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Contraffazione: fra criminalità organizzata e leggi obsolete in Italia il fatturato illecito è di 6,5 miliardi di euro

mercoledì, marzo 2nd, 2016

I dati contenuti nell’ultimo rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Mario Catania (Scelta civica). Anche l’esplosione dell’e-commerce fra le cause dello sviluppo del fenomeno. Diventato addirittura una forma di ammortizzatore sociale. I giovani quelli maggiormente attratti: il 74,6% di loro acquista regolarmente prodotti falsificati

contrabbando-675C’è la longa manus della criminalità organizzata, che “negli ultimi decenni ha intuito con lucidità l’ampio potenziale” di un fenomeno “che presenta buoni margini di guadagno a fronte di un modesto rischio repressivo”. Ma anche l’esplosione dell’e-commerce, che “per le sue caratteristiche si presta perfettamente ad una dislocazione internazionale dell’attività”. Più un quadro normativo a dir poco farraginoso. Tutti fattori che mescolati insieme portano a danni economici per 600 miliardi di dollari all’anno (tra il 5 e il 7% dell’intero commercio mondiale) secondo i calcoli dell’Organizzazione mondiale del commercio. Sono solo alcune delle considerazioni contenute nell’ultima relazione della ‘Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo’ presieduta da Mario Catania (Scelta civica). Una fotografia impietosa, quella scattata dall’organismo parlamentare. Anche perché “le audizioni svolte nell’ambito di questa inchiesta – spiega l’ex ministro dell’Agricoltura del governo Monti – ci hanno fatto capire come nessun comparto produttivo, dai farmaci ai giocattoli fino all’alimentare, alla meccanica e ai cosmetici sia oggi sia esente dalla contraffazione: l’unico parametro che muove i contraffattori è il ritorno in termini di reddito”.

MERCATO PARALLELO  Se a livello europeo i problemi maggiori arrivano da paesi come Cina (da cui proviene il maggior numero di merci sospettate di violare i diritti di proprietà intellettuale), Turchia(per i profumi e la cosmesi) e India (farmaci), “danneggiando particolarmente i sistemi economici fortemente imperniati sulla ricerca, sull’innovazione e sulla creatività”, in Italia il fenomeno della contraffazione ha raggiunto cifre monstre. Secondo un report pubblicato da ministero dello Sviluppo economico e Censis, nel nostro Paese, con un fatturato illecito di oltre 6,5 miliardi (2012), la contraffazione ha sottratto al sistema economico legale nazionale5 miliardi 280 milioni di entrate erariali (circa il 2% delle entrate) e 105 mila posti di lavoro. Creando addirittura un mercato parallelo visto che, è scritto nella relazione, l’industria del falso “segue lo stesso trend di quella legale”. Non solo. È infatti “significativa la percezione molto diffusa del fenomeno contraffazione come ‘ammortizzatore sociale’ che consente a persone indigenti di avere una qualche forma di sostentamento allontanandole da altre forme di delinquenza”. Proprio così. I più attratti dal commercio abusivo? I giovani. Il 74,6% di loro acquista regolarmente prodotti contraffatti, soprattutto capi d’abbigliamento, cd e dvd e accessori. Due i principali motivi: il risparmio e il bisogno.

MINACCE E CONNIVENZE – In questo quadro negativo a farla da padrona è la criminalità organizzata. La quale “ha saputo sfruttare la potenzialità della globalizzazione – dice il report della commissione – articolando i propri traffici a livello transnazionale attraverso un’ottimale divisione del lavoro”, utilizzando “vari canali di vendita anche al fine di eludere i controlli e beneficiare delle maglie larghe della legislazione”. Spesso, e questo è forse il principale paradosso, sfruttando persino il mercato ‘legale’. Come? “Vi sono casi in cui la disponibilità degli imprenditori” a vendere nei loro negozi merce contraffatta “viene estorta con l’intimidazione da parte della criminalità organizzata, ed altri in cui le medesime reti etniche coinvolte nella produzione e/o nel traffico di prodotti contraffatti svolgono un ruolo attivo anche nella sua commercializzazione al dettaglio”. Senza dimenticare il ruolo di “grossisti conniventi che offrono prodotti contraffatti insieme agli originali”. Ad essere maggiormente colpito è ovviamente il made in Italy, strettamente collegato ad un altro fenomeno in forte ascesa: quello del cosiddetto Italian sounding (la commercializzazione di prodotti che portano nomi di marchi che ‘suonano’ come italiani). Un danno per i produttori che si aggira intorno ai 60 miliardi l’anno e che “si muove in un’ampia ed indefinita zona grigia”.

GIRO DI VITE – Ma come invertire il trend? La relazione contiene alcune proposte normative in materia penale. Perché “l’impianto di norme vigenti è obsoleto, risale al codice Rocco, quindi agli Anni ‘30 del secolo scorso e non è aderente alla realtà attuale del fenomeno – aggiunge Catania –. Basti pensare al fatto che, a fronte di una mole imponente di denunce e di illeciti riscontrati dalle forze di polizia, sono pochissimi i casi che arrivano a sentenza”. In primis, quindi, serve “una nuova collocazione delle figure di reato relative alla contraffazione nel codice penale vigente, con la strutturazione di questi reati come ‘di pericolo’ anziché ‘di danno’ al fine di perseguirli con maggiore incisività”. Inoltre siccome “oggi vengono puniti allo stesso modo il venditore abusivo e il criminale internazionale che gestisce la filiera della contraffazione”, viene proposto “un reato autonomo di contraffazione ‘sistematica e organizzata’ (vale a dire per quei reati in cui sia accertata la presenza della criminalità organizzata), con un inasprimento della sanzione che lo smarchi dalla tenuità del fatto”. Serve poi un “rafforzamento del coordinamento delle forze di polizia”, valutando “forme di specializzazione per quelle impegnate nel settore – conclude il deputato di Scelta civica –. A ciò va aggiunto quello del ruolo della polizia amministrativa nel contrasto alla contraffazione”.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 1 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Football alla cantonese – da “Il Punto” del 20/07/2012

giovedì, luglio 26th, 2012

Lippi, Drogba, Anelka, Keyta, Kanouté. Sono gli ultimi volti noti del pallone finiti in Cina, la nuova frontiera dello sport più seguito al mondo. Giuseppe Materazzi: «In futuro vedremo molti italiani chiudere la carriera nella Repubblica Popolare»

Fino a pochi anni fa i fuoriclasse da 30/40 gol a stagione si limitavano a guardarli in televisione. Ora li comprano, pagandoli a peso d’oro. E li riempiono di denari con contratti faraonici. Accordi con cui (spesso) il calcio europeo non può competere, eccezion fatta per le squadre di proprietà di sceicchi e nababbi. È la Cina la nuova frontiera del football, la “terra promessa” del terzo millennio. Quella in cui sono approdati, di recente, anche il “nostro” Marcello Lippi e l’ivoriano Didier Drogba, fresco vincitore della Champions League 2012 con il Chelsea. Ma l’impressione è quella di essere solo all’inizio.

TRADIZIONE ZERO – Un Paese, la Cina, che manca completamente di tradizione calcistica. Basti pensare che il campionato di Serie A, la Chinese Super League, è nato nel 1951 ma è diventato di stampo professionistico più di quarant’anni dopo (1994). Oggi comprende 16 squadre, tre delle quali la fanno da padrone: il Guangzhou Evergrande, lo Shanghai Shenhua e il Dalian Aerbin. Malgrado si siano spesso trovati a festeggiare i trionfi delle squadre e delle nazionali europee, i tifosi cinesi non hanno mai gioito per una vittoria della loro nazionale di calcio. La selezione dei “migliori” giocatori della Repubblica Popolare ha partecipato una sola volta al Campionato del mondo, nel 2002, in Giappone e Corea del Sud. Fu una spremuta di gol (presi), visto che nel Girone C in cui era inserita insieme a Brasile, Turchia e Costa Rica, la Cina incassò 9 gol in tre partite senza segnarne nemmeno uno. Qualcosa in più la squadra è riuscita a combinare nella Coppa d’Asia: i due secondi posti raggiunti nel 1984 e nel 2004 restano però i risultati migliori mai raggiunti. A ciò fa da contraltare il boom degli ultimi anni a livello di club. Un’impennata di ingaggi, di yuan e dollari portati in giro per il mondo dentro lunghe e profonde ventiquattrore. Gli ultimi a “cedere” alle tentazioni cinesi sono stati Frédéric Kanouté, ex attaccante del Siviglia, e Seydou Keita, proveniente dalla squadra più forte del pianeta, il Barcellona pigliatutto di Pep Guardiola.

CICLONE GUANGZHOU – Il primo, 34 anni, dopo sette stagioni in Andalusia (209 presenze e 88 gol) ha sposato il progetto del Beijing Guoan – formazione nata nel 1992 e vincitrice della Chinese Super League nel 2009, attualmente terza in campionato – firmando un contratto biennale. Accordo della stessa durata anche quello siglato da Keyta (32), che dopo 14 trofei conquistati con i blaugrana ha lasciato la Spagna per accasarsi al Dalian Aerbin. A cifre pazzesche, per quello che può essere considerato sì un buon giocatore, ma non certo un top player: 7 milioni di euro all’anno. Ma ancora di più sono i soldi che ha investito la squadra attualmente in testa al torneo, il Guangzhou Evergrande. L’ultimo ingaggio faraonico la società in cui milita una vecchia conoscenza del calcio tedesco come Lucas Barrios, lo ha messo in panchina. Scherzi della retorica a parte, dopo indiscrezioni e smentite, Marcello Lippi – ex allenatore della Juventus ma soprattutto commissario tecnico dell’Italia mondiale di Germania 2006 – ha accettato l’offerta del presidente Liu Jong Zhuo portando con sé i suoi più stretti collaboratori: Narciso Pezzotti (assistente allenatore) e Michelangelo Rampulla (preparatore dei portieri). Nei prossimi tre anni, Lippi guadagnerà 30 milioni di euro in totale, 10 a stagione. Ma chi c’è dietro al Guangzhou? La Evergrande Real Estate Group, uno dei colossi nel campo dell’edilizia (in Cina, ma non solo), quotata alla Borsa di Hong Kong e attualmente valutata fra i 3 e 5 miliardi di euro. Il nome della società cinese era già balzato agli onori delle cronache nella stagione 2011, quando ingaggiò dai brasiliani del Fluminense il trequartista Darío Conca, per cui può essere fatto lo stesso discorso valido per Keyta. L’argentino è un atleta dalle buone doti tecniche, ma lo stipendio da 900mila euro al mese (8 milioni di euro l’anno per due anni e mezzo di contratto), che lo rendono il quarto giocatore più pagato al mondo dopo Cristiano Ronaldo, Lionel Messi e Samuel Eto’o, pare quantomeno esagerato in un Paese povero come la Cina. Gli stessi parametri sono quelli su cui viaggiano altri due volti noti del calcio internazionale: Nicolas Anelka e Didier Drogba. Entrambi provenienti dal Chelsea (il primo si è trasferito nel Paese di mezzo a dicembre, il secondo alla fine di giugno), si sono ritrovati allo Shanghai Shenhua. Metteranno in tasca, rispettivamente, 10,6 e 12 milioni a stagione.

I NOSTRI “CINESI” – I tifosi cinesi impazziscono per le squadre italiane. In particolare per Milan, Inter e Juventus. Non è dunque un caso che la Lega Calcio abbia siglato un accordo pluriennale per disputare la finale della Supercoppa Italiana (prossimo appuntamento il 12 agosto, quando allo Stadio Nazionale di Pechino si sfideranno Juventus e Napoli) in Cina. Ma gli italiani che per ora hanno deciso di intraprendere una carriera nella Repubblica Popolare non arrivano a riempire le dita di una mano. Il primo in assoluto a vivere l’esperienza cinese è stato Giuseppe Materazzi, padre del Campione del mondo Marco, che nel 2003 ha allenato il Tianjin Teda. «Da dieci anni a questa parte sono cambiate molte cose – esordisce Materazzi contattato da Il Punto –. Nel corso della mia esperienza, con la squadra che allenavo, ho avuto modo di giocare in città dove il calcio era molto seguito e c’era una buona organizzazione, con strutture all’avanguardia. In altre, invece, c’era una totale mancanza di programmazione: gli stadi erano addirittura privi delle docce negli spogliatoi, a fine partita alcuni inservienti ci portavano due secchi pieni d’acqua per lavarci; oppure, prima delle partite, era preferibile cambiarsi in albergo e poi recarsi al campo». La Cina sarà davvero la nuova frontiera per il football? «Credo di sì, anche perché alle spalle ci sono tantissimi interessi e investimenti – aggiunge l’ex allenatore di Lazio, Bari e Cagliari –. Lo sviluppo del calcio potrebbe ricalcare quello del Paese stesso, che fino ad alcuni decenni fa era molto povero. E il fatto che siano stati ingaggiati personaggi come Lippi e Drogba vuol dire che il business sta cominciando ad essere importante». E i calciatori italiani? Anche loro, fra qualche anno, prenderanno un volo di sola andata per il Paese di mezzo? Risponde Materazzi: «Sicuramente sì, anche perché il nostro calcio ha tanti giovani interessanti e molti giocatori che ad un certo punto potrebbero decidere di andare a chiudere la carriera in un campionato come quello cinese». Sempre nel Tianjin Teda ha giocato, per una sola stagione (2009), Damiano Tommasi, ex faro del centrocampo della Roma e oggi presidente dell’Aic (Associazione Italiana Calciatori). Mentre Fabio Firmani, ex Catania e Lazio, ha vestito nel 2011 la maglia del Guizhou Renhe, disputando 18 partite e segnando 2 gol.

CALCIOPOLI AL VAPORE – Ma nel campionato in cui ha militato un altro volto noto del calcio internazionale come Paul Gascoigne (2003), e mentre l’Inter inizia una cooperazione con la China Railway Construction Corporation per la costruzione del nuovo stadio nerazzurro, non mancano gli episodi di corruzione. Anche la Cina vanta infatti la sua Calciopoli: un terremoto che negli ultimi sei anni ha coinvolto Nan Yong, ex numero uno della Chinese Football Association, più 4 arbitri, decine di giocatori e addirittura Li Tong, marketing manager Nike per la Cina. Bravi per antonomasia a copiare tutto, i cinesi hanno preso anche la parte peggiore dello sport più seguito al mondo. Del resto – come recitava il titolo del famoso film di Marco Bellocchio datato 1967 – La Cina è vicina.

Twitter: @GiorgioVelardi     

Cina, la nuova censura ora colpisce le reti Wi-fi

venerdì, luglio 29th, 2011

Che la Cina sia la fucina delle restrizioni delle libertà individuali, politiche e religiose è ormai cosa nota. L’ultimo stop riguarda ancora la rete Internet, e a finire sotto il colpo della scure stavolta sono i bar e i ristoranti che offrono gratuitamente ai clienti l’accesso alle reti Wi-fi.

La polizia di Pechino ha già fatto sapere che dalla capitale il regolamento verrà esteso a breve in tutto il paese, e che i gestori dei locali che offrono il servizio dovranno acquistare un software (costo: 2.200 euro circa) che permette di individuare gli internauti che stanno navigando all’interno degli esercizi commerciali. La violazione della privacy è evidente, e occorre un celere intervento degli organismi internazionali per fare in modo che la questione non cada nel dimenticatoio.

Ma perchè il governo cinese compie questa nuova mossa? Ufficialmente, fanno sapere dai veritici del partito comunista che poche settimane fa ha festeggiato i suoi 90 anni, è per «fermare i criminali che usano la rete per ricatti, traffici proibiti e giochi d’azzardo». In molti, proprio su Internet, parlano però di una paura di contagio della “primavera araba”, con Internet diventato il fulcro dei ribelli di Tunisia, Egitto, Libia etc… Non solo: c’è chi ipotizza che lo stop sia dettato dal fatto che il World Wide Web sia diventato il primo veicolo di protesta contro il governo per l’incidente fra due treni nella zona Orientale del paese di sabato 23 luglio. «Le autorità vogliono nascondere la verità sull’accaduto per proteggere i corrotti funzionari delle ferrovie», si legge su alcuni blog.

Nel “Paese di mezzo” sono già bloccati tutti i social network (YouTube, Twitter e Facebook): elemento che rende di fatto impossibile la condivisione di notizie interessanti, ma in dissenso con i principi del partito. L’ennesima brutta storia da raccontare di una Cina che negli ultimi anni è diventata uno dei giganti dell’economia mondiale.

Bambini senza più una guida

sabato, maggio 21st, 2011

Elena, molto probabilmente, non ce la farà. Le condizioni della bimba di appena 22 mesi che mercoledì scorso, a Teramo, è stata dimenticata in auto dal padre per cinque ore, si aggravano di ora in ora. “L’intervento di decompressione cerebrale effettuato venerdì nel tardo pomeriggio ha evidenziato un imponente edema cerebrale. Questo si inserisce in una situazione di insufficienza renale“, hanno fatto sapere i medici dell’ospedale di Ancona, dove la piccola è ricoverata.

Scorrendo sul web si scoprono però altre storie e vicende che hanno come protagonisti bambini indifesi e maltrattati, e genitori che andrebbero mandati in riformatorio (loro, non i figli, come a volte avviene), data le gravità dei fatti accaduti. Ho finito di leggere pochi minuti fa la storia di una famiglia cinese di Valdobbiadene (provincia di Treviso), che per punizione ha lasciato il figlio di 5 anni per sette ore in piedi davanti alla porta di casa. Dopo l’arrivo dei Carabinieri, chiamati dai vicini che si sono accorti di quanto stava accadendo, la coppia si è giustificata dicendo che il bambino era troppo vivace e andava punito, e che da loro in Cina si usa così.

C’è poi, uscendo dalla voce “genitori-figli“, la vicenda che riguarda don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente arrestato pochi giorni fa con l’accusa di abuso su minore e cessione di stupefacente. Sembrano diversi i giovani coinvolti, molti dei quelli non hanno ancora compiuto 18 anni. Oggi Seppia si è difeso, nell’interrogatorio a cui è stato sottoposto per cinque ore a Genova, dichiarando: “Non sono mai andato con minorenni né ho mai ceduto loro stupefacenti“. Alcune testimonianze e le intercettazioni telefoniche in possesso degli inquirenti sembrano però inchiodarlo. Certo è che, al di là di come si concluderà la vicenda a livello giudiziario, quello che per molti bambini e ragazzi doveva essere una guida si è trasformato nel peggiore dei loro incubi.

Business, business, business. Anche nel giorno della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II

sabato, aprile 30th, 2011

Archiviato il matrimonio di William e Kate, il secondo evento clou di questa settimana è ovviamente la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. Questo articolo non celebrerà la figura di uno degli uomini più importanti del ’900 (lo hanno già fatto abbastanza i programmi di approfondimento della nostra televisione), ma analizzerà il business intorno ad una cerimonia che riunirà nella Capitale milioni di fedeli giunti da ogni parte del globo.

Cominciamo dai prezzi degli alberghi, sfruttando il contributo di Codici (Centro per i diritti del cittadino, www.codici.org). “È vero che i prezzi  degli alberghi durante  l’alta stagione sono più alti, ma in questo caso – ha commenta il Segretario Nazionale Ivano Giacomelli – gli stessi sono schizzati alla  stelle“. Ecco le cifre: nel periodo preso in considerazione (dal 30 aprile al 2 maggio), per un duplice pernottamento, i risultati ottenuti sono stati i seguenti: in Zona Vaticano è stato rilevato un aumento del 148%; zona Piazza Navona 102%; zona Trastevere 168%; zona Aurelio Monte Verde 139%; Esquilino, 96%; Eur 110%; Zona San Giovanni/Repubblica 116%. La media totale registra un aumento del 125%. Non va dimenticato il fai da te. Sul sito Portaportese.it, giorni fa, un utente ha scritto: “Garbatella, 2 camere doppie per beatificazione Papa Wojtyla due notti, con servizio navetta da e per i luoghi della cerimonia, 500 euro a persona“. Niente male, direi.

Passimo poi all’oggettistica: nei giorni scorsi la Guardia di Finanza ha operato un maxi sequestro di circa 5,5 milioni di pezzi contraffatti in alcuni capannoni di Tor Bella Monaca e in un negozio del quartiere Esquilino. La retata ha portato alla scoperta di penne, giocattoli, prodotti elettrici ed elettronici e, addirittura, di Rolex con l’immagine di Papa Wojtyla (ovviamente falsi) per un valore complessivo di circa 15 milioni di euro. Il business era gestito da un gruppo di cittadini di origine cinese, poi denunciati all’autorità giudiziaria. I negozi antestanti il Vaticano non fanno eccezione, e si può trovare di tutto: dai rosari alle tazze per la colazione, dalle sciarpe alle magliette fino ad accendini e busti in marmo.

Infine, le stravaganze. Pensate che i cosiddetti “acchiappa-turisti” (i dintorni della stazione Termini ne sono ormai pieni) si sono inventati la domanda: “Volete saltare la fila in Vaticano? Sono 45 euro“. Qui non si fa riferimento alla data della beatificazione, ma ad un giro turistico al Vaticano che comprando un regolare biglietto costa 15 euro.

Insomma, il business vince sempre e comunque. È il denaro, bellezza!

La Cina sorpasserà gli Stati Uniti? Si, ma solo nel 2016

martedì, aprile 26th, 2011

Nel 2016 la Cina sorpasserà gli Stati Uniti, diventando la potenza economica numero uno al mondo e ponendo fine a quella supremazia  cominciata a fine ’800.

Lo ha rivelato il Fondo monetario internazionale utilizzando l’indice “Ppp“, che misura le economie sulla base del “Purchasing power party“, ovvero la parità del potere d’acquisto. Ebbene, i numeri sono questi: nel 2016 il paese asiatico si espanderà dagli attuali 11,2 mila miliardi di dollari a 19 miliardi, mentre gli USA cresceranno da 15,2 a 18,8 miliardi. Si rovesciano gli equilibri, tanto che da un lato l’economia americana viene descritta “in ripresa“, mentre quella cinese “cresce a velocità maggiore rispetto ad ogni altra area“.

C’è un però. Se infatti la Cina cresce alla velocità della luce, il merito è di una forza lavoro incredibile, il cui bacino di utenza è anche quello delle migliaia di detenuti che affollano le carceri vivendo in condizioni disumane. Ragioniamo su 2 elementi: 

  1. Un recente rapporto di Human Rights Watch (l’organizzazione non governativa internazionale con sede a New York che si occupa della difesa dei diritti umani) sottolinea come il governo cinese gestisca una rete di carceri segrete in cui i cittadini possono scomparire per giorni o mesi e subire abusi di ogni genere (furto degli abiti, violenze fisiche, privazione del sonno e del cibo);
  2. Il “laogai”, letteralmente “riforma attraverso il lavoro”. Nel 1988 il Ministero della Giustizia descrisse gli intenti del sistema in questo modo: “Lo scopo principale dei laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società”. 

La Cina è, purtroppo, anche questa.