamoci le cose come stanno: il ‘canguro’ è figlio della paura tutta interna al Partito democratico sui numerosi voti segreti. Siccome sarebbero andati sotto hanno preferito rimandare la discussione alla prossima settimana”. Dopo lo slittamento al 24 febbraio del disegno di legge sulle unioni civili, a Palazzo Madama non si placano le polemiche fra opposti schieramenti. Ma non solo. Infatti, ieri ci ha pensato la ‘madre’ del testo, la senatrice Monica Cirinnà, a dare fuoco alle polveri puntando il dito addirittura contro alcuni esponenti del suo stesso partito. “Pago le ripicche di certi renziani che volevano un premietto”, le parole riportate dal Corriere della Sera in un’intervista che però la stessa Cirinnà ha poi smentito di aver rilasciato. Solo uno sfogo con alcuni attivisti Lgbt nel Transatlantico del Senato, a quanto pare. Ma tanto è bastato per lasciare i toni sopra il livello di guardia. E provocare le reazioni non proprio al miele di alcuni pezzi da novanta del Pd, fra cui il capogruppo dei senatori, Luigi Zanda (“no alle insinuazioni infondate”, ha scandito tranchant).

Se il Pd si ritrova ora con la patata bollente fra le mani, decidere, cioè, se stralciare o meno la stepchild adoption, la ferma convinzione delle opposizioni resta una e una sola: la mossa del renziano Andrea Marcucci, ovvero quella di presentare un emendamento ‘taglia emendamenti’, è stata dettata proprio dalla frattura tutta interna al partito del segretario-premier Matteo Renzi. E da nessun altro motivo. “Romani dice che sarebbero bastati due giorni per votare gli emendamenti? Io voglio tenermi un po’ più largo: dico quattro al massimo, weekend compreso – afferma il senatore Alberto Airola del Movimento 5 Stelle –. Insomma, era una partita che si sarebbe potuta concludere già questa settimana, ma il Pd ha avuto paura e ha preferito fare marcia indietro. Cosa che invece non è successa in precedenti occasioni, quando i numeri erano dalla loro”. In che senso? “Ricordo una giornata, mi pare stessimo discutendo in Aula del ddl Boschi, nella quale abbiamo votato ben 900 emendamenti”. Lo ripete, scandendo bene la cifra: “No-ve-cen-to emendamenti. E non potevamo votarne circa duecento in meno in quattro giorni? Dai, non scherziamo…”.

Più cauto sui tempi, invece, Roberto Calderoli (Lega Nord). “Mi sembra difficile fare previsioni: per votare un singolo emendamento – dice il vicepresidente del Senato – ci possono volere cinque minuti come cinque ore. Poi è normale: senza ostruzionismi e contingentando i tempi si può anche fare in fretta”. La cosa certa, aggiunge Calderoli, è che “per il Pd l’emendamento Marcucci si è rivelato un boomerang”. Così “ora, se questo verrà spacchettato e i centristi voteranno contro solo sul canguro legato all’articolo 3 (quello su diritti e doveri derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, ndr) e all’articolo 5 (sulla stepchild adoption, ndr), verrà meno il necessario sostegno del M5S, di Sel, dei bersaniani e dei giovani turchi del Pd. L’unica soluzione logica – conclude – sarebbe quella di ritirarlo, ma alla fine lo faranno dichiarare inammissibile dal presidente Grasso, come da me richiesto ieri mattina. Hanno combinato proprio un bel casino…”. Dal Nazareno, però, le accuse vengono rispedite al mittente. Tanto che su Facebook Giuditta Pini (Pd) scrive: “Per votare tutti gli emendamenti ci vorrebbero 77.700 minuti”, cioè “54 giorni”. E “questo – aggiunge – se il Senato lavorasse 24 ore al giorno per quasi due mesi, senza dormire, senza mangiare, senza fare altro. Quindi una stima probabile potrebbe essere 135 giorni”. Il motivo? “Il ddl costituzionale era un ddl governativo che aveva un contingentamento dei tempi (non si poteva parlare più di tot minuti a gruppo)” mentre “il ddl Cirinnà non ha alcun contingentamento. L’emendamento Marcucci – conclude – serviva semplicemente ad evitare tutto questo”.

Ma andiamo avanti. “La legge deve passare”, dice ailfattoquotidiano.it la senatrice dem Rosa Maria Di Giorgi, apertamente contraria alla stepchild adoption così come un altro gruppo di colleghi di partito. “Poco importa – aggiunge – se ci vorrà una settimana in più o in meno. Però dev’essere chiara una cosa: sul ddl Cirinnà io e i miei compagni del Pd, che su alcuni punti del provvedimento la pensiamo diversamente dalla maggioranza, dobbiamo poter esercitare la libertà di coscienza che il nostro segretario ci ha lasciato”. Quindi “l’articolo 5, quello sulla stepchild, sarà votato come tutti gli altri: se avrà i numeri dalla sua parte e passerà ne prenderemo atto”. A prescindere da ciò “serve un confronto, ma da parte nostra non c’è nessuna intenzione né di dilatare i tempi né, tantomeno, di affossare la legge”, chiarisce la Di Giorgi. Quanto alle parole pronunciate dalla Cirinnà al Corriere, che la chiama direttamente in causa (“visto come s’è comportata con me?”), la senatrice afferma: “Monica mi ha inviato un sms ieri mattina alle 7.30 per scusarsi, dicendomi che si è trattato di uno sfogo durante un colloquio con alcuni attivisti Lgbt. Per me è un capitolo chiuso”. Almeno per ora.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 19 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Scelta civica, dopo il rimpasto due parlamentari se ne vanno: “Troppo appiattiti sulle posizioni di Renzi”

venerdì, febbraio 5th, 2016

Il partito guidato da Enrico Zanetti perde altri due pezzi. Si tratta della ex 5 Stelle Paola Pinna e di Stefano Quintarelli. Ora può contare su 21 eletti a Montecitorio. Messa in discussione la linea del segretario e le scelte fatte nel riassetto dell’esecutivo. Alcuni partecipanti alla riunione di ieri parlano di clima “a dir poco burrascoso”. Ora l’obiettivo è evitare nuove fuoriuscite

zanetti-675Non è stata una resa dei conti a tutti gli effetti, anche a causa della mancanza di una linea politica alternativa a quella attuale. Ma il malumore è tangibile, come ammette più di qualcuno. Paventando il rischio di nuove fuoriuscite da un gruppo che ad oggi conta appena 23 deputati. All’interno di Scelta civica, il partito fondato alla vigilia delle elezioni politiche del 2013 dall’allora presidente del Consiglio, Mario Monti, la situazione è tesa. Lo si è capito una volta di più ieri sera nel corso della riunione dei deputati a Montecitorio. Un incontro che uno dei partecipanti, parlando con ilfattoquotidiano.it, non esita a definire “a dir poco burrascoso”. Ma c’è anche chi, forse per non voler gettare altra benzina sul fuoco, parla di “normale dialettica fra colleghi”. Sarà. Sta di fatto che nelle ultime ore sia Paola Pinna, arrivata il 25 marzo 2015 dal Movimento 5 Stelle, sia Stefano Quintarelli hanno annunciato il loro addio. La prima si accaserà nel Pd (“è la naturale conclusione di un percorso politico lineare”, ha affermato) mentre Quintarelli confluirà nel Gruppo Misto. L’obiettivo dichiarato, adesso, è quello di bloccare altri possibili transfughi.

RIMPASTO INDIGESTO – Ma qual è il motivo dei mal di pancia interni a Scelta civica? I ben informati rispondono che il giro di poltrone operato la scorsa settimana dal premier Matteo Renzi sia risultato indigesto a una parte del gruppo. Che pensava – e sperava – di uscire dalla partita con un risultato più largo. Invece, oltre alla promozione del segretario, Enrico Zanetti (diventato viceministro dell’Economia), c’è stata ‘solo’ la nomina di Antimo Cesaro a sottosegretario alla Cultura. Un po’ poco, dunque. Soprattutto per chi, come Giulio Cesare Sottanelli, si vedeva già proiettato al ministero dello Sviluppo economico come sottosegretario. Invece sull’ambita poltrona, alla fine, si è seduto Antonio Gentile (Ncd). In un dicastero nel quale gli alfaniani potevano già contare sulla presenza di Simona Vicari. Alla riunione erano assenti alcuni pezzi da novanta del gruppo. Dal tesoriere del partito, Gianfranco Librandi, all’ex ministro dell’Agricoltura del governo Monti, Mario Catania. Ma non hanno partecipato nemmeno il presidente di Brembo, Alberto BombasseiIlaria Capua e Mariano Rabino (entrambi però erano assenti giustificati).

CERCASI ALTERNATIVA – La linea di Zanetti comunque resiste. Almeno per ora. Anche perché nessuno, nella riunione di ieri sera, ha presentato proposte alternative alle sue. “Certo è che, se l’intenzione è quella di continuare a viaggiare su un percorso unitario, le cose dovranno cambiare: la situazione di difficoltà è evidente – spiega un deputato centrista con la promessa dell’anonimato –. Oggi Scelta civica è un partito quasi completamente appiattito sulle posizioni del Pd e, di conseguenza, su quelle del governo”. Esecutivo nel quale, malgrado l’appoggio incondizionato dimostrato finora, Sc può contare soltanto su due pedine. Insomma, “quella attuale è una linea sterile che non serve a nessuno. Perciò – conclude – è normale che molti non siano contenti”. Una situazione che rischia di avere ripercussioni, in primis, sulle amministrative di primavera. Nelle quali Scelta civica è schierata al fianco del Pd. A Roma appoggerà la candidatura di Roberto Giachetti, mentre a Torino quella di Piero Fassino (con i moderati di Giacomo Portas) e a Milano quella dell’ex amministratore delegato di Expo Giuseppe Sala.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 4 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Il 2016 di Renzi: dalle unioni civili al conflitto d’interessi alla revisione della Costituzione. Ecco le riforme incompiute

martedì, gennaio 5th, 2016

Si preannuncia un anno difficile per il premier. A partire dal mese di gennaio. Tanti i provvedimenti rimasti nel limbo. Per le difficoltà politiche incontrate dalla maggioranza. Nella lista delle cose da fare anche ius soli, omicidio stradale, codice degli appalti e legge elettorale per le città metropolitane

renzi-67511Avrebbe voluto inserirle nella eNews che ha inviato ai suoi sostenitori pochi giorni fa. Quella con cui ha tessuto le lodi del suo governo, che ha approvato “leggi attese da molto tempo”. Dall’Italicum alla ‘Buona scuola’ fino alla riforma dell’articolo 18. Eppure, almeno stavolta, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha dovuto fare i conti con la realtà. Con la fine del 2015, infatti, mancano ancora all’appello numerose riforme. Alcune delle quali fondamentali per lo storytelling dell’ex sindaco ‘rottamatore’ di Firenze. Insomma, il 2016 si preannuncia un anno difficile per il premier e i suoi ministri. Da gennaio tornano in Aula altri delicati dossier. Dalle unioni civili all’omicidio stradale. Dallo ius soli al reato di tortura fino al codice degli appalti. Senza dimenticare la riforma costituzionale, quella della prescrizione e del terzo settore.

Unioni civili Saranno il primo banco di prova del governo alla riapertura del Parlamento. A fine gennaio, infatti, l’Aula del Senato voterà il disegno di legge sulle unioni civili. Un provvedimento su cui Matteo Renzi è stato più volte costretto a fare marcia indietro. Nonostante le promesse di mandarlo in porto già nel 2015. Colpa principalmente di Area popolare, il gruppo che unisce Nuovo centrodestra e Udc, da sempre contrario alla cosiddetta “stepchild adoption” (cioè l’adozione da parte di uno dei due componenti di una coppia del figlio del partner). La ministra per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, non ha escluso la possibilità di un’alleanza “con altri” – ovvero il Movimento 5 Stelle – se i centristi dovessero passare al muro contro muro. Uno scenario che metterebbe in serio rischio la tenuta dell’esecutivo. Anche perché il leader di Ncd e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, si è detto “pronto a tutto” pur di bloccare le adozioni da parte delle coppie gay. Non solo. Perché ci sono da superare anche le resistenze del Vaticano, che ha parlato di “un governo che mette all’angolo la famiglia tradizionale”.

Riforma costituzionale Anno nuovo, vita nuova? Il vecchio adagio popolare farà eccezione nel 2016 per le riforme costituzionali. Nonostante le promesse del presidente del Consiglio, Matteo Renzi (“nel 2015 porteremo a termine l’iter parlamentare delle riforme costituzionali”) poco meno di dodici mesi fa. Manca all’appello la seconda doppia lettura. Poi, in autunno, la parola passerà agli italiani che dovranno pronunciarsi con il referendum – che il premier ha già trasformato in plebiscito personale – sulla nuova Costituzione. Tra le novità introdotte dal disegno di legge che porta la firma del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, il superamento del bicameralismo perfetto; un nuovo sistema per l’elezione del presidente della Repubblica e dei 5 giudici costituzionali di nomina parlamentare, scelti separatamente da Camera e Senato; cento senatori eletti insieme ai consiglieri regionali e con l’immunità; aumento delle firme per i referendum abrogativi e per le leggi di iniziativa popolare; abolizione del Cnel.

Omicidio stradale Il via libera definitivo dovrebbe arrivare alla ripresa dei lavori parlamentari. O almeno così ha promesso la ministra Boschi alle associazioni delle vittime della strada che da anni aspettano un provvedimento. Dopo il via libera della Camera, il 10 dicembre scorso, anche il Senato ha licenziato la legge che ora tornerà a Montecitorio per la quarta e ultima lettura. Eppure Renzi avrebbe voluto vederla approvata in via definitiva entro la fine del 2015. Ma cosa prevede? L’introduzione dei due nuovi reati di omicidio stradale lesioni personali stradali. Rischia una pena da 5 a 12 anni, che sarà triplicata in caso di omicidio multiplo (senza però superare i 18 anni di reclusione), chi si mette alla guida ubriaco o sotto l’effetto di droghe. Mentre chi è sobrio ma procura lesioni permanenti rischia da 6 mesi a 2 anni. Accantonato il cosiddetto “ergastolo della patente”, cioè la revoca definitiva che il premier avrebbe voluto introdurre.

Prescrizione e terzo settore Erano diventate priorità per il governo dopo la deflagrazione dello scandalo “Mafia Capitale” che ha investito le Coop. Ma tanto la riforma della prescrizione quanto quella del terzo settore non hanno ancora visto la luce. Ferme in commissione a Palazzo Madama, difficilmente approderanno in Aula prima della prossima primavera. Anche per le polemiche che hanno accompagnato, in particolare, la legge sui nuovi termini di decorrenza per la perseguibilità di alcuni reati. A cominciare dalla prescrizione per la corruzione che il testo approvato alla Camera in prima lettura ha elevato a 21 anni, provocando la dichiarazione di guerra del Ncd, deciso a dare battaglia sul provvedimento al Senato. Polemiche che non hanno risparmiato neppure la riforma del terzo settore: tra i punti contestati la mancata istituzione di un’Authority di vigilanza e la possibilità per le imprese sociali di distribuire gli utili.

Codice degli appalti È un’altra incompiuta di questo 2015. Si tratta della riforma del codice degli appalti, ora in discussione al Senato per la terza (e ultima) lettura. A inizio dicembre la commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama ha licenziato il testo proveniente da Montecitorio lasciandolo praticamente invariato, visto che tutti gli emendamenti sono stati ritirati o respinti. Proprio per questo il provvedimento, che fra le altre cose affida nuovi poteri all’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, sarebbe dovuto andare in Aula prima della pausa natalizia. “Uno slittamento a gennaio non sarebbe un bel segnale per una riforma che tutti consideriamo necessaria”, aveva ammonito il relatore, Stefano Esposito (Pd). È andata diversamente. Con buona pace di Esposito.

Ius soli È da sempre uno dei cavalli di battaglia del presidente del Consiglio. Ma anche il provvedimento sul cosiddetto ius soli sta andando avanti a passo di lumaca. A metà ottobre la Camera ha dato il primo via libera al disegno di legge che prevede, di fatto, due modi di acquisizione della cittadinanza: lo ius soli temperato e lo ius culturae. Nel primo caso, potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori figli di genitori stranieri di cui almeno uno sia in possesso di un permesso di soggiorno europeo di lungo periodo. Nel secondo, invece, il minore nato in Italia (o arrivato sul territorio entro i 12 anni) che abbia concluso almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese. “Siamo ancora in pista per i diritti civili”, ha assicurato Renzi nelle ultime eNews. Vedremo.

Conflitto d’interessi A maggio scorso la ministra Maria Elena Boschi promise che il governo avrebbe portato in Parlamento il conflitto di interessi (di cui lei stessa è stata accusata nella vicenda che riguarda Banca Etruria) “già nelle prossime settimane”. Peccato che ad oggi, passati sette mesi, nessuno abbia ancora visto il provvedimento. Né alla Camera né al Senato. L’11 dicembre la commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha approvato il testo base della legge, primi firmatari Francesco Sanna (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), che dovrebbe sostituire la contestata ‘Frattini’ (2004). Ma senza il voto delle opposizioni, Sel e M5S. Una proposta che cerca di fare dei passi in avanti nel risolvere l’annosa vicenda, pur non senza diverse criticità. Come la questione dei conflitti non patrimoniali. Se ne riparlerà nel 2016. Forse.

Città metropolitane Si tratta di un argomento passato sottotraccia. Ma secondo quanto previsto dalla legge Delrio, entro aprile prossimo il Parlamento avrà il compito di varare la legge elettorale con cui dovranno andare al voto le tre principali città metropolitaneRoma, Milano e Napoli. In realtà ci sono scarse possibilità che ciò accada. A novembre, proprio a ilfattoquotidiano.it, il sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, ha affermato che “serve più tempo” perché “ci sono aspetti che non possono essere risolti con un provvedimento da approvare in tempi così rapidi”. Tradotto: se ne riparlerà fra 6 anni e i cittadini non potranno eleggere direttamente gli organi previsti dalla Delrio.

Reato di tortura Quando il 9 aprile di quest’anno è stata approvata alla Camera, dopo l’ok del Senato arrivato a marzo 2014, in molti hanno pensato che si trattasse della “volta buona”. Invece, da quel giorno, della legge che dovrebbe istituire anche in Italia il reato di tortura (reso ancor più necessario dopo la condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per i fatti del G8 di Genova) si sono perse le tracce. Che il 2016 possa segnare la svolta? Difficile, se non addirittura impossibile. “Dopo le promesse primaverili siamo tornati nuovamente nel buio”, denuncia a ilfattoquotidiano.it il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella. “Il ddl sulla tortura è scomparso definitivamente dai punti all’ordine del giorno della commissione Giustizia del Senato – aggiunge –. Ancora una volta hanno vinto le lobby contrarie alla legge che sono riuscite a convincere le forze politiche ad affossare l’introduzione di questo reato nel codice penale italiano”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 4 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Idea, il partito di Quagliariello con la diaspora Ncd: parlamentari e consiglieri, tutti gli uomini dell’ex ministro

martedì, dicembre 22nd, 2015

Dalle Marche alla Campania e al Piemonte. Fino al Veneto e alla Sardegna. Con l’ex saggio di Napolitano e il suo movimento molti fuoriusciti dal Nuovo centrodestra. Come l’ex europarlamentare Roberta Angelilli nel Lazio. In Emilia Romagna, Carlo Giovanardi cura la crescita sul territorio. Mentre in Abruzzo c’è anche l’ex governatore Gianni Chiodi

quagliariello-675Sono già in tanti. Ma il loro numero è destinato a salire nelle prossime settimane, quando verranno costituiti i comitati regionali di quello che, giura il suo fondatore e leader, “non sarà l’ennesimo partitino”. Ma “un movimento alternativo a Matteo Renzi e al suo governo”. E così Idea, acronimo che sta per Identità e Azione, la nuova creatura che Gaetano Quagliariello ha tenuto a battesimo qualche settimana fa a Roma, sta muovendo velocemente i primi passi nelle Regioni. Dall’Abruzzo alla Campania e al Lazio. Fino al Veneto. Del resto, nel presentarla alla stampa, l’ex ministro delle Riforme costituzionali del governo di Enrico Letta era stata chiaro: “I nostri interlocutori non sono i parlamentari, perché la nostra non è un’operazione di palazzo, ma chi sta nei territori”. Ecco perché molti degli aderenti al progetto che hanno lasciato il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano vengono dai contesti locali. Stanchi, proprio come Quagliariello, che prima di dire addio al partito si era dimesso dal ruolo di coordinatore nazionale, della linea politica del capo del Viminale. Accusato di essere diventato la stampella di Renzi.

ROMAGNA MIA – Se in Parlamento, per ora, Idea conta solo 8 fra deputati e senatori (Andrea Augello, Luigi Compagna, Carlo Giovanardi e lo stesso Quagliariello a Palazzo Madama; Renata Bueno, Vincenzo Piso, Eugenia Roccella e Guglielmo Vaccaro a Montecitorio), numeri non sufficienti per dare vita a gruppi autonomi, è in Emilia Romagna, dove è stato designato come coordinatore Pierluigi Pollini, già membro dell’assemblea nazionale di Ncd, e Puglia che il movimento raccoglie i maggiori consensi. Nel primo caso, anche grazie al lavoro di Giovanardi, già il 26 ottobre scorso i coordinatori provinciali di Ncd di Piacenza, Romano Tribi, di Reggio Emilia, Christian Immovili, di Modena, Alessandro Lei, il sindaco di Monzuno (Bologna), Marco Mastacchi, i consiglieri comunali di Modena, Luigia Santoro, e di Rimini, Eraldo Giudici, più i presidenti di 31 circoli regionali hanno sottoscritto un documento con il quale hanno denunciato “l’arroganza del governo e del Partito democratico”. Il tutto “direttamente collegabile all’incomprensibile atteggiamento del Ncd – è scritto nella nota – disponibile ad accettare qualsiasi forzatura pur di non mettere in discussione la sua partecipazione al governo sino a teorizzare un’alleanza strategica con la sinistra con una vera e propria mutazione genetica della originale vocazione del partito”. Più chiaro di così.

CIAO ANGELINO – In Puglia, invece, a guidare la pattuglia dei fuoriusciti dal Nuovo centrodestra c’è Domi Lanzilotta, membro dimissionario della direzione del partito. Il quale, il 24 novembre, ha preso carta e penna e scritto una lettera di fuoco ai vertici regionali della compagine alfaniana. Che, “sebbene regolarmente invitati, hanno inopinatamente disertato il tavolo del centrodestra pugliese convocato per mettere in campo alle prossime elezioni amministrative una proposta comune in grado di battere la sinistra – ha attaccato Lanzilotta –. La nostra pubblica denuncia di questo atto di diserzione ha avuto come sola risposta un assordante ‘silenzio assenso’ che ci consente oggi, con la coscienza a posto di chi le ha provate tutte, di considerare irreversibile l’abbandono da parte di Ncd della linea che, nonostante taluni atteggiamenti irresponsabili, ci ha visto in prima linea alle elezioni regionali”. Una linea, dice ancora il testo della missiva, “inequivocabilmente alternativa alla sinistra, che noi intendiamo continuare a perseguire e che ci costringe oggi per coerenza a rassegnare le dimissioni dagli organi nazionali e territoriali del partito”. Con Lanzilotta hanno lasciato Ncd in 18: i membri dell’assemblea nazionale Francesco Tricase, Stefano Diperna, Stanislao Morea, Giuseppe Corrado, Maria Cicirelli, Vincenzo Guerra, Francesco Palazzo, Damiano Binetti, Matteo Savastano, Savino Santarella, Giuseppe Calia, Claudio Sgambati, Giovanni Volpe e i componenti del coordinamento regionale Leo Vicino, Fabio Colella, Francesco Perchinunno, Antonella Lella e Pasquale Coccia. Nomi ai quali si aggiunge quello dell’ex consigliere regionale Davide Bellomo, fuoriuscito dal Movimento Politico Schittulli (che prende il nome dal candidato governatore di Raffaele Fitto e Area Popolare sconfitto alle Regionali 2015 dal democratico Michele Emiliano), tra i fondatori del neonato movimento. E dell’imprenditore Paolo Dell’Erba, anch’egli candidato alle scorse Regionali.

VENGO ANCH’IO – Ma non è tutto. Perché, anche in molte altre Regioni, Idea ha raccolto in queste settimane numerosi consensi. Nel Lazio, per esempio, hanno già aderito in 5: oltre al consigliere regionale Daniele Sabatini (nominato responsabile) ci sono anche l’ex vicesindaco di Latina, Enrico Tiero, i consiglieri municipali di Roma Jessica De Napoli e Stefano Erbaggi, e l’ex parlamentare europeo Roberta Angelilli, con un passato in Azione Giovani prima e Alleanza Nazionale poi. In Campania c’è invece il terzetto composto da Francesco Ranieri, sindaco di Terzigno (Napoli), scelto come responsabile regionale, Pietro Diodato (membro della direzione nazionale di Ncd) e Alessandro Sansoni. Molti anche gli aderenti in Sardegna: la consigliera comunale di Alghero, Maria Grazia Salaris, più l’ex coordinatore provinciale del Nuovo Centrodestra Walter AneddaGianfranco Picciau, anch’egli membro della direzione nazionale di Ncd. Il consigliere comunale di Pisa, Raffaele LatrofaRoberto Ferraro e Alberto Magnolfi rappresentano invece la Toscana. In Friuli-Venezia Giulia figura il nome del consigliere comunale di Gorizia, Ciro Del Pizzo, mentre a breve anche Paolo Rovis, consigliere comunale di Trieste, dovrebbe sciogliere la riserva e aderire. In Abruzzo, oltre al consigliere regionale Mauro Di Dalmazio, c’è pure l’ex presidente della Regione, Gianni Chiodi. Il quale, pur rimanendo comunque in Forza Italia, ha deciso di entrare far parte di Idea sfruttando il principio vigente all’interno del movimento: la possibilità del doppio tesseramento. Discretamente qualificata la truppa degli aderenti anche in Marche, Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria con, rispettivamente, Vittoriano Solazzi (ex presidente del consiglio regionale), Nicolò Mardegan (ex coordinatore Ncd Milano), Stefano Casali (consigliere regionale), Claudia Porchietto (consigliere regionale) e Tiziana Notarnicola, membro della direzione nazionale di Ncd, ormai prossima all’uscita dal partito insieme ad altri esponenti locali. E potrebbe non essere finita qui.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 21 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)