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Posts Tagged ‘Giorgio Napolitano’

Lui, loro e l’altro – da “Il Punto” del 30/11/2012

giovedì, dicembre 6th, 2012

Il capo dello Stato ricorda che il Professore «non si può candidare perché già parlamentare», il premier afferma di essere pronto a «dare un contributo». Udc, Montezemolo e frange di Pd e Pdl lavorano affinché a Palazzo Chigi ci sia ancora lui. Rendendo inutili le primarie e lavorando ad una legge elettorale che favorisce l’ingovernabilità   

Maria Stella Gelmini, ex ministro dell’Istruzione rimasta celebre per il tunnel fra il Cern e il Gran Sasso, dice di «vedere positivamente» la possibilità di un Monti-bis per arginare «il rischio di avere tra qualche mese al governo una sinistra tutt’altro che riformista e teleguidata dalla Cgil». Aggiunge ancora che «Montezemolo ci interessa, perché appare più consapevole di Casini del grave pericolo che corriamo di consegnare il Paese ad una sinistra inadeguata per governare». Un altro dei pezzi da novanta del Pdl, Franco Frattini, si sbilancia e afferma che alle primarie sosterrà Alfano, ma che «se Monti è in campo va sostenuta una grande alleanza dei moderati con Casini e Montezemolo». La forma non è cambiata (i «comunisti» demonizzati da Berlusconi sono ancora lì come uno spauracchio, così come la Cgil), la sostanza invece sì. Perché se da una parte c’è chi si batte per fare del Pdl un partito dove la «libertà» non sia solo la terza parola che ne compone il nome, dall’altra c’è chi lavora affinché il Professore rimanga a Palazzo Chigi anche dopo l’esperienza tecnica. Con un alleato d’eccezione: Giorgio Napolitano.

COMPROMESSO SUL COLLE - Sembra esserci un patto non scritto fra il Popolo della Libertà e il Quirinale: elezioni anticipate (al 10 marzo?) onde evitare che i “berluscones” facciano cadere il governo in un momento decisivo come quello attuale per poi fare in modo che Monti rimanga dov’è attualmente. Ciò permetterebbe al Pdl di non scomparire dalle scene (oggi il partito oscilla fra il 15 e il 18 per cento) e a Napolitano di sciogliere le Camere poco prima che il “semestre bianco” glielo impedisca dando vita al nuovo governo. Certo, l’inquilino del Colle ha provato a mettere ordine per evitare di “sponsorizzare” eccessivamente l’ex rettore della Bocconi. Pochi giorni fa il capo dello Stato ha avvisato che Monti «non si può candidare in Parlamento perché già parlamentare», e che «ha uno studio a palazzo Giustiniani dove dopo le elezioni potrà ricevere chiunque vorrà chiedergli un parere, un contributo o un impegno». Molto probabilmente, il presidente della Repubblica ha paura che un eventuale insuccesso elettorale di una “lista-Monti” o di un partito che appoggi o sia addirittura guidato da lui possa rovinare la festa ancora prima che questa cominci. La base di partenza è comunque solida. La “discesa in campo” di Montezemolo a sostegno dell’attuale premier e Casini che ripete come una litania che «dopo Monti c’è Monti» fanno presagire che Bersani debba mettere nuovamente da parte i sogni di gloria e lasciare strada a qualcun altro. Dal canto suo il diretto interessato, “tirato per la giacca” in più occasioni dai giornalisti, è passato dal «no comment» al «rifletterò su tutte le possibilità in modo da poter ancora dare il mio contributo per il migliore interesse dell’Italia europea». Frase, quest’ultima, che pronunciata nel giorno del primo turno delle primarie del centrosinistra ha avuto un retrogusto amaro dalle parti di Largo del Nazareno. Anche perché poi Monti ha usato la tecnica del bastone e della carota. Prima ha dichiarato che dopo le elezioni «un altro governo tecnico sarebbe una sconfitta per la politica», e poi ha aggiunto che il suo esecutivo ha svolto una «attività schiettamente politica». Come a dire: tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile.

BERSANI AL BIVIO - Non che pensasse di vincerle in scioltezza, ma il ballottaggio alle primarie del centrosinistra costringe il segretario del Partito democratico a rubare tempo e spazio alla costruzione dell’alternativa di governo. Domenica Bersani dovrà (nuovamente) vedersela con Matteo Renzi, che al primo turno ha raccolto nove punti in meno di “Pier Luigi”. Il sindaco «rottamatore» prepara la festa, mentre il segretario è sicuro di uscire vincitore. Certo è che, una volta ottenuto il successo, per Bersani i nodi da sciogliere saranno numerosi. Prima di tutto c’è la legge elettorale. Malgrado si tratti per abbassare la soglia del 42,5 per cento utile per ottenere il premio di maggioranza – e messi da parte pure gli “scaglioni” previsti da Calderoli – la sostanza è che ad oggi nessuna coalizione arriverebbe tanto lontano. Ecco che Casini, con il quale Bersani continua a dialogare quotidianamente (il leader Udc, pochi giorni prima delle primarie, si augurava un successo di “Pier” al primo turno), potrebbe quindi risultare decisivo. Chiedendo qualcosa in cambio dell’appoggio, ovvero che Monti faccia il premier. Non è un caso che nell’ultima settimana il segretario del Partito democratico sia tornato a strizzare l’occhio ad Antonio Di Pietro, che negli ultimi mesi sembrava lontano anni luce dai progetti dei democrat per via dei continui attacchi al governo dei tecnici e al presidente della Repubblica. Per ora si tratta di «un’alleanza con molti “se”», perché c’è bisogno di «gesti politici significativi». Ma la riapertura delle porte all’ex pm – che ultimamente ha visto la sua creatura perdere pezzi di giorno in giorno – è significativa. Questo perché, oltre a guardarsi attorno, Bersani sa di dover tenere gli occhi aperti anche dentro casa sua. La truppa dei democratici che sostengono la necessità di un Monti-bis è sempre in agguato. Per capirlo basta ascoltare Stefano Ceccanti, che di recente si è inerpicato in un ragionamento tanto articolato quanto emblematico. Siccome «l’attuale legge elettorale non prescrive che ci sia il nome del candidato premier sulla scheda», ha affermato senatore di scuola veltroniana ad Avvenire, «chiunque voglia può mettere sulla scheda il suo preferito per Palazzo Chigi. Chiunque, insomma, può indicare Monti». Più chiaro di così…

CONFUSIONE PDL - «Chi ci capisce è bravo», recita il vecchio adagio. È ciò che accade nel Pdl, dove l’atteggiamento di Berlusconi continua a mettere alla prova i nervi di Angelino Alfano gettando il partito nel caos più completo. La lettura che si può dare del suo comportamento è la seguente: il Cavaliere vuole ostacolare l’operato del “delfino” in modo da mostrare che effettivamente il «quid» non c’è (ciò si tradurrebbe, in concreto, nella mobilitazione di “truppe cammellate” contro Alfano alle primarie, sempre che si facciano, per non farlo andare troppo lontano) per poi fondare una nuova creatura e tornare in sella più convinto che mai. Pare che il “nuovo” soggetto politico dovrebbe chiamarsi – non a caso – Forza Italia. Magari vicino ci si metterà quel ”2.0” che sa di rinnovamento ma ha il retrogusto dell’usato sicuro. I più vicini al Cavaliere (fra cui la sondaggista Alessandra Ghisleri) lo hanno avvisato: «Attenzione, c‘è il rischio di segnare un clamoroso autogol». Ma in caso di eventuale disfatta è già pronta la scialuppa di salvataggio, il Monti-bis. Scenario che solo quattro giorni fa Berlusconi non ha escluso: «Questa sua posizione lo pone fuori dal contrasto politico. Se lui riterrà di poter essere utile al Paese e alcune forze politiche saranno dell’idea, ci si potrà rivolgere a lui», ha avvertito “Silvio”. Molto dipenderà dal risultato finale delle primarie del centrosinistra. Se la vittoria andrà a Bersani, Berlusconi potrebbe decidere di sciogliere le riserve e affrontare la corsa a Palazzo Chigi. Non sarebbe la prima volta. E forse neanche l’ultima.

Twitter: @mercantenotizie

La casta colpisce ancora* – da “Il Punto” del 12/10/2012

mercoledì, ottobre 17th, 2012

Si è conclusa l’indagine della Direzione provinciale del Lavoro di Roma sui collaboratori parlamentari. 58 le irregolarità riscontrate alla Camera su un totale di 272 accrediti, 21 su 160 quelle al Senato. Resta il “buco nero” di 513 Onorevoli che sembrano non avere assistenti ma percepiscono l’indennità mensile. Il racconto di una testimone: «Pagata in nero per 10 anni». Le leggi violate nel luogo in cui vengono approvate 

«Il mio impegno alla Camera è iniziato nel 1998, quattordici anni fa. Dieci dei quali passati in nero. All’inizio ero in decreto Camera e, all’Onorevole per cui lavoravo, dovevo ridare indietro più della metà dei soldi in “mazzetta”. Poi è cominciato un lungo percorso al fianco di altre figure, sempre senza contratto. Finché nel 2009, dopo aver finalmente sottoscritto un regolare accordo, ho cominciato a stare male. Visto che non abbiamo mai avuto alcuna forma di tutela sono prima stata costretta ad andare a lavorare benché in mancanza di forze e poi, una volta ricoverata d’urgenza all’ospedale, mi sono vista recapitare una lettera di licenziamento senza preavviso dalla poco Onorevole persona a cui prestavo assistenza. Adesso ho un contratto e guadagno poco più di 700 euro al mese». Quello che avete appena letto è un passaggio della sconcertante testimonianza che Cristina, collaboratrice parlamentare, ha rilasciato in esclusiva a Il Punto. Le sue parole arrivano in concomitanza con la conclusione dell’ispezione che la Direzione provinciale del Lavoro di Roma guidata da Marco Esposito – su delega della Procura della Repubblica – ha portato avanti nel corso degli ultimi 24 mesi per fare luce sulla condizione dei cosiddetti “portaborse”.

I NUMERI DELL’INDAGINE - Un caso che questo giornale aveva seguito attentamente già nel 2010, proprio quando partì l’indagine dell’ispettorato del Lavoro. Anche allora le voci degli interessati raccontarono di contratti assenti, di ore di lavoro non pagate o retribuite in nero, di soprusi e accordi cambiati in corsa. Ora ci sono le cifre. Partiamo dalla Camera dei deputati, dove sui 272 collaboratori accreditati per l’accesso ai Palazzi – così come segnalato dal Segretariato generale – sono state riscontrate 58 irregolarità che riguardano la materia lavoristica, previdenziale e assicurativa, per un importo totale di sanzioni pari a 5.800 euro. «Si tratta di illeciti amministrativi, non abbiamo riscontrato elementi di rilevanza penale», sottolinea a Il Punto il direttore Marco Esposito. Nella lista ci sono 36 omesse o ritardate comunicazioni di assunzione o cessazione di rapporti di lavoro ai competenti Centri per l’impiego; 12 omesse istituzioni del Libro unico del lavoro (Lul, ossia un libro che sostituisce i libri paga e matricola e che è stato istituito con gli articoli 39 e 40 del decreto legge n. 112/2008); 4 omesse o infedeli registrazioni sul Lul; una omessa vidimazione dell’ex libro paga; un omesso versamento dei contributi; una riqualificazione del rapporto di lavoro e il relativo recupero contributivo e una omessa denuncia all’Inail (l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni) delle autoliquidazioni. Poi c’è il Senato. Per cui, afferma Esposito, «la metodologia di lavoro è stata diversa, perché ci sono stati forniti i nomi dei senatori che avevano chiesto l’accredito, e non dei collaboratori. Il sistema informatico di comunicazione obbligatoria a cui abbiamo accesso telematicamente ci ha permesso di fare il percorso inverso».A Palazzo Madama, sui 160 senatori che avevano chiesto l’accredito, le irregolarità rilevate sono state 21. Ovvero: 4 omesse istituzioni del Lul; una tardiva istituzione dello stesso Libro unico del lavoro; 10 omesse comunicazioni di assunzione e/o cessazione dei rapporti di lavoro ai competenti centri per l’impiego e (perfino) 6 sanzioni per l’impedimento all’ispezione. In questo caso l’importo finale è di 18.980 euro, per un totale – Camera più Senato – di 24.780 euro.

IL “BUCO NERO” - Resta però un “buco nero”. Ovvero quello degli altri 358 deputati e 155 senatori che si presume siano sprovvisti di “portaborse” non avendo mai richiesto l’accredito per i loro collaboratori. È davvero così? Un interrogativo ancora aperto, come ribadisce Piero Cascioli, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, che afferma: «Abbiamo notiziato Camera e Senato sull’argomento, ma sono già a conoscenza di ciò. Anche perché l’indennità preposta anche al pagamento dei collaboratori viene comunque erogata ai parlamentari». «Chi di dovere sa cosa accade», racconta a questo proposito Cristina. «Io ho scritto alle più alte cariche dello Stato – presidente della Repubblica, della Camera, della Corte dei conti e anche al Cardinal Bagnasco – parlando, per esempio, dei tesserini che sono nella disponibilità di qualcuno e che contribuiscono ad alimentare il “mercato nero” dei collaboratori. C’è chi ne possiede 40, che ha sparso da tutte le parti, e che sono finiti nelle mani di persone che vengono pagate in nero perché senza contratto. Eppure la risposta che mi sono sentita dare quando ho interloquito con alcuni illustri esponenti delle istituzioni è stata: “Se lo ritiene opportuno, si rivolga alla magistratura” ». Poi il particolare choc: «Nella passata legislatura, per farmi tacere su quanto succedeva, mi fu detto che sarei stata “raccomandata” per vincere il concorso da funzionario alla Camera». Eppure Cristina, quando nel 2009 fu licenziata mentre era in ospedale, provò a denunciare l’accaduto. Però «mi hanno consigliato di desistere perché la persona che mi aveva messo alla porta era in stretto contatto con personalità importanti, e quindi “avrei preso solo schiaffi in faccia”». E la riforma di cui si parla in questi giorni?, le domandiamo. «È uno specchietto per le allodole ».

LA RIFORMA - Ma cosa prevede la riforma a cui il Parlamento ha deciso di mettere mano e che regola la situazione dei collaboratori parlamentari? L’obiettivo è disciplinare il rapporto di lavoro che li lega a deputati e senatori. Gli abusi, i compensi inadeguati, i contratti irregolari o la mancata contrattualizzazione sono riconducibili al fatto che attualmente deputati e senatori provvedono direttamente a pagare i propri collaboratori attingendo alla somma mensile che Camera e Senato versano loro a titolo di “Rimborso spese per l’esercizio del mandato”, pari rispettivamente a 3.690 e 2.090 euro. Una modalità che nel corso degli anni ha alimentato situazioni poco chiare e che si sta tentando di sanare con una proposta di legge bipartisan, approvata da Montecitorio nelle scorse settimane e passata ora all’esame di Palazzo Madama. Il modello di riferimento adottato è quello del Parlamento europeo, dove i collaboratori parlamentari vengono pagati direttamente dall’amministrazione di Bruxelles e non dai singoli deputati. Il provvedimento stabilisce, quindi, il diritto dei parlamentari ad avere l’assistenza di collaboratori per l’attività connessa all’esercizio delle funzioni inerenti il proprio mandato. L’unico limite, e questa è una novità, sta nel fatto che non possono essere assunti parenti, coniugi o affini entro il secondo grado. Spetterà alla Camera di appartenenza del parlamentare pagare la retribuzione al collaboratore, versare i relativi oneri fiscali e previdenziali e vigilare affinché le attività indicate nel contratto di lavoro siano connesse all’esercizio delle funzioni parlamentari e il contratto stipulato sia coerente con l’attività svolta. In questo modo si punta ad evitare casi di sfruttamento, di pagamenti inadeguati, di collaboratori parlamentari non contrattualizzati. Di fronte al primo via libera al provvedimento, però, i diretti interessati si dividono tra entusiasti e scettici. Le due associazioni che riuniscono i collaboratori, infatti, hanno due visioni diverse della situazione. Se il Coordinamento dei collaboratori parlamentari (Cocoparl), guidato da Emiliano Boschetto, ritiene che con questa legge le cose possano davvero migliorare per la categoria grazie all’introduzione del vincolo di destinazione delle risorse e del pagamento diretto da parte del Parlamento, l’Associazione nazionale collaboratori parlamentari (Ancoparl), presieduta da Francesco Comellini, piuttosto che una legge auspica una modifica dei regolamenti interni di Camera e Senato, che consentirebbe di chiudere la partita in tempi più rapidi. In effetti l’incognita sono proprio i tempi. Dopo l’approvazione di Palazzo Madama, gli Uffici di Presidenza di Camera e Senato dovranno adottare delle delibere volte a modificare i loro regolamenti. Lo faranno in tempo perché la nuova disciplina entri in vigore dalla prossima legislatura? Calcolando che l’iter alla Camera è durato due settimane in commissione e due settimane in aula, i tempi per arrivare all’approvazione definitiva ci sono. È solo una questione di volontà.

*con Lea Vendramel

«L’Italia rischia di uscire dall’Europa. Bocciare i referendum? Scelta politica» – da “Il Punto” del 7/9/2012

mercoledì, settembre 12th, 2012

È netto Mario Segni, storico “leader referendario” degli Anni ’90, quando parla di ciò che sta accadendo al sistema politico italiano. Dice che sulla bocciatura del referendum (che avrebbe dovuto cancellare il “Porcellum”) da parte della Consulta «la classe politica ha una terribile responsabilità: quella di avere provocato e dettato la sentenza», in modo da poter mettere nero su bianco una legge elettorale che rischia di segnare «l’uscita politica dell’Italia dall’Europa. E che, visto quanto si prospetta, è una vergognosa presa in giro degli italiani».

Segni, lei che ha contribuito ad un cambiamento di rotta significativo sulla questione elettorale, ad aprile ha dichiarato che «la Bce dovrebbe temere la nuova legge», e che la stessa è «un delitto contro l’Italia». È ancora di questo avviso, viste le novità?  
«Più che mai. Anzi, ripeto e amplifico quanto ho detto qualche mese fa. Il problema fondamentale oggi è l’Europa, e fuori dal continente l’Italia ha un destino drammatico. Restare al suo interno vuol dire percorrere una strada durissima, fatta di lacrime e sangue. Chi può guidare il Paese su un percorso durissimo ma necessario? Solamente un governo politico che abbia ottenuto la legittimazione degli elettori vincendo le elezioni. Bersani e Casini dicono che l’alleanza la faranno dopo. Sì, per poi sfasciarla in tre mesi. Che forza può avere un esecutivo fondato sulla trattativa fra due partiti che dicono cose diverse, che non si sono presentati assieme? Andremmo incontro ad un possibile rovesciamento da parte del Parlamento. È una strada scellerata. Il ritorno al proporzionale significa ritorno a governi brevi e deboli, che non possono reggere questo sforzo immane».

Secondo lei la continua melina delle varie formazioni, malgrado i richiami del Capo dello Stato, nasconde la volontà di proseguire con il “Porcellum”?
«Le dico che i partiti possono addirittura riuscire in un “miracolo” che non avrei mai previsto. E cioè, visto quanto si prospetta, fare qualcosa di peggio del “Porcellum”. Quando sento che metà dei seggi sarebbero conservati per i designati dall’alto, allora penso che questa è una vergognosa presa in giro degli italiani, della democraticità del sistema e dell’indispensabile bisogno di governabilità. È un percorso in cui non vedo una personalità “alta” che riesca a dire che il problema non è se il Pd prende qualche voto in più e Berlusconi qualcuno in meno, ma il futuro di 60 milioni di persone».

Lei faceva riferimento ai listini bloccati. Cicchitto (Pdl) ha fatto sapere che si tratta di una mossa necessaria per assicurare l’ingresso in Parlamento di «una serie di parlamentari di alto livello»…
«Si tratta, com’è chiaro, di un meccanismo che serve per tenere dentro le Aule i dirigenti dei partiti. Ma mi preme aggiungere un altro aspetto, che esula in parte da questo discorso…».

Mi dica.
«Una delle proposte sul tappeto è incostituzionale, e questo non sfuggirà al Capo dello Stato. Mi spiego: l’ipotesi del premio di maggioranza al partito attribuisce più seggi ad una forza – la prima – senza che ciò sia giustificato e motivato da quello che è il fondamento di un sistema maggioritario, ovvero assicurare la governabilità. Il maggioritario è un sacrificio alla rappresentatività in nome di un altro bene, ovvero la governabilità. Se nel “Porcellum” il premio di maggioranza assicurava stabilità, nel nuovo sistema non serve a nulla».

Di che tipo di legge elettorale ha bisogno l’Italia?
«La grande riforma iniziata vent’anni fa con i nostri referendum si conclude solamente con il presidenzialismo. Nel frattempo avevamo una soluzione che avrebbe aiutato moltissimo l’Italia, proposta al referendum: il ritorno al “Mattarellum”. Ritengo che questa classe politica abbia una terribile responsabilità: quella di avere provocato la sentenza della Corte costituzionale, che è stata una sentenza politica, voluta e in certi momenti addirittura dettata dallo stesso mondo politico, forte della volontà di una legge che “faremo noi dopo”. Credo che oggi siano in tanti quelli a cui rimorda un po’ la coscienza».

Si parla della possibilità di una grande coalizione. Di recente, intervistato da “Avvenire”, il presidente dell’Udc Buttiglione ha dichiarato che «per noi questa è la prima ipotesi». È uno scenario realizzabile?
«Se c’è la volontà di fare una grande maggioranza ci si presenti agli elettori chiedendo i voti. Credo che non sarebbe un’ipotesi felice, ma avrebbe una sua legittimità. Attenzione, però: il governo di grande coalizione, conosciuto in molte democrazie – anche in Paesi che hanno sistemi maggioritari –, significa governo di tutti. Quello che si prospetta in Italia sarebbe l’esecutivo di Alfano, Bersani e Casini. E gli altri? Si sta usando la storia per camuffare accordi di un pezzo di politica che vuole semplicemente tornare al potere».

Non è un mistero che ci sia la possibilità che Monti resti a Palazzo Chigi, o faccia il ministro dell’Economia nel corso della prossima legislatura…
«La soluzione migliore, forse l’unica via d’uscita, è una coalizione che chieda i voti per fare dopo le elezioni un governo Monti sulla linea europea. Sarebbe un governo forte perché legittimato dal voto popolare, e potrebbe riuscire nell’impresa. Ma mi pare che pensino un’altra cosa: Monti come ripiego, come mediazione tra i partiti dopo il voto, una riedizione dei vecchi “governi balneari”. Un governo debolissimo, senza investitura popolare, che i partiti condizionerebbero e sfascerebbero quando vogliono. Insomma un disastro. Non lo auguro a lui e tantomeno all’Italia».

Come giudica l’operato dell’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo?
«Monti è stato chiamato in un momento terribile. Credo che alcune cose fatte siano discutibili, ma nel complesso non c’è dubbio che il suo governo ci abbia allontanato dal baratro, anche se molti discorsi sono tuttora aperti».

In conclusione, non posso non chiederle un parere sulle schermaglie in corso a sinistra fra Bersani, Di Pietro e Grillo. Chi ci guadagna e chi ci rimette, a suo avviso?   
«Penso che l’unico ad averne tratto vantaggio sia stato Roberto Benigni, che come di consueto ha fatto uno spettacolo meraviglioso. È sempre il migliore di tutti».

Twitter: @GiorgioVelardi   

Ha perso Berlusconi, abbiamo perso tutti. E con Monti cosa accadrà?

lunedì, novembre 14th, 2011

Ore 21.41 di sabato sera. Dopo l’approvazione della legge di stabilità Silvio Berlusconi rassegna le dimissioni e lascia la Presidenza del Consiglio. Davanti a Palazzo Chigi e al Quirinale parte la festa. Trenini, caroselli, champagne e pure qualche monetina, nel ricordo del 1993, di Bettino Craxi e dell’Hotel Raphael.

«Abbiamo vinto, ora siamo tutti più liberi!», gridavano alcuni manifestanti. E visto che il titolo era fatto qualche giornale, domenica mattina, ne ha ripreso il concetto e pure le parole mettendole in prima pagina. La fine del Berlusconi IV era necessaria, va detto a chiare lettere e senza giri di parole. Ma sabato l’Italia non ha vinto: al contrario, ha perso sonoramente. Perchè la sconfitta di un Governo è la sconfitta di un paese, così come quella del Cavaliere coincide con quella degli italiani (principalmente coloro che lo hanno scelto). Italiani indebitati fino all’osso, che non ce la fanno ad arrivare alla seconda settimana; ma anche pensionati, giovani e donne che ancora oggi nel mondo del lavoro vivono una condizione di secondarietà rispetto ai colleghi uomini. Ora, però, il problema è un altro: è stato fatto l’errore più grande che si potesse fare. Perchè ridare credibilità all’Italia con un Governo tecnico non era la strada da intraprendere in questo momento. Primo perchè affidare le redini del gioco ad un Primo ministro e ad una squadra di super professori con lauree nelle migliori università del mondo è la via più anti-democratica che si possa immaginare (il popolo sovrano non ha diritto di scelta). Secondo perchè la crisi di Governo si era latentemente aperta da diversi mesi, quindi i partiti avrebbero (ma qui il condizionale è d’obbligo) dovuto poter mettere in piedi una campagna elettorale in tempi rapidissimi.

Ciò non è accaduto per i soliti giochi di potere – e di poltrona – che da sempre contraddistinguono la politica italiana. Ora tocca a Mario Monti. E, anche in questo caso, sono apertamente scettico. A leggere il curriculum del professore viene da fargli un applauso: Commissario Europeo, prima Rettore e poi Presidente dell’Università Bocconi di Milano, tante pubblicazioni di alto spessore. Ma ci sono quelle tre voci – Goldman Sachs, Bilderberg Group e Trilateral Commission – che fanno tremare i polsi. Perchè si ha come il sentore di essere finiti in mano ad un tecnocrate messo lì ad arte dai burattinai scaltri dell’economia e della finanza per mandare in scena il loro spettacolino anche in Italia. Pochi giorni fa il comico Maurizio Crozza, nel corso del suo spettacolo Italialand, parlando di Monti ha utilizzato il termine «cetriolo». Espressione ad alto valore simbolico, molto probabilmente consona alla situazione.

Quello che colpisce poi di tutta questa strana situazione è la fretta con cui sono state approvate le misure che dovrebbero salvarci dal default e ridarci carburante per la ripartenza. Non ricordo, a memoria storica, il varo di una legge di stabilità in tre giorni. Così come non ho mai visto deputati e senatori lavorare di sabato. Quando si vuole si può, dunque. Peccato che siano più le volte in cui non si vuole che quelle in cui ci si rechi alle Camere anche nei giorni in cui non è necessario. Monti riporterà davvero stabilità sui mercati? Dalle prime impressioni pare di no: lo spread, che lunedì mattina era sceso fino a toccare i 437 punti base, in giornata è clamorosamente risalito fino a toccare quota 490. E la Borsa cede oltre 2 punti percentuali. Motivo di questo rollercoaster sono (anche) le consultazioni a cui il Presidente del Consiglio incaricato ha dato il via questa mattina. Le voci che si susseguono dicono che Monti vorrebbe anche esponenti politici nel suo Esecutivo («Rappresentanza politica ai massimi livelli», precisano i ben informati). Allora, a ben vedere, non si tratterebbe di un Governo tecnico, ma di un Governo politico. Quindi, domanda: non erano meglio le elezioni? E il programma? «È quello indicato nella lettera della Bce», ha frettolosamente tagliato corto qualcuno. Siamo sicuri? Si parla di reintroduzione dell’Ici (il segretario della Cgil Camusso ha già espresso parere contrario), di una patrimoniale e dell’anticipo al 2020 dell’innalzamente dell’età pensionabile a 67 anni. Snodi cruciali, certo, ma non tutti presenti nella missiva firmati Draghi-Trichet.

«Ci saranno molti sacrifici da fare», ha detto il neo premier. Peccato che gli italiani, Presidente, ne facciano già abbastanza. Cominciate voi – riducendovi lo stipendio, tagliando i vitalizi, rinunciando alle auto blu -, noi vi seguiamo. Avete la nostra parola.