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Emergenza senza fine – da “Il Punto” del 12/10/2012

ottobre 22nd, 2012 by mercantenotizie

Severino studia un modo per costituire 4mila nuovi posti entro il 2013. Nel frattempo la quasi totalità dei nostri istituti di pena è sul punto di esplodere: a Catania il tasso di sovraffollamento è del 341%. Mentre da Nord a Sud ci sono 38 strutture costruite e mai utilizzate, con uno spreco di centinaia di milioni di euro

L’ultimo suicidio, di cui ha dato notizia l’Osapp (l’organizzazione sindacale autonoma di Polizia penitenziaria), è stato quello di un 51enne italiano che il 28 settembre scorso nel carcere di Biella ha legato i lacci delle scarpe alle inferriate della cella e ha detto «basta». È il 41esimo detenuto che dall’inizio dell’anno si è ucciso in un carcere della Penisola. Con molta probabilità, spiace dirlo, non sarà l’ultimo. C’è un grave problema che affligge l’Italia da anni. Che fa meno notizia dell’andamento dello spread, dei casi di malapolitica, del varo della nuova legge elettorale: è la situazione dei nostri istituti penitenziari. Che sono al collasso. Basta esplicitare due soli dati: quello della capienza delle 206 strutture regolamentari, 45.849 posti, e quello del totale dei detenuti che ad oggi sono presenti nelle prigioni, 66.568 (23.838 gli stranieri). Il 40 per cento dei quali è in attesa di giudizio. Numeri da brivido, cifre che fanno dell’Italia il Paese europeo che ha all’attivo il maggior numero di condanne per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, apre all’ipotesi di un’amnistia, il ministro della Giustizia Paola Severino accelera per fare in modo che entro la fine del 2013 siano costituiti circa 4mila nuovi posti. Ma i complessi, inutilizzati, ci sono. Sia al Nord che al Sud.

I NUMERI DEL PROBLEMA - Secondo “Morire di carcere: dossier 2000-2012” di Ristretti Orizzonti, negli ultimi dodici anni sono stati 2.055 i detenuti che hanno perso la vita nei nostri penitenziari. Più di un terzo di loro, 735, si sono tolti la vita. L’anno peggiore è stato il 2009, dove i suicidi registrati sono stati 77. Nel 2011 il numero si è fermato a 66. A preoccupare maggiormente, però, è la mancanza di «soluzioni alternative» – come le hanno definite la stessa Guardasigilli e il Capo dello Stato – che potrebbero (quantomeno) alleviare la gravità della situazione. Anche in questo caso sono i numeri a venire in nostro soccorso. E dicono che la percentuale di recidività per i detenuti che non hanno mai lavorato nel corso della loro permanenza in carcere è tre volte superiore rispetto a quella di coloro che invece hanno svolto attività all’esterno: 65 per cento contro il 19. E a testimonianza del fatto che l’Italia sembra guardare con scarso interesse a ciò che accade nelle sue celle, va fatto notare che in altri stati del continente il 75 per cento delle condanne viene scontato lavorando al di fuori (da noi l’83 per cento dei carcerati resta in cella per l’intero periodo di detenzione). Non solo: un altro dossier, realizzato nel 2010 dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) edal titolo “Eventi critici”, ha evidenziato la manifestazione di oltre 5mila episodi di autolesionismo e di 1.137 casi di tentato suicidio. Poi c’è la situazione degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, che dovrebbero essere definitivamente chiusi entro sei mesi. Ma, stando a quanto recentemente dichiarato dalla senatrice del Pd Donatella Poretti, la legge 9/2012 (“Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”) rischia di rimanere inapplicata. Questo perché manca il decreto del ministero della Salute che contiene i requisiti per le nuove strutture da destinare ai soggetti coinvolti, che doveva essere già stato emanato nel marzo scorso. «Nessun fondo è stato stanziato – ha argomentato Poretti –. L’anno 2012 volge al termine e il rischio evidente è che i 158 milioni di euro previsti dalla legge tornino nel bilancio pubblico e vengano destinati ad altri fini».

PRONTE AD ESPLODERE - Ci sono strutture carcerarie sul punto di esplodere. Lo dice il “viaggio” compiuto questa estate da Antigone, l’associazione che da oltre vent’anni si occupa di giustizia penale, nei principali penitenziari italiani. Le costanti registrate sono state il sovraffollamento e le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui versano i detenuti. A Pisa, per esempio, a fronte di una capienza regolamentare di 225 persone ne sono presenti 355, di cui 204 stranieri. Qui, nonostante sette mesi fa siano partiti i lavori di ristrutturazione del reparto giudiziario del carcere, lo spreco relativo alle perdite d’acqua fa lievitare il costo delle bollette con un indebitamento di migliaia di euro. Le cose non vanno meglio a “Poggioreale” (Napoli): 2.600 i detenuti presenti malgrado la struttura ne possa contenere la metà, con punte di 12 individui in celle in cui mancano le docce, a dispetto di quanto richiesto dal Regolamento di attuazione dell’Ordinamento penitenziario. A Lanciano, in Abruzzo, il tasso di sovraffollamento dell’istituto è del 170 per cento. La quasi totalità dei detenuti è dunque costretta a vivere al di sotto dei 3 metri quadrati, soglia minima oltre la quale – secondo quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo – si configura la «tortura». Poi c’è la casa circondariale di Livorno, che conta 4 sezioni chiuse, due di media e due di alta sicurezza. L’associazione ha registrato all’interno frequentissimi episodi di scabbia, tubercolosi e sifilide. Cinque detenuti sono sieropositivi, altri 16 seguono una terapia metadonica. Infine ci sono Messina, Cagliari e Catania. Nel primo caso il tasso di sovraffollamento è pari al 200 per cento, con i carcerati costretti a vivere anche in 11 in 19 metri quadrati (1,72 a testa). Metà dell’istituto è inagibile, l’altra metà necessiterebbe di una ristrutturazione (a causa del sovraffollamento, i detenuti affetti da gravi patologie sono mischiati a quelli “comuni”). Nel capoluogo sardo, invece, sono presenti circa 200 soggetti tossicodipendenti (il 40 per cento del totale) e 20 in terapia retro virale. È scarsa la presenza di agenti di polizia penitenziaria: ne servirebbero 267, ce ne sono solamente 212. Ad indossare la “maglia nera” è però la casa circondariale “Piazza Lanza” di Catania. Il carcere siciliano, costruito per ospitare 155 fra uomini e donne, vede la presenza di 529 individui (il tasso di sovraffollamento è del 341 per cento), 249 dei quali in attesa di giudizio. Il particolare che inquieta maggiormente è che in inverno, per risparmiare, l’impianto di riscaldamento viene tenuto spento, così come le luci nei corridoi.

STRUTTURE “DIMENTICATE” - Per costruire nuove carceri ci vogliono i soldi. Tanti. Ma, in tempi di spending review, meglio puntare sulle «soluzione alternative». Che dovevano essere decise con un ddl per cui Severino aveva promesso un percorso accelerato – «Il disegno di legge prevede la messa in prova dei detenuti presso i servizi sociali e gli arresti domiciliari», ha fatto sapere il ministro ad inizio settembre –, ma di cui ancora non c’è traccia. Eppure, paradosso italico, le strutture ci sono. Trentotto carceri edificate, costate milioni di euro, ma mai aperte. Per le motivazioni più stravaganti. Ad Arghillà, provincia di Reggio Calabria, il penitenziario è inutilizzato perché mancano la strada d’accesso, le fogne e l’allacciamento idrico. Una struttura di cui ha parlato anche l’ex capo del Dap, Franco Ionta, in un colloquio con il Riformista dello scorso gennaio. «Le prime operazioni per la costruzione di questo carcere – spiegava Ionta – risalgono agli Anni ’80. Secondo alcuni calcoli la struttura è già costata 80-90 milioni di euro ma deve essere necessariamente rifunzionalizzata, perché gli impianti sono precedenti alla legge del 2000». A Bovino e a Castelnuovo della Daunia (entrambi in provincia di Foggia) sono presenti due strutture, una da 120 posti e un’altra finita e arredata da quindici anni, che non sono mai state aperte; a Cropani (Catanzaro) l’istituto è occupato da un solo custode comunale. Non è finita qui: a Frigento (Avellino) il carcere è stato costruito dopo il terremoto degli Anni ’80 (che aveva provocato il crollo della struttura presente nei pressi del vecchio municipio), inaugurato e chiuso per colpa di una frana; a Monopoli (Bari), le celle che formano il complesso sono state occupate abusivamente da alcune famiglie di sfrattati; a Irsina (Matera) sono stati spesi – sempre negli Anni ’80 – circa 3,5 miliardi di lire, però poi la “macchina” ha funzionato per un solo anno e oggi il Comune la utilizzata come deposito. Infine, fra i tanti casi che potremmo ancora citare, c’è quello di Morcone, a 35 chilometri da Benevento. Ebbene il carcere è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato, malgrado l’utilizzo di vigilantes armati.

IL CONSUMO DI DROGHE - Nelle condizioni in cui versano, le carceri non hanno un ruolo rieducativo per i detenuti, ma anzi sortiscono l’effetto contrario. Uno dei problemi maggiormente rilevanti è quello della tossicodipendenza. La percentuale di reclusi che fanno uso di sostanze è stabile al 25 per cento, come ribadito anche da una recente ricerca del Dap. «Malgrado tutte le tecniche che possono essere messe in atto, nonostante perquisizioni sempre più rigorose nei confronti dei familiari dei detenuti che rischiano però di diventare un deterrente per le visite, è inevitabile che questo fenomeno attraversi anche le porte delle carceri. Cercare di azzerarlo è impossibile, nessuna struttura è ermetica e a prova di errore», dichiara a Il Punto Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone. «In luoghi come questi le organizzazioni criminali usano la droga come merce di scambio, non ci sono solamente i consumatori singoli che vengono riforniti dai componenti della famiglia», prosegue Scandurra, che poi aggiunge: «È mio dovere ricordare che non è certo questa l’unica forma di illegalità presente nei penitenziari. Ci sono decine di processi aperti per appropriazioni indebite dei fondi del ministero, per violenze dei detenuti sui detenuti, degli agenti sui detenuti e viceversa, c’è una legge del 2000 che dice come dovrebbero essere le carceri che non viene rispettata e sentenze internazionali le quali affermano che le prigioni italiane costituiscono forme di tortura. L’illegalità rappresenta più l’ordinarietà che l’eccezione ». Ad essere consumate nelle carceri non ci sono solo le droghe cosiddette “tradizionali”, ma anche quelle sintetiche – difficili da individuare sia dagli agenti che dai nuclei cinofili – come subutex e skunk, la «supercanna» che unisce marijuana e hashish. Secondo “Carcere e droghe in tempi di politiche securitarie”, dossier di fuoriluogo.it, le autorità carcerarie dovrebbero pianificare una serie di interventi atti a ridurre il danno; in aggiunta, la salute in carcere dovrebbe essere gestita dal ministero della Salute e non da quello della Giustizia. Uno scenario perfetto nelle intenzioni, meno nella pratica quotidiana. Bisogna fare presto, dunque: la questione delle carceri va risolta, e in fretta. Questa volta non ce lo chiede (solo) l’Europa, ma il buonsenso.

Twitter: @GiorgioVelardi

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