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Posts Tagged ‘Corte costituzionale’

Auto blu e super pensioni. Pure la Consulta non scherza: il bilancio di previsione per quest’anno è di 54 milioni

giovedì, marzo 30th, 2017

Palazzo_della_Consulta_Roma_2006Una piccola sforbiciata rispetto agli anni passati c’è stata, sia chiaro, complice pure il fatto che a partire dal 1° maggio 2014 i compensi dei giudici sono stati ridotta del 22,6% passando da 465 mila 138 euro lordi a 360 mila. Nonostante tutto, però, la Corte costituzionale continua a costare decine di milioni di euro. Per la precisione: 54 milioni 649 mila 646 euro, stando al bilancio di previsione 2017 recentemente pubblicato sul sito istituzionale. Spese coperte grazie a un contributo statale di 55 milioni 200 mila euro, in sostanza la totalità della torta riguardante le entrate che nel documento ammontano a 56 milioni 43 mila 846 euro. Sfogliando le 8 pagine del bilancio c’è di tutto. A cominciare, ovviamente, dal capitolo che da sempre attira gli appetiti degli osservatori: quello della spesa per stipendi e oneri previdenziali degli ermellini.

A bilancio per l’anno in corso ci sono 2 milioni 530 mila euro solo per le loro retribuzioni. Come detto, ogni giudice percepisce un compenso annuo di 360mila euro lordi (120mila euro in più rispetto al tetto previsto per i dipendenti pubblici), mentre il presidente Paolo Grossi incassa una cifra più alta, 432mila euro lordi. Numeri che, per dire, negli ultimi anni hanno fatto storcere il naso a Roberto Perotti, economista bocconiano ed ex commissario governativo alla spending review, che nel suo ultimo libro (Status Quo) ha messo a confronto le retribuzioni dei giudici italiani e statunitensi al netto delle ritenute.

Vecchiaia serena – Il risultato? Per il professore, i componenti della Consulta tricolore incassano 197.146 euro l’anno mentre quelli a stelle e strisce si devono “accontentare” di 119.539 (181.951 lordi), pagando però molte meno tasse rispetto a Giuliano Amato e colleghi: 62.411 euro contro 162.855. Ma torniamo al bilancio. La spesa indubbiamente più alta è quella riguardante il personale: 29 milioni 14 mila 500 euro. Di questi, 8.480.000 euro se ne vanno per le retribuzioni dei dipendenti di ruolo (174), mentre per pagare l’unico a contratto la Consulta ha previsto di spendere quest’anno 95mila euro. Più alte sono invece le dotazioni previste per le missioni, 313 mila 500 euro, e per i compensi ad incaricati esterni e collegio esperti in contabilità pubblica, 375mila euro. E ancora: 48 mila euro se ne vanno in formazione e aggiornamento del personale, 62.500 per l’assicurazione contro gli infortuni, 68.500 per la “sicurezza e salute dei lavoratori sul luogo di lavoro” e 290.000 per le spese per i buoni pasto. Quasi 11,5 milioni verranno spesi invece per le pensioni: 3 milioni 849 mila 384 euro per riequilibrare il fondo relativo ai trattamenti degli ex giudici (22 più 12 superstiti) e 7 milioni 643 mila 562 euro per riequilibrare quello degli ex dipendenti (139 più 88 superstiti).

Tutti a bordo – Non è finita. Nella categoria 4, “acquisto di beni e servizi”, salta all’occhio la considerevole somma di 584 mila euro per il noleggio, l’assicurazione, la manutenzione e le spese di funzionamento delle autovetture (un altro dei capitoli di spesa da sempre più dibattuti). Non scherza nemmeno l’uscita prevista per il “noleggio attrezzature d’ufficio e servizi integrati di gestione documentale e stampa”: 463 mila euro. Mentre 400 mila euro verranno impiegati per la manutenzione dei sistemi informatici e 223 mila per “telefonia e manutenzione impianto”. Degni di nota sono anche i 264 mila euro per il funzionamento della struttura sanitaria. Per partecipazioni a “incontri multilaterali” con altre Corti costituzionali, convegni e conferenze, la Consulta prevede di tirar fuori 125 mila euro; 111 mila saranno invece utilizzati per comprare materiali d’ufficio e informatici. E le spese per il restauro e la manutenzione delle opere d’arte? Tranquilli, ci sono pure quelle, anche se sono più contenute: “solo” 64 mila euro.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 29 marzo 2017 per La Notizia

Trivelle, Wwf: “Oltre 40 piattaforme mai sottoposte a valutazione di impatto ambientale, intervenga il ministero”

giovedì, aprile 14th, 2016

È quanto scritto dall’associazione ambientalista in un instant book recapitato nei giorni scorsi ai deputati. In previsione del referendum di domenica 17 aprile. Secondo l’organizzazione, il 47,7% delle strutture non sono mai state controllate. Ventisei di queste sono di proprietà dell’Eni. E così Mario Catania (Scelta civica) e il leader di Possibile, Giuseppe Civati, hanno indirizzato un’interrogazione a Gian Luca Galletti

trivelle-675Non c’è solo l’appello del presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, a turbare i sogni del premier, Matteo Renzi, in vista del referendum sulle trivelle di domenica prossima. A Montecitorio, sulle scrivanie dei deputati, nei giorni scorsi è infatti arrivata l’anticipazione di un instant book dal titolo emblematico, Trivelle insostenibilirealizzato dal WWF, l’organizzazione internazionale di protezione ambientale con sede in Svizzera. La cui costola italiana ha provato a dare risposta ad una domanda: qual è la situazione delle piattaforme offshore situate nella fascia di interdizione delle 12 miglia?

Analizzando i dati forniti online dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) del ministero dello Sviluppo economico – lo stesso rimasto da pochi giorni senza un titolare dopo le dimissioni di Federica Guidi a causa dell’emendamento “Tempa Rossa” – e mettendoli a confronto con le norme relative alle valutazioni ambientali e alla sicurezza, il WWF è arrivato ad una conclusione che non può far certo dormire sonni tranquilli. E che, al tempo stesso, rappresenta un assist per gli stessi promotori del referendum del 17 aprile. Cioè: 42 delle 88 piattaforme localizzate entro la fascia offlimits delle 12 miglia, alle quali il governo vorrebbe prorogare la concessione, non sono mai state sottoposte a valutazione di impatto ambientale (Via). Si tratta del 47,7% del totale. Il motivo? Nel nostro Paese la Via è diventata operativa solo trent’anni fa (1986), proprio grazie alla legge che ha istituito il ministero dell’Ambiente. Mentre le 42 piattaforme in questione sono state costruite negli anni precedenti. Insomma: fatta la legge, trovato l’intoppo.

Ma a chi appartengono le piattaforme “incriminate”? Ventisei sono di Eni Eni Mediterranea Idrocarburi (che opera nel settore di esplorazione e produzione di idrocarburi in Sicilia), 9 di Edison e 5 di Adriatica Gas. Di queste, 5 sono piattaforme che estraggono petrolio. Ma c’è anche un altro aspetto che il WWF ha messo sotto la lente di ingrandimento: quello relativo all’età media delle piattaforme localizzate nella stessa fascia. Il 48% di queste, fa sapere l’organizzazione ambientalista, ha oltre 40 anni. E, come detto, non è mai stata sottoposta a Via. Di più: ci sono 8 piattaforme (tutte di proprietà di Eni) che secondo la classificazione dell’Unmig sono ‘non operative’ e che “sarebbe bene smantellare perché costituiscono comunque un impianto obsolescente inattivo, con evidenti rischi per la navigazione oltre ad avere, se vicino alla costa, un impatto paesaggistico immotivato”. A fronte di tutto ciò, il WWF ha chiesto un intervento diretto del ministero dell’Ambiente, che “dovrebbe ‘battere un colpo’ anche perché non risulta che abbia detto nulla a suo tempo nemmeno sulla soppressione, voluta dal governo e accolta dal Parlamento, del Piano delle Aree (previsto dallo Sblocca Italia e modificato dalle legge di stabilità 2016, ndr) per le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi che avrebbe dovuto essere sottoposto a valutazione di impatto ambientale”.

Rilievi, quelli effettuati del WWF, che si spostano ora in Parlamento. Con un’interrogazione firmata dall’ex ministro dell’Agricoltura del governo Monti, Mario Catania (Scelta civica), e dal leader di Possibile, Giuseppe Civati. I quali, fra le altre cose, hanno chiesto al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti (Udc), se “non voglia compiere tutti i passi necessari affinché le piattaforme realizzate prima del 1986 vengano comunque sottoposte alla valutazione di impatto ambientale”. Ma anche se “non voglia intervenire sul ministero dello Sviluppo economico per chiedere che le 8 piattaforme offshore Eni classificate come ‘non operative’ vengano smantellate dall’azienda responsabile”. È “la trivella di Pandora”, dice Civati a ilfattoquotidiano.it. “Ogni aspetto che riguarda il petrolio in questo Paese, dalle concessioni alle royalties, sta aprendo gli occhi a molti cittadini sull’inerzia di questo governo nell’affrontare le questioni – aggiunge –. Il 17 aprile confidiamo in un ‘sì’ per estendere la campagna a tutto ciò che è connesso: è il momento di cambiare, verso il futuro, non abbracciati ai fossili”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Catania. “Bisogna verificare l’assoluta sicurezza di queste piattaforme”, spiega l’ex ministro. “Non possiamo accettare nemmeno la più remota possibilità di incidente nel nostro mare, i danni sarebbero incalcolabili – aggiunge –. Sono inoltre convinto che debba finire la pratica di prorogare concessioni in scadenza, correndo anche il rischio di rendere perenne la presenza delle trivelle anche per giacimenti in esaurimento”.

(Articolo scritto il 12 aprile 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Quirinale, il 2015 di Sergio Mattarella: un anno di impegni tra banche, riforme, corruzione, mafia e giustizia

venerdì, gennaio 1st, 2016

I primi mesi al Colle del presidente della Repubblica. Dal monito contro il terrorismo “germe della terza guerra mondiale”, all’affondo sulle truffe a danno dei risparmiatori. Dalla corruzione “furto di democrazia”, ai richiami contro il crimine organizzato. Ecco i temi sui quali il capo dello Stato si è speso di più

mattarella-6751Era stato chiaro sin dal giorno del suo giuramento. “Nel linguaggio corrente si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione”. E l’arbitro “deve essere, e sarà, imparziale”. Una frase, quella pronunciata il 3 febbraio scorso davanti al Parlamento riunito in seduta comune, che anticipa e riassume il 2015 di Sergio Mattarella al Quirinale. “Il calmo”, addirittura “l’anti-eroe”, come lo aveva definito Giampaolo Pansa su Repubblica nel 1989, in questi primi dieci mesi ha parlato poco. Proprio come ogni direttore di gara che si rispetti. Mai una parola di troppo né una dichiarazione che potesse prestare il fianco alle strumentalizzazioni. Un fatto nuovo per la politica italiana dopo i nove anni al Colle di Giorgio Napolitano, uno abituato ad entrare a gamba tesa su qualsiasi questione. Anche dopo aver abdicato. Come quando ad aprile, ormai da presidente emerito, è tornato a difendere l’Italicum. Raccontano che Mattarella, che in quell’occasione gli era seduto accanto, non l’abbia presa benissimo. Ma in pubblico non ha detto nulla. Né a caldo né a freddo. Niente di niente. Ma di cosa ha parlato il presidente della Repubblica da quando è in carica? Di corruzione, mafia, giustizia. Ma anche di diritti umani, terrorismo, Corte costituzionale. Banche, economia. Ecco le sue principali dichiarazioni dall’insediamento ad oggi.

Banche. Costituzione alla mano, Mattarella non ha potuto esimersi dall’intervenire sul caso che ha coinvolto i 130 mila risparmiatori delle quattro banche (Etruria, Marche, CariFerrara e CariChieti) in dissesto ‘salvate’ dal decreto del governo del 22 novembre scorso. Non più tardi di dieci giorni fa, il capo dello Stato ha assicurato che “si stanno approntando interventi di possibile sostegno, valutando caso per caso, al fine di tutelare quanti sono stati indotti ad assumere rischi di cui non erano consapevoli”. Non solo. Perché Mattarella ha anche fatto capire che chi ha sbagliato pagherà. “Occorre un accertamento rigoroso e attento delle responsabilità – ha proseguito –. Sono di importanza primaria la trasparenza, la correttezza e l’etica”, anche se il sistema creditizio italiano si è dimostrato “più solido di altri”. Infine un attacco agli speculatori. “Il risparmio non è soltanto il frutto della fatica del lavoro e la base di sicurezza familiare: è anche una leva di finanziamento cruciale per l’economia reale – ha concluso –. In un contesto che sembra premiare soprattutto la speculazione finanziaria servono capitali pazienti per finanziare investimenti di lungo termine”.

Corruzione. L’ha definita come “un cancro”, addirittura “un furto di democrazia”. Certo che sconfiggerla e “spezzare le catene della complicità” è “possibile”. In che modo? “Dobbiamo porci obiettivi elevati sul piano della moralità pubblica e del senso civico”, ha spiegato Mattarella il 9 dicembre scorso durante la ‘Giornata mondiale contro la corruzione’ indetta dalle Nazioni Unite. Messaggio poi ribadito il 21 dicembre nel corso del tradizionale scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni. Ma non è tutto. La corruzione “crea sfiducia, inquina le istituzioni, altera ogni principio di equità penalizza il sistema economico, allontana gli investitori e impedisce la valorizzazione dei talenti – ha proseguito il capo dello Stato –. L’opacità e il malfunzionamento degli apparati pubblici e di giustizia colpisce ancor di più i poveri e le persone deboli, crea discriminazioni, esclusioni, scarti, distrugge le opportunità di lavoro” e “le speranze dei giovani”.

Corte costituzionale. Il siderale ritardo con cui il Parlamento ha eletto i tre giudici della Consulta ha irritato non poco Mattarella. Che il 2 ottobre scorso ha richiamato le Camere a quello che ha definito un “doveroso e fondamentale adempimento, a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte e a salvaguardia della responsabilità istituzionale”. Auspicando che con “la massima urgenza” i componenti di Montecitorio e Palazzo Madama provvedessero a trovare un accordo per superare l’impasse. Tutto inutile. Così, il 10 dicembre, il capo dello Stato ha rincarato la dose dalle colonne del Messaggero. “La mancanza di tre giudici incide molto sulla funzionalità della Corte Costituzionale e questo vuoto non può continuare”, ha scandito. Anche perché “la Costituzione prevede una composizione articolata ed equilibrata della Corte”. E “la mancanza di oltre la metà dei giudici di una componente (quella eletta dal Parlamento, ndr) altera l’equilibrio voluto dai Costituenti”, aggiungendo “un ulteriore aspetto di gravità allo stallo che si registra”. Stavolta il messaggio è stato recepito: sei giorni dopo, alla trentaduesima votazione, sono stati eletti Augusto BarberaFranco Modugno e Giulio Prosperetti. Grazie all’accordo fra Pd e M5S.

Diritti umani. Quelli dei migranti (“è un errore storico ritardare la necessaria azione comunitaria in tema di accoglienza”). Ma non solo. Perché il presidente della Repubblica è intervenuto anche per riaffermare “il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e affermato nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea” contro ogni forma di omofobia e transfobia. “Rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della personalità umana”, ha affermato Mattarella il 17 maggio scorso durante la giornata internazionale contro l’omofobia, “è una responsabilità primaria, dalla quale discende la qualità del vivere civile e della stessa democrazia. Le discriminazioni, le violenze morali e fisiche – ha aggiunto – non sono solo una grave ferita ai singoli ma offendono la libertà di tutti, insidiano la coesione sociale, limitano la crescita civile”. L’obiettivo è “costruire una cultura che assuma l’inclusione come obiettivo sociale, che applichi il principio di eguaglianza alle minoranze, che contrasti l’omofobia e la transfobia perché la piena affermazione di ogni persona è una ricchezza inestimabile per l’intera comunità”.

Giustizia. È stato uno dei primi temi trattati dopo l’insediamento. Il 24 febbraio, a Scandicci (Firenze), dove ha sede la Scuola Superiore della Magistratura, Mattarella ha parlato di giustizia, “chiamata a definire ogni giorno l’equilibrio fra diritti e doveri applicando le regole dettate dalla legge”. Sottolineando che quello del magistrato è “un compito né di protagonista assoluto nel processo né di burocratico amministratore di giustizia”. Tradotto: basta protagonismi fra le toghe. Il 26 novembre scorso, in un messaggio inviato alla conferenza nazionale dell’Avvocatura che si è svolto a Torino, Mattarella ha invece spiegato che “le criticità del sistema giustizia incidono sulla capacità di crescita del Paese, sull’amministrazione delle risorse pubbliche e sull’attrattività di investimenti esteri”. Infine a dicembre, in una lettera spedita al leader radicale Marco Pannella, Mattarella ha parlato del cosiddetto ergastolo ostativo. Ricordando come la sua abolizione sia “al centro di un animato dibattito politico e giuridico ed è all’esame del Parlamento una norma di delega che mira a ridurre gli automatismi e le preclusioni che escludono i benefici penitenziari per i condannati all’ergastolo”.

Grazia. Stavolta non ci sono dichiarazioni ma atti. Il 23 dicembre, infatti, Mattarella ha firmato tre decreti di concessione di grazia (una delle prerogative costituzionali del capo dello Stato). Il primo nei confronti di Massimo Romani, condannato a 40 anni per droga in Thailandia (poi ridotti a 30 in Italia). Il secondo e il terzo nei confronti dei due americani Robert Seldon Lady e Betnie Medero, entrambi condannati per il sequestro dell’ex Imam di Milano Abu Omar. Nel 2003, all’epoca dei fatti, Seldon Lady (condannato a 9 anni) era a capo del centro della Cia di Milano, mentre Medero (condannata a 6 anni) era una delle agenti responsabili del sequestro. A novembre, Mattarella aveva concesso la grazia parziale (pena ridotta da 6 a due anni) adAntonio Monella, l’imprenditore bergamasco che nel 2006 uccise un diciannovenne albanese che tentava di rubargli l’automobile.

Mafia. Si tratta, come noto, di un tema che ha toccato da vicino Sergio Mattarella (nel 1980 suo fratello Piersanti fu assassinato da Cosa nostra). Non è un caso quindi se in questi primi dieci mesi al Quirinale, l’ex giudice della Corte costituzionale ne ha parlato più volte. Il 6 agosto scorso, giorno nel quale è stato ricordato Ninni Cassarà, vice questore e braccio destro di Giovanni Falcone e del pool antimafia di Palermo ucciso nel 1985 da Cosa nostra, il capo dello Stato ha chiesto di “onorare nel modo più concreto la memoria dei tanti magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e singoli cittadini che hanno perso la vita per assicurare l’affermazione dei diritti e il rispetto delle regole”, impegnandosi “nel contrastarerifiutare e denunciare ogni forma di infiltrazione e di ricatto criminale, di malaffare e di corruzione”. Il 28 settembre, inaugurando l’anno scolastico a Napoli, Mattarella è tornato sull’argomento. “La camorra e le mafie – ha affermato il presidente della Repubblica – possono essere sconfitte”. Anzi: “La camorra e le mafie saranno sconfitte” perché “non possiamo rinunciare a essere donne e uomini liberi”.

Riforme. Le ha lodate ad inizio novembre, quando è volato a Saigon e Giacarta. L’Italia è impegnata “in un profondo rinnovamento” e da tre anni a questa parte “sono state impostate ed approvate alcune riforme importanti finalizzate a rendere l’Italia più competitiva”, ha affermato Mattarella. Il quale è tornato a parlarne il 21 dicembre al Colle: “Non posso che augurarmi” che esse “giungano a compimento in questa legislatura” perché “il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze conflitti, oltre ad alimentare sfiducia”. Per il capo dello Stato “le riforme non riguardano soltanto l’organizzazione costituzionale, ma dovranno anche imprimere una svolta rispetto all’uso improprio di strumenti e procedure”. Perché “il tema della qualità della legislazione si pone davanti a noi come un dovere inderogabile”. Senza dimenticare i riflessi che l’immobilismo provoca sull’economia reale: “Il 2015 si chiude con un segno positivo per il Pil e per l’occupazione – ha proseguito –. Certo, è ancora insufficiente per compiacerci della ripresa, sapendo che un gran numero di nostri concittadini cerca ancora lavoro”.

Terrorismo. Ad agosto lo ha apostrofato come “il germe della terza guerra mondiale”. Segno che il tema del terrorismo lo preoccupa non poco. Sergio Mattarella ne ha parlato in più di un’occasione. La prima il 28 marzo in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro, nella quale ha invocato la necessità di un “patto di civiltà” per “contrastare le campagne d’odio e di indottrinamento” dei fondamentalisti islamici. L’ultima il 10 dicembre, un mese dopo gli attentati di Parigi nei quali hanno perso la vita 130 persone. “L’Italia è in prima linea contro l’Isis”, ha assicurato il presidente della Repubblica, che ha comunque escluso (almeno per ora) la possibilità di un intervento militare delle nostre forze armate in Siria e Iraq. “Non ne vedo le condizioni”, ha risposto Mattarella a esplicita domanda, ricordando comunque la necessità di “una piena collaborazione dei servizi di intelligence dei vari Paesi”.

(Articolo scritto il 31 dicembre 2015 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

La Consulta e il riferimento all’art. 271. Li Gotti: «Come si regolerà ora il gip?» – da “Il Punto” del 14/12/2012

giovedì, dicembre 20th, 2012

consulta«La Corte costituzionale in accoglimento del ricorso per conflitto proposto dal Presidente della Repubblica ha dichiarato che non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, captate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08 e neppure spettava di omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, c.p.p. e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti». Quello che avete appena letto è il comunicato con cui la Consulta ha annunciato di aver accolto il ricorso del capo dello Stato Giorgio Napolitano, che nel luglio scorso ha sollevato il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato (presidente della Repubblica e Procura di Palermo) riguardo le telefonate intercorse fra lui e Nicola Mancino, intercettato dai magistrati palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Si tratta di sole quattro conversazioni fra le 9.295 totali, avvenute fra il 7 novembre 2011 e il 9 maggio 2012 sulle sei utenze del già presidente del Senato, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura messe sotto controllo. Ora si attendono le motivazioni della sentenza, che arriveranno nei prossimi mesi, probabilmente a gennaio. Si tratta di un “inedito”, anche se ci sono due precedenti degni di nota. Il primo vide coinvolto, nel 1997, Oscar Luigi Scalfaro – il procedimento era quello per la bancarotta della Sasea: l’ex inquilino del Quirinale venne intercettato nel 1993 dalla Guardia di Finanza mentre parlava con l’amministratore delegato di Banca Popolare di Novara Carlo Piantanida e le conversazioni furono pubblicate quattro anni dopo da “Il Giornale” – ma non venne sollevato alcun conflitto di attribuzione. Merito anche dell’intervento dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, che “scagionò” i magistrati. «Non hanno violato alcuna norma – disse rispondendo all’interpellanza presentata da Francesco Cossiga – anche se la procedura seguita non appare in linea con i principi della Costituzione a tutela del presidente della Repubblica». Il secondo riguarda le chiamate fra lo stesso Napolitano e l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso all’indomani del terremoto in Abruzzo (conversazioni senza nessun rilievo ai fini dell’inchiesta). Tornando però alla sentenza di pochi giorni fa, le incongruenze non mancano. Nel comunicato, la Corte fa riferimento al terzo comma dell’articolo 271 del codice di procedura penale, che recita: «In ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato». Ma l’articolo del c.p.p. che disciplina la distruzione delle intercettazioni non utilizzabili è il 269, che richiama – non a caso – il terzo comma del 271. «Gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidato l’intercettazione», è scritto nella disposizione. La quale prosegue specificando che «il giudice decide in camera di consiglio a norma dell’articolo 127». «Quella della Consulta è una sentenza “innovativa”. Questo perché non è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 269 nella parte in cui impone il rito dell’udienza camerale malgrado si faccia riferimento a “modalità idonee ad assicurare la segretezza” del contenuto delle intercettazioni », dichiara Luigi Li Gotti, responsabile Giustizia dell’Italia dei valori. «Ma cosa accadrà – si domanda il senatore dipietrista – quando il gip di Palermo dovrà provvedere alla distruzione dei nastri? In base a quale norma del sistema procederà? In questo modo si crea una situazione di imbarazzo, anche perché dovrà poi essere redatto un verbale dell’operazione (secondo quanto stabilisce il comma 3 dell’articolo 269, ndr)». Il giudice rischia, addirittura, di commettere un reato. «Ci deve essere una norma “di copertura” – afferma ancora Li Gotti – perché distruggere una prova processuale senza uno “scudo” è soppressione di prove. Aspettiamo le motivazioni, ma da quanto sembra allo stato attuale il gip sarà messo in grave difficoltà e rischierà addirittura una denuncia per abuso in atti d’ufficio ». Sull’argomento si è espressa recentemente (febbraio 2007) anche la Corte di Cassazione che, in accoglimento di un ricorso presentato in merito alla distruzione di telefonate intercettate senza che gli interessati fossero stati avvertiti dell’udienza in cui si è adottata simile deliberazione, ha dichiarato che «la distruzione » deve essere decisa «in camera di consiglio a norma dell’art. 269 commi 2 e 3 del codice di rito. E il comma 2 di quest’ultima disposizione, a sua volta, richiama il precedente art. 127».

Twitter: @mercantenotizie 

Onorevole sanità – da “Il Punto” del 4/05/2012

lunedì, maggio 14th, 2012

I nostri parlamentari (più i loro familiari e i giudici della Corte Costituzionale) non saranno toccati dal taglio di 17 miliardi di euro che nel 2015 colpirà il Servizio sanitario nazionale. Motivo? La loro salute è gestita da un Fondo di solidarietà a cui sono iscritte, secondo i dati del 2010, oltre 5.000 persone. Il costo? Più di 10 milioni di euro  

Un «refuso». Così il ministro del Welfare Elsa Fornero ha definito quello che sembrava essere l’ennesimo schiaffo – o «paccata», nel senso più spregiativo del termine – per gli italiani: l’estensione del ticket per gli esami specialistici ai disoccupati. «Un provvedimento che comporterebbe un aggravio per il bilancio familiare fino a centinaia di euro mensili», ha dichiarato immediatamente Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale per la salute nelle Regioni italiane. Fornero ha fatto dietrofront, facendo sapere che il ticket resterà gratis, e che il «refuso» sarà cancellato con un emendamento al ddl lavoro. Potremmo discutere sulla professionalità dei tecnici, ma andiamo oltre. Perché una delle espressioni d’ordinanza del governo Monti è spending review. In italiano «revisione della spesa». Cosa verrà tagliato in concreto non è ancora dato sapere, anche se il ministro Passera ha sentenziato che «lo spazio per ridurre costi inutili c’è». E fra questi, perché no, ci sono anche le spese sanitarie per i nostri parlamentari. I quali non hanno nulla a che fare con il Servizio sanitario nazionale (che rischia di veder ridotte le proprie risorse di 17 miliardi di euro nel 2015), visto che provvedono alla loro salute attraverso un’assistenza integrativa (Asi) gestita da un Fondo di solidarietà alimentato con detrazioni mensili dalla busta paga ed estensibile anche ai familiari. Che, nel solo 2010, è costato quasi 10 milioni e 200mila euro. Ma se il fondo è autofinanziato qual è il problema? Che la quota versata ogni trenta giorni è “scalata” dallo stipendio, pagato con i soldi degli italiani.

L’ESERCITO DEI 5.000 – I dati a disposizione, che fanno riferimento all’anno 2010 – quando i deputati radicali, incontrando non poche resistenze e arrivando a minacciare lo sciopero della fame, chiesero spiegazioni a riguardo e poi pubblicarono i risultati su Internet –, parlano di oltre 5mila persone iscritte: 630 deputati in carica e 1.109 loro familiari; 1.329 titolari di assegno vitalizio e 1.388 loro familiari; 484 titolari di assegno vitalizio di reversibilità e 25 loro familiari; 2 giudici emeriti della Corte Costituzionale e 2 familiari dei giudici della Consulta titolari di reversibilità. Ogni mese i deputati versano 526,66 euro a testa, che vanno ad alimentare il Fondo di solidarietà, approvato dall’Ufficio di Presidenza della Camera il 12 aprile 1994 (come si legge nella prima pagina del regolamento) e amministrato dal Collegio dei Deputati Questori. Prova provata di quanto detto finora, all’articolo 13 del documento è specificato che «il Fondo di solidarietà assume i compiti relativi all’assistenza sanitaria integrativa ai deputati e ai loro familiari». Nel “Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei deputati” sono invece reperibili le altre informazioni utili a capire il funzionamento della “macchina”. I deputati in carica sono iscritti d’ufficio al sistema di assistenza sanitaria integrativa – uno di loro ci dice che ne avrebbe «fatto a meno», ma che è «obbligatorio» –, mentre possono essere inclusi anche i deputati cessati dal mandato titolari o in attesa di assegno vitalizio, i familiari beneficiari e non di una quota dell’assegno vitalizio, e infine giudici, giudici emeriti e familiari dei giudici della Corte Costituzionale (in quest’ultimo caso beneficiari del trattamento di reversibilità). All’articolo 2 (Altri soggetti iscritti) è scritto che i deputati e i giudici possono estendere l’iscrizione al sistema di assistenza sanitaria a coniugi, figli e soggetti ad essi equiparati (non coniugati e fino al 26esimo anno di età), figli inabili su lavoro in modo permanente ed assoluto, coniugi separati o divorziati che percepiscono però un assegno di mantenimento e conviventi more-uxorio (riconosciute dunque le famiglie di fatto, ma per ora solo se i conviventi non sono dello stesso sesso, come dimostra la vicenda dell’Onorevole Anna Paola Concia, che ha avviato un contenzioso per estenderla alla sua compagna). I costi sono irrisori, visto che alcuni dei parlamentari che hanno deciso di estendere l’Asi ci hanno parlato di cifre che oscillano fra i 50/70 euro in più a persona. Tante uscite ma poche entrate, dunque. E ci si meraviglia se poi i conti sono in rosso.

PRESTAZIONI E COSTI – Ma quali sono le prestazioni che vengono erogate dall’Asi? Si va dagli accertamenti diagnostici alle terapie psichiatriche, psicoterapeutiche e psicologiche, passando attraverso il parto, l’assistenza infermieristica per intervento chirurgico, la fisioterapia e le cure termali. Perché del resto, come disse tempo fa il “prode” Onorevole Domenico “Mimmo” Scilipoti, «i trattamenti termali hanno benefici sull’apparato respiratorio, sulla circolazione sanguigna e sulle malattie dermatologiche. In più incrementano il turismo e i posti di lavoro». E quanto costa, tutto ciò, alle nostre tasche? Nel 2010 la cifra ha toccato quota 10 milioni e 117mila euro (nel 2008 furono quasi 13 milioni, nel 2009 circa 11). Parliamo, a conti fatti, di 28mila euro al giorno, 810mila euro al mese. Si passa dal rimborso di 2 milioni e 743mila euro dei deputati in carica ai 5 milioni e 347mila di quelli titolari di assegno vitalizio. Mentre per i giudici della Corte Costituzionale si scende ad appena – verrebbe da dire – 8mila euro. Quali sono i settori di spesa più gettonati? Al primo posto ci sono ricoveri ed interventi (3.173.526 euro), a cui fanno immediatamente seguito le cure odontoiatriche (3.092.755, il 30 per cento dell’intero budget). Molto più staccate le altre voci, anche se saltano all’occhio i 974mila euro circa per le cure fisioterapiche, i 257mila per la psicoterapia, i 204.171 per le cure termali e, addirittura, i 488.164 euro per gli occhiali. Infine ci sono i 37.412 euro per le protesi ortopediche, i 28.138 euro per le vene varicose («sclerosante») e i 153.190 per i ticket sanitari. Perché, se malauguratamente un deputato dovesse trovarsi in un qualsiasi ospedale di periferia e fosse costretto a pagare di tasca propria, può chiedere un successivo rimborso alla Camera. Ovviamente, per alcune voci di spesa, ci sono dei massimali. Ad esempio per le cure odontoiatriche il plafond è di 23.240,56 euro a famiglia per 5 anni. «Ci si possono impiantare i denti d’oro», dice un altro dei deputati beneficiari del trattamento. Per le cure termali l’importo limite annuo è di 1.240 euro, mentre le visite generiche e quelle omeopatiche vengono gestite singolarmente (non più di 150 euro cadauna la prima, massimo 55 euro la seconda). Dulcis in fundo, ecco i plafond annui di 3.100 euro per la psicoterapia e di 3.500 euro per le protesi acustiche bilaterali. E la chirurgia estetica? Nel “Tariffario per l’assistenza sanitaria integrativa dei deputati” c’è anche quella (pag. 8), ma sono rimborsate al 90 per cento solo medicazioni di ustioni Nas, chemiochirurgia della cute e infiltrazione di cheloide. Protesi al seno e nasini alla francese non sono (per ora) contemplati.

PAGA “PANTALONE” – Avete presente quanto accaduto negli ultimi mesi alla sanità pubblica? Pazienti “parcheggiati” e addirittura legati alle barelle, ambulanze che non ci sono – e allora ci si affida a quelle private, con i tragicomici risultati che vi abbiamo raccontato nel numero 10 de Il Punto –, medici ed infermieri costretti a doppi e tripli turni perché si è in carenza di personale. Ebbene, a margine di tutto ciò, nella Capitale la Asl Roma A (quella a cui appartengono anche il Policlinico Umberto I e il Fatebenefratelli) ha stipulato una convenzione con la Camera dei deputati in data 27 aprile 2009. La quale mette a disposizione «medici dirigenti dipendenti operanti presso i propri Servizi di Anestesia e Rianimazione, nonché infermieri professionali dipendenti operanti nell’Area dell’emergenza, e cinque unità di personale infermieristico che svolgono l’orario di servizio di 36 ore settimanali interamente presso i presidi di palazzo Montecitorio e palazzo Marini». La convenzione, al via qualche mese più tardi (1° novembre), è stata rinnovata pochi giorni fa. Nel 2009 il costo era di 220mila euro, lievitato addirittura a 960mila nel 2010. «La Asl Roma A assicura – senza ulteriore onere per la Camera – la sostituzione temporanea con altro personale degli infermieri, qualora si verificasse l’impossibilità, per assenza di alcuni di essi comunque motivata, di assicurare la copertura dei turni di servizio presso i presidi», si prosegue. Oltre le 36 ore settimanali lo “straordinario” è a carico della Camera. Pure. Poi ci sono altre convenzioni, che messe insieme superano i 500mila euro. La prima, di 31mila euro, è con Ambulanze Città di Roma Srl («Servizio di Ambulanza»); la seconda, di 435mila euro, con il Policlinico Gemelli per «Assistenza medica d’urgenza»; infine ce ne sono altre tre con studi privati, il cui valore va oltre i 130mila euro. Tanto per non farsi mancare nulla. Insomma alla fine, in un modo o nell’altro, paga Pantalone. Con buona pace della nostra anima.

Twitter: @GiorgioVelardi