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I soldi o lo sfratto

martedì, settembre 4th, 2012

L’Ente di previdenza per gli impiegati in agricoltura sta avviando procedure di sfratto per i condomini che abitano in stabili di sua proprietà. Motivo: l’opposizione al rinnovo dei contratti di locazione, lievitati del 90% rispetto al precedente accordo. E c’è un “giallo” sui suoi bilanci 

«Vuoi sapere cosa ci hanno detto i loro avvocati nell’ultimo incontro di “mediazione”? Che l’unica concessione che ci possono fare è una rateizzazione in 36 mesi degli arretrati – pure quelli – che dobbiamo pagare. C’è chi deve dargli 10mila euro, e chi 40mila. Ti sembra normale, in un periodo come questo?». A porci queste domande è Giovanna Arcangeli, presidente del Comitato Spontaneo degli inquilini di via Primo Carnera 21, a Roma. Stabile di proprietà dell’Enpaia, l’Ente nazionale di previdenza per gli addetti e per gli impiegati in agricoltura. Una delle tante casse presenti nel nostro Paese, che si trovano a gestire un patrimonio immobiliare di non poco conto: circa 120mila unità, di cui 90mila ad uso abitativo (il 60 per cento è situato nella Capitale). Ma quello dell’Enpaia è un caso a parte, visto che ora molti inquilini degli stabili in suo possesso (tredici) rischiano lo sfratto. Il motivo: l’opposizione al rinnovo del canone di locazione, scaduto a fine 2009, e lievitato dell’80-90 per cento rispetto al precedente accordo (malgrado si tratti di Edilizia economica e popolare). Un aggravio di costi impossibile da sostenere, viste le condizioni in cui versa buona parte dei condomini dei palazzi in questione.

GLI STABILI - Nata nel lontano 1936 come CNAIAF (Cassa nazionale di assistenza per gli impiegati agricoli e forestali), l’Enpaia assume tale denominazione del 1962. Come altri enti previdenziali pubblici, essa fu investita di una funzione sociale ben precisa: quella di risolvere il “problema casa” attraverso la destinazione di una quota significativa dei Fondi per l’acquisto di beni immobili, secondo piani di investimenti sottoposti all’esame e all’approvazione dei Ministeri vigilanti. Immobili che dovevano essere ad uso residenziale ed in favore della classi sociali disagiate. Quello di via Primo Carnera, di cui ci siamo interessati, ha alle spalle una storia su cui si potrebbe redigere un libro. La perizia dell’architetto Francesco Pellegrini ne ha ricostruito le vicende, partendo da un presupposto: lo stabile venne edificato su un’area destinata all’Edilizia economica e popolare (legge n. 167 del 18 aprile 1962) dalla Cooperativa Roma 70 (di stampo democristiano), che aveva a sua volta acquistato l’area stessa dalla Comprensorio Piano di Zona 39 Spa. Il 9 giugno 1984 il Comune di Roma rilascia la Concessione per l’esecuzione dei lavori di un «complesso edilizio». La Soprintendenza della Capitale, il 12 aprile dello stesso anno, aveva però chiesto che fossero apportate delle modifiche al progetto, «al fine di garantire una più idonea tutela della zona archeologica monumentale compresa nel comparto in oggetto». La Cooperativa – fatto singolare – presenta però una «Copia del visto della Soprintendenza» solo quattro giorni dopo (16 aprile). Dunque la Concessione non godeva del nulla osta necessario. Andiamo avanti. Lo stabile in questione viene poi venduto a Nulvi Srl – e non a Parsitalia Spa, una delle potenze immobiliaristiche della Capitale, che si dice disposta a cedere il proprio contratto preliminare di acquisto –, che a sua volta destina tutto ad Enpaia in meno di un anno. Quest’ultima, malgrado nell’articolo 1 del suo Statuto asserisce di essere una Fondazione «senza scopo di lucro», non rende noto il regime di 167 e affitta gli appartamenti a prezzo di mercato. Prima di arrivare due anni fa, come abbiamo visto, ad un aumento del canone di locazione dell’80-90 per cento e a chiedere anche gli arretrati ai suoi inquilini. Nel corso degli anni Enpaia è diventata prima Fondazione privata (legge n. 509 del 30 giugno 1994), ma non ha dismesso entro cinque anni il proprio patrimonio immobiliare come previsto dalla norma – «Non ci sono sanzioni stabilite dalla legge nel caso di mancata dismissione del patrimonio», ci dice l’avvocato Giuseppe Dante, legale degli inquilini –, e poi ente pubblico, secondo quanto deciso dal governo Monti con una legge approvata ad aprile. I contratti di locazione degli stabili sono stati rinnovati tramite un accordo fra i sindacati e l’Enpaia che, a detta degli inquilini, è stato approvato senza il loro consenso. Anche perché difficilmente, di fronte a simili condizioni, qualcuno avrebbe detto «Sì». Segue una domanda: come hanno fatto le parti sociali – Sunia, Uniat, Sicet, Federcasa, Confedilia e Unione Inquilini (che ha successivamente ritirato la firma) –  a sottoscrivere un accordo di questo genere? Semplice: nel Cda di Enpaia, nominato per il quadriennio 2009/2013, ci sono alcuni segretari nazionali di sigle sindacali. Diverse da quelle citate poc’anzi, certo, ma si tratta comunque di un fatto singolare, visto l’accaduto. Oggi nella cabina di comando di Enpaia ci sono Carlo Siciliani e Gabriele Mori, rispettivamente Presidente e Direttore generale dell’Ente. Siciliani, componente della giunta esecutiva di Confagricoltura, è stato anche presidente del Patronato Enapa (Ente Nazionale Assistenza Patrocinio Agricoltori). Mori, invece, ha un passato nella Dc e nell’Inps, ed è stato commissario straordinario dell’Enpals. Non solo: ha ricoperto anche la carica direttore generale di Agrifondo, di Consigliere Comunale e di Assessore al Comune di Roma. Attualmente è pure sindaco di Grottaferrata, comune alle porte di Roma.

IL “GIALLO” DEI BILANCI - Domanda: in che modo l’Enpaia giustifica l’aumento del canone di locazione agli inquilini dei suoi stabili? Risposta: «La garanzia dei diritti dei lavoratori iscritti è conseguita con la redditività degli investimenti mobiliari ed immobiliari». Ciò farebbe pensare che le casse dell’Ente siano in rosso. E invece, stando a quanto si legge nei bilanci che la Fondazione ha pubblicato sul proprio sito Internet (e di cui si parla anche su Previdenza Agricola, il magazine dell’Enpaia) non è così. Nel consuntivo 2011, infatti, è scritto che «nonostante il problematico contesto generale, la Fondazione ha chiuso in utile l’esercizio e presenta una situazione finanziaria tranquilla e con risorse accumulate tali da garantire appieno i diritti previdenziali degli iscritti (…). L’anno si è quindi chiuso, dopo le imposte e gli accantonamenti ai Fondi di riserva, con un utile netto di 1,2 milioni di euro». Questo, invece, quanto dichiarato nel previsionale dell’anno in corso: «I dati del bilancio per il 2012 mettono in evidenza un utile di euro 97.648 dopo aver previsto accantonamenti ai diversi fondi esistenti per complessivamente euro 153.090.944». Ma intorno al nodo dei bilanci c’è un vero e proprio “giallo”. Per spiegarne il motivo va necessariamente fatto un preambolo. Prima del suo fallimento, gli enti previdenziali hanno investito 124 milioni di euro in azioni Lehman Brothers, la banca d’affari finita in bancarotta nel settembre 2008. L’Enpaia, come riporta “L’indagine conoscitiva sulla situazione economico-finanziaria delle casse privatizzate anche in relazione alla crisi dei mercati internazionali” (novembre 2008), è «la Cassa con l’esposizione diretta più significativa in termini assoluti verso Lehman Brothers». Gli investimenti, si legge nel documento, sono «per 45 milioni di euro. La perdita è stata di 36 milioni di euro (70 per cento del valore del titolo) che l’Ente ha portato nel bilancio del 2008 e ripianato con i fondi di riserva». In questo contesto è interessante leggere due audizioni dinanzi la “Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forma obbligatorie di previdenza e assistenza sociale”, a cui hanno partecipato Siciliani e Mori. In quella del 14 aprile 2010, a specifica domanda del presidente di Commissione Giorgio Jannone (Pdl) – «In quale occasione erano stati acquistati questi titoli?» – Mori risponde: «Voglio ricordare che i titoli della Lehman Brothers avevano il rating A3, più dello Stato Italiano. Pertanto – prosegue il direttore generale dell’Enpaia – mi ha sempre fortemente sorpreso il polverone sollevato rispetto ai titoli Lehman Brothers». Il termine «polverone» fa infuriare Elio Lannutti, senatore dell’Idv, che tuona contro Mori: «Non si permetta di dire che si è trattato di un polverone». L’esponente del partito di Di Pietro e Jannone sottolineano poi che malgrado quanto affermato da Mori, secondo cui l’Enpaia ha «fatto fronte alla perdita con i fondi di riserva, quindi il bilancio dell’ente non ne ha assolutamente risentito», le perdite ci sono state «anche se sono state ammortizzate con qualche voce di bilancio». Siciliani, che prende le difese del collega, dice che «la lingua italiana è bizzarra…» (in riferimento alla parola «polverone»), aggiungendo che è «presidente da poco», ma che ha «seguito molte trasmissioni televisive sulla vicenda» (sic!). Nell’altra audizione, datata 21 marzo 2012, si parla proprio della questione del rinnovo dei contratti di locazione. «L’unico nostro grande intervento – dice Mori – è stato quello di sottoscrivere con i sindacati degli inquilini il rinnovo dei contratti agevolati; tali contratti hanno raggiunto un livello di costo inferiore del 30 per cento rispetto al mercato (…). Proprio perché abbiamo la finalità di garantire i diritti dei lavoratori iscritti all’ente, dobbiamo anche avviare delle procedure – se volete forzose – per coloro che non intendono sottoscrivere i contratti». Dunque: Mori dichiara che i contratti sono agevolati, ma dovrebbe spiegare per quale motivo ci sono degli inquilini (lo leggerete più avanti) che arrivano a pagare 1.200 euro di affitto in regime di P.E.E.P. (Piano per l’Edilizia Economico Popolare); e aggiunge che tali accordi «prevedono interventi particolari di canone per i casi sociali che vengono dimostrati». «Cosa che non è assolutamente vera», affermano in coro gli inquilini. Infine: nella stessa sede, Jannone e Lannutti tornano a chiedere ai due dirigenti dell’Enpaia una relazione che illustri la situazione finanziaria dell’Ente, che faccia luce anche sulla retribuzione dei suoi organi collegiali. Relazione che, stando a quanto affermato dai due Onorevoli – che Il Punto ha contattato – non è ancora arrivata sul tavolo della Commissione.

«NOI COMBATTIAMO» - Abbiamo incontrato alcuni condomini dello stabile di via Primo Carnera 21 lo scorso 14 giugno, presso la sede dell’undicesimo Municipio di Roma. Le loro testimonianze, che potete vedere ed ascoltare collegandovi al sito del settimanale Il Punto (www.ilpuntontc.com), pongono l’accento su alcuni aspetti controversi della vicenda. Il signor Daniele, invalido al cento per cento e con moglie e figli a carico, ci ha raccontato che «nello stabile ci sono molti problemi con l’acqua. Da quanto è stato aperto l’Ospedale Santa Lucia, a noi ne arriva di meno. I più “colpiti” sono gli inquilini del settimo e dell’ottavo piano. Spesso non possiamo utilizzare la lavatrice per lavare i panni, o abbiamo problemi se vogliamo fare una doccia». Massimo, invece, è un genitore separato. Non ha perso la forza di combattere «per la mia ex moglie e per i miei due figli. Uno dei quali è invalido al cento per cento, è un bambino autistico. Economicamente la situazione è molto difficile – ci racconta –. Io lavoro in un’azienda che è sistematicamente sull’orlo della cassa integrazione, mentre la mia ex moglie è un’impiegata pubblica. Mio figlio necessita di un’assistenza più che continua, e le spese non sono totalmente coperte dalle istituzioni. Se oggi non sei un libero professionista, difficilmente riesci a gestire una situazione simile. A quanto ammonta il canone di locazione? Circa 1.200 euro al mese». «Io vivo qui dal dicembre del 1987», ci dice la signora Linda, dipendente del Comune di Roma. «Sono separata e ho avuto seri problemi di salute: sono anch’io invalida. Quella che mi trovo a percorrere è una strada in salita. Oggi come oggi non posso permettermi di pagare 800 euro al mese di affitto, a meno che – dice provocatoriamente – la soluzione non sia quella di andare a mangiare alla Caritas. Quando ciò accadrà andrò all’Enpaia: voglio sentire quale sarà la risposta dei dirigenti. Mi auguro che chi di dovere si metta una mano sulla coscienza. Nella speranza che ce l’abbiano». Il 19 giugno, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno ha scritto al prefetto Giuseppe Pecoraro e al questore Fulvio Della Rocca a proposito degli sfratti in corso nelle abitazioni di proprietà degli enti previdenziali, fra cui l’Enpaia. Parlando di un «aggravamento dell’emergenza abitativa per tutti i soggetti a basso reddito, che si trovano nella condizione di non poter gestire il rinnovo dei contratti del canone di locazione», Alemanno ha proposto l’apertura di un tavolo per trovare una soluzione. Ma forse ora potrebbe essere troppo tardi.

Twitter: @GiorgioVelardi