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Primarie Pd, perché quella di Renzi è una vittoria a metà

Renzi_2A sentire i suoi fedelissimi, sembra che la rielezione di Matteo Renzi alla guida del Pd abbia cancellato improvvisamente tutti  i problemi che dal 4 dicembre in poi hanno colpito il partito di Largo del Nazareno. Un’analisi più profonda del successo ottenuto dal nuovo-vecchio segretario imporrebbe invece un giudizio diverso. Nonostante il risultato finale delle primarie, infatti, la forza che l’ex sindaco di Firenze si ritrova oggi tra le mani è indubbiamente più debole rispetto a quella che nel 2014, dopo il 40,8 per cento raccolto alle Europee, sembrava non lasciare scampo agli avversari (a cominciare dal Movimento 5 Stelle). Sul tavolo di Renzi ci sono almeno 5 questioni che andranno affrontate da qui ai prossimi mesi e che non ammettono rinvii. La prima riguarda la gestione interna del Pd.

In questi anni l’atteggiamento dell’ex premier non è stato certamente inclusivo, come dimostra la scissione di bersaniani e dalemiani (ma non solo). È presto per dire se “Matteo” riuscirà ad evitare nuove fuoriuscite, ma la “guerra” sulle percentuali raccolte domenica dai tre candidati è un antipasto che non fa ben sperare. Ieri Sandra Zampa, responsabile comunicazione della mozione di Andrea Orlando, ha chiesto ufficialmente il riconteggio dei voti contribuendo a tenere il clima infuocato, come se non bastasse il fatto che tre giorni fa – seconda questione – sono andate ai gazebo circa un milione di persone in meno di quelle che votarono nel 2013. E che lo stesso Renzi è stato eletto con oltre 600 mila voti in meno della precedente tornata. Un’emorragia di cui, volente o meno, dovrà tenere conto. Terzo punto: il nodo alleanze. L’ex inquilino di Palazzo Chigi ha chiuso le porte a Mdp dicendo di voler dare vita ad una “grande coalizione coi cittadini e non coi presunti partiti”.

Ma la frammentazione dello scenario rischia di farlo finire, nell’ottica di una legge elettorale che dopo tante mediazioni non garantisca la governabilità (quarta spina nel fianco), tra le braccia di Forza Italia. Scenario che certamente non dispiacerebbe a Berlusconi, ingabbiato da Salvini e Meloni, ma che trova favorevole solo il 25% degli elettori dem interpellati da Ipr Marketing. Meglio sarebbe invece un ticket con Pisapia e scissionisti (55%). Infine c’è il rapporto col Governo Gentiloni. In pubblico il segretario e i suoi sodali, come il reggente del partito Matteo Orfini, ripetono che “il Pd è il principale partito che sostiene l’Esecutivo” e che “adesso sarà più semplice farlo”. Ma chi conosce Renzi sa della sua sfrenata voglia di tornare a comandare, non tanto dal Nazareno quanto da Palazzo Chigi. Mattarella permettendo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 3 maggio 2017 per La Notizia

Tutti gli uomini di Andrea Orlando. Da Zingaretti a Bettini, ecco le truppe per tentare l’assalto al Pd

ministro_ORLANDO_0Andrea Orlando gioca per vincere. “Arriverò primo e dico al secondo e al terzo: non vi preoccupate perché non sarò il capo della mia corrente ma il segretario del Pd”, sono state le parole pronunciate ieri dal ministro della Giustizia al circolo Pd Marconi, dove ha lanciato ufficialmente la sua candidatura alla segreteria. Ora però la domanda sorge spontanea: con i renziani pronti da tempo alla battaglia congressuale e col governatore della Puglia Michele Emiliano che sta organizzando le truppe, chi sosterrà la corsa del “silenzioso” Andrea?

I nomi, a dire il vero, sono già molti. Anche perché, come ha spiegato a La Notizia un parlamentare dem che conosce bene il Guardasigilli, “Renzi è popolare fra la gente” ma “bisogna vedere se dopo quello che è successo il 4 dicembre ha ancora i numeri dentro al partito”. I primi endorsement per Orlando sono parecchio “pesanti”, visto che arrivano dal governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti (“Dobbiamo cambiare il partito e serve un segretario che unisca”, ha scritto su Facebook), e da Goffredo Bettini, già stratega della candidatura di Rutelli e braccio destro di Veltroni. “Tradito” dall’altro leader dei Giovani Turchi Matteo Orfini, il numero uno di via Arenula può comunque contare su buona parte dei componenti della corrente che guida.

Turchi in movimento – A cominciare dall’ex assessore ai Trasporti del Comune di Roma Stefano Esposito e dall’ex tesoriere del partito Antonio Misiani, passando per Valeria Valente (candidata a sindaco di Napoli alle ultime amministrative) e Daniele Marantelli. Senza dimenticare la sottosegretaria all’Ambiente Silvia Velo, il vicepresidente della commissione Agricoltura di Montecitorio Massimo Fiorio, Anna Rossomando, Antonio Boccuzzi e Michele Bordo, quest’ultimo presidente della commissione per le Politiche Ue della Camera. Ma non solo. A sostegno del ministro si sono infatti già schierati anche Michele MetaMarco Miccoli, Anna Giacobbe (deputata ligure ed ex segretaria della Cgil regionale) e Massimiliano Valeriani, capogruppo dem nel Consiglio regionale del Lazio.

Senza alternativa – Secondo quanto hanno riferito a La Notizia fonti interna al Pd, inoltre, anche la sottosegretaria all’Economia Paola De Micheli – già lettiana – sembra intenzionata a schierarsi con Orlando. Così come Gianni Cuperlo e Andrea De Maria, che hanno convocato un’assemblea per il 4 marzo ma che di fatto, vista anche la posizione di Cesare Damiano (schierato col Guardasigilli), non hanno altra scelta se non quella di sposare la causa di “Andrea”. Stessa cosa faranno anche l’ex ministra Barbara Pollastrini e le deputate Liliana Ventricelli ed Elisa Simoni. Molti si chiedono poi se e quando arriverà l’endorsement più pesante, quello di Giorgio Napolitano, che il 16 dicembre scorso ha passeggiato a braccetto nel salone Garibaldi del Senato proprio con Orlando. Vedremo.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 24 febbraio 2017 per La Notizia

Dai renziani ai Giovani Turchi fino alla corazzata di Franceschini. Ecco le correnti che agitano il Pd

PartitodemocraticoFranceschiniani, renziani, bersaniani, Giovani Turchi, Sinistra è cambiamento. E via discorrendo. È una galassia di anime sparse e tradizioni disparate, il Pd. Il cui principale problema, disse una volta l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “risiede nel suo atto di origine” visto che “si è dato vita ad una semplice fusione a freddo fra apparati”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E oggi, dopo la crisi di Governo scatenata dalla vittoria del No al referendum e le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi, si misurano con il bilancino i pesi delle varie correnti, si sale e scende dal carro del vincitore – stavolta è toccato all’ex sindaco di Firenze, domani chissà – ci si divide sul da farsi. Chi vorrebbe le dimissioni di Renzi anche da segretario e chi no; chi pensa che “Matteo” debba restare comunque alla guida del Governo e chi invece glielo sconsiglia vivamente; chi vorrebbe andare subito a votare e chi intende addirittura arrivare fino alla fine della legislatura. In quest’ultimo caso con il chiaro intento di rottamare definitivamente l’uomo che della rottamazione ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma com’è composta la galassia dem? Ecco le 5 principali correnti che “agitano” il partito.

Franceschiniani (o Area Dem) – È la componente guidata dall’attuale ministro della Cultura ed ex segretario del partito, Dario Franceschini. Quella numericamente più forte in Parlamento, visto che al suo interno annovera un centinaio fra deputati (una settantina) e senatori (una trentina). Calcolatrice alla mano, circa un quarto dell’intera pattuglia parlamentare. Di Area Dem fanno parte molti esponenti di spicco del Pd, a cominciare dai due capigruppo a Montecitorio e Palazzo Madama, Ettore Rosato e Luigi Zanda, ma anche la vicepresidente della Camera Marina Sereni e l’ex sindaco di Torino Piero Fassino (che non è parlamentare). E che dire di Francesco Saverio Garofani? Pure lui “franceschiniano”, il 21 luglio 2015 è diventato presidente della commissione Difesa della Camera subentrando ad Elio Vito (Forza Italia). Nella lunga lista figurano anche la vicesegretaria dem Debora Seracchiani, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, i sottosegretari Pier Paolo Baretta, Antonello Giacomelli, Gianclaudio Bressa e Luigi Bobba. Più i componenti della segreteria Francesca Puglisi (Scuola), Emanuele Fiano (Riforme) e Chiara Braga (Ambiente). Ultima, ma non meno importante, “Lady Pesc” Federica Mogherini. Cosa vogliono i franceschiniani? L’ha chiarito Zanda non più tardi di tre giorni fa: “La maggioranza va ricercata con l’obiettivo di proseguire fino alla naturale conclusione della legislatura”. 

Renziani (o Giglio magico) – La pattuglia dei renziani che fa capo al premier dimissionario è meno numerosa rispetto a quella dei franceschiniani, visto che le candidature per le liste delle Politiche 2013 furono gestite dai bersaniani, molti dei quali convertitisi al credo di “Matteo”. I cosiddetti “renziani doc” sono una sessantina, la quasi totalità dei quali siede alla Camera (50). I nomi più noti sono quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, del “Gianni Letta di Renzi”, cioè il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, e dell’altro vicesegretario dem Lorenzo Guerini. Più Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd anche noto come “Bonitaxi”: è stato l’autista di uno dei camper con cui nel 2012 Renzi ha girato l’Italia in cerca di consensi. Ma non va dimenticato nemmeno Ernesto Carbone, il deputato che prestò a Renzi la Smart blu con la quale il 13 febbraio 2014 l’allora segretario dem si recò a Palazzo Chigi per incontrare Enrico Letta prima della sua defenestrazione. E gli altri? Nel “giglio magico” ci sono anche il commissario alla spending review Yoram Gutgeld, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio e quello degli Esteri Paolo Gentiloni, i sottosegretari Davide Faraone, Ivan Scalfarotto e Angelo Rughetti, l’europarlamentare Simona Bonafè, il presidente della commissione Istruzione e Cultura del Senato Andrea Marcucci, il responsabile Giustizia della segreteria David Ermini, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi, i deputati Matteo Richetti, Lorenza Bonaccorsi, Roberto Giachetti ed Edoardo Fanucci. Infine, ecco spuntare quello che bonariamente Dagospia ha definito “il Sancho Panza” di Renzi, ovvero il sindaco di Firenze Dario Nardella. Qual è la linea dei renziani? Tornare al voto il prima possibile. Punto.

Giovani Turchi (o Rifare l’Italia) – Alle ultime primarie, quelle vinte da Renzi nel 2013, appoggiarono Gianni Cuperlo. Poi sono entrati in maggioranza, salvo prepararsi adesso a tenere le mani libere: non si sa mai. I leader di questa corrente, che in Parlamento conta una cinquantina di adepti, sono il ministro della Giustizia Andrea Orlando (la cui aspirazione, dicono, è quella di candidarsi al prossimo congresso) e il presidente del partito Matteo Orfini, ex dalemiano. Gli altri nomi: i senatori Francesco Verducci e Stefano Esposito (ex assessore ai Trasporti della giunta Marino), le deputate Giuditta Pini, Valentina Paris e Chiara Gribaudo e i deputati Khalid Chaouki, Antonio Misiani e Fausto Raciti (segretario del Pd siciliano). Orizzonte: “La legislatura è finita, senza nuovi accordi resta solo il voto”, ha detto ieri Orfini.

Bersaniani (o Area riformista) – È quella che, semplificando, viene chiamata “minoranza dem”. Ne fanno parte l’ex segretario Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, l’ex capogruppo alla Camera che il 15 aprile 2015 si dimise in polemica con la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale, l’Italicum. Ma il fronte dei “bersaniani”, che in questi anni ha perso per strada qualche pezzo ma che può ancora contare su una sessantina fra deputati e senatori, è formato pure da Davide Zoggia, Nico Stumpo, Miguel Gotor, Danilo Leva, l’ex segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani e l’ex ministro dell’Istruzione del Governo Letta Maria Chiara Carrozza. “Bisogna rimettere il Paese su binari normali: si vota nel 2018 e il congresso del Pd si celebra a fine 2017”, ha spiegato Bersani. Per loro, dunque, la linea è questa.

Sinistra è cambiamento – Nata “per unire e non per dividere” e “per raccogliere fino in fondo la sfida di Governo e di cambiamento che tutti i democratici hanno di fronte”: così recita il sito della corrente che ha come esponente di spicco il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e che ha preso forma dopo l’approvazione dell’Italicum, schierandosi a favore del Sì al referendum. È l’ala dialogante col Governo al cui interno figurano molti ex Ds, fra i quali Cesare Damiano. Ma non solo. Ci sono, per esempio, i sottosegretaria Paola De Micheli (già lettiana) e Luciano Pizzetti e i deputati Matteo Mauri e Micaela Campana. La loro è una posizione “attendista”. “Personalmente auspico un governo che faccia una legge elettorale: senza una che sia coerente tra Camera e Senato non si può votare”, le parole di Damiano.   

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 10 dicembre 2016 per La Notizia

Primarie Pd, partito spaccato dopo il pasticcio di Napoli: minoranza all’attacco, ma per i renziani la vicenda è archiviata

La decisione della commissione di garanzia, che ha respinto il ricorso di Bassolino, riapre le polemiche fra i dem. Il bersaniano Gotor: “Mercimonio di voti, sporcata la nostra immagine”. Ma Carbone respinge le accuse: “Scelta fatta in piena autonomia”. L’altro candidato sconfitto Sarracino: “Abbiamo dato all’ex sindaco di Napoli l’alibi per farsi una sua lista che ci condannerebbe alla sconfitta”. E sul coinvolgimento dei cosentiniani D’Anna replica: “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che ci abbiano marchiati a fuoco”

parlamentarie-pd-675Per il Partito democratico il caso è chiuso. Almeno secondo i renziani. Precipitatisi, con il vice segretario Debora Serracchiani, ad anticipare addirittura il ‘verdetto’ della commissione di garanzia che ha respinto il ricorso presentato dallo sconfitto Antonio Bassolino alle primarie di domenica scorsa che hanno decretato la vittoria della sfidante Valeria Valente con 452 voti di scarto. Lo dice chiaro e tondo, dai piani alti del Nazareno, Ernesto Carbone: “La pronuncia dei garanti archivia definitivamente la questione – sentenzia l’esponente della segreteria dem parlando con ilfattoquotidiano.it –. C’è totale rispetto per la decisione che, in piena autonomia, gli organi interni competenti hanno preso”. Nessuno scandalo, insomma, sull’esito della consultazione, nonostante le polemiche innescate dai video girati fuori dai seggi del capoluogo campano e pubblicati su FanpageImmagini eloquenti, che documentano la presenza di alcuni esponenti locali del Pd impegnati a distribuire monete da un euro come incentivo per votare la Valente. Senza contare l’altro filmato, che ritrae ex ‘cosentiniani’ ed ex ‘cuffariani’ intenti a fare i ‘buttadentro’ fuori dai seggi.

CATENACCIO RENZIANO – “La verità è che queste primarie sono state un successo – assicura in ogni caso Carbone –. Altro che le comunarie del M5S, decise a Milano da 74 clic sul server dell’organizzatore”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il responsabile Giustizia della segreteria dem, David Ermini: “Il nostro statuto assegna il compito di risolvere simili controversie alle commissioni di garanzia locali. Prima di esprimersi, quella di Napoli ha evidentemente valutato tutti gli elementi a disposizione. Poi ci sono i vari gradi di giudizio…”. Sta di fatto che l’orologio sembra tornato indietro a cinque anni fa. Quando, proprio a Napoli, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, annullò le primarie vinte da Andrea Cozzolino contro Umberto Ranieri col fantasma dei brogli. Commissariando il Pd locale, affidato all’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il quale denunciò senza mezzi termini “un’infezione nell’organizzazione del partito”. Da allora è passato un lustro e sono cambiati i protagonisti. Ma restano le polemiche, i ricorsi e le carte bollate. Perché i video reperibili in rete gettano più di qualche ombra sul risultato finale della consultazione. E spaccano nuovamente il partito, diviso fra chi difende il risultato delle primarie del capoluogo campano e chi, invece, si schiera apertamente dalla parte dello sconfitto.

MINORANZA ALL’ATTACCO – “Condivido il giudizio di Bassolino – spiega il senatore ‘bersaniano’ Miguel Gotor –. Si tratta di una sentenza decisa a tavolino, che non ha fatto altro che confermare i giudizi irrituali e preventivi di ‘indiscutibilità’ del risultato espressi dai massimi vertici del partito”. A cominciare da Matteo Orfini il quale, secondo Gotor, continua ad interpretare il suo ruolo di presidente “come un capo fazione” quando invece “dovrebbe essere il garante di tutti i contendenti alle primarie”. Un affondo pesante. “I video pubblicati in rete mostrano un vero e proprio mercimonio di voti, se non addirittura un voto di scambio. A tutto ciò si aggiunge, per l’ennesima volta, il tema del trasformismo, con pezzi di centrodestra napoletano legati a Cosentino che si sono presentati ai seggi: un fatto che si commenta da sé”. In questo modo, aggiunge il parlamentare dem, “si sporca l’immagine del partito e si ferisce quella delle primarie come strumento, un bene comune e indivisibile che appartiene a tutto il Pd, non solo alla sua maggioranza, e che il segretario del partito dovrebbe tutelare senza chiudersi nell’assordante silenzio di queste ore”. Ecco perché è maturo il tempo per ripensarle. “Siamo l’unico partito che le fa, ma è necessario che siano meglio regolamentate – conclude Gotor –. Lo diciamo da tempo ma poi non lo facciamo mai. Così rischiano di diventare un boomerang”.

ALIBI PER BASSOLINO – “In alcune zone di Napoli il Pd andrebbe bonificato”, attacca Marco Sarracino, sfidante di Valente e Bassolino alle primarie di domenica scorsa. L’ex sindaco di Napoli? “Gli stiamo fornendo l’alibi per uscire dal partito e fare una propria lista da presentare alle elezioni, il che sarebbe mortifero per noi – risponde il 26enne esponente dem –. Il problema però è un altro: in alcuni quartieri di questa città, e lo dice uno che vive a Scampia, serve legalità per 365 giorni all’anno, non piazzare i seggi per un giorno. La questione morale deve tornare ad essere un must, non una bandiera da sventolare quando fa comodo”. Molto critico su quanto accaduto anche un altro dei leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo. “Ho rispetto verso le istituzioni di garanzia del Pd – scrive su Facebook – ma trovo un errore grave che dirigenti nazionali abbiano espresso le loro conclusioni sul ricorso presentato a Napoli prima ancora che la commissione competente esaminasse il caso e si pronunciasse”. Ecco perché “non possono essere commissioni di controllo locali, composte da rappresentanti delle correnti che sono quasi sempre all’origine delle polemiche che quegli organismi dovrebbero dirimere, a garantire l’equilibrio necessario nel giudizio. Credo si debba trasferire quella competenza a un ‘giudice terzo’ – conclude – e quindi a una commissione nazionale composta da personalità autorevoli e neutrali”.

COLPO D’ALA – Fuori dalle dinamiche del Pd, ma chiamati in causa dai video incriminati che hanno scatenato la polemica, i cosentiniani non ci stanno a recitare la parte dei sobillatori delle primarie napoletane. “Ma di cosa stiamo parlando? Sembra che i cosentiniani siano stati marchiati a fuoco. Al punto che, a distanza di anni, invece di essere identificati per quello che sono oggi li additano ancora come seguaci di un signore che da oltre due anni è rinchiuso senza processo nelle patrie galere e che credo abbia ben altre preoccupazioni”, archivia la questione Vincenzo D’Anna, neanche a dirlo ex ‘cosentiniano’ di ferro e oggi in Ala con Denis Verdini. “Peraltro una di queste persone si è dichiarata, in un’intervista, esponente di Scelta civica – conclude –. L’esperienza politica al fianco di Cosentino si è esaurita anni fa ed è normale che chi l’ha condivisa abbia fatto nel frattempo altre scelte”.

(Articolo scritto il marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)