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Occupazione femminile, Italia ai margini. Scenari e soluzioni per uscire dall’impasse – da “Il Punto” del 25/01/2013

gennaio 30th, 2013 by mercantenotizie

donne-300x183L’ultimo, terribile bollettino Istat riguardante “Occupati e disoccupati” in Italia (pubblicato l’8 gennaio scorso ma riferito a novembre 2012) esplicita in maniera netta quanto la differenza di genere sia ancora elevata nel nostro Paese. Nel penultimo mese dello scorso anno, infatti, il tasso di occupazione delle donne di età compresa fra i 15 e i 64 anni si attesta al 47,3%, contro il 66,3% degli uomini; quello di disoccupazione è del 12% per la componente femminile contro il 10,6% di quella maschile mentre il tasso di inattività fra i 15 e i 64 anni è del 46,3% nel primo caso e del 25,8% nel secondo. Il dato peggiore è però quello che riguarda l’intero anno. Perché, scrive l’Istituto nazionale di statistica, «a novembre l’occupazione maschile cala dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,5% su base annua», mentre quella femminile «cala dello 0,2% rispetto al mese precedente, ma aumenta dell’1,7% nei dodici mesi». Tradotto: in Italia sono le donne ad aver pagato – e a continuare a pagare – il prezzo più alto della crisi. A fotografare questa difficile situazione non ci sono solamente i dati resi noti poc’anzi, ma anche quelli che arrivano dal “Global Gender Gap Report 2012”. Rispetto al 2011, rivela il rapporto internazionale sul divario di genere, l’Italia ha perso sei posizioni nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere. Su un totale di 135 Paesi finiti sotto la lente di ingrandimento del World Economic Forum, il nostro Paese si piazza all’ottantesimo posto, scendendo addirittura al centunesimo se si fa riferimento alla partecipazione e alle opportunità economiche delle donne. Scenario che si riflette, ovviamente, sulle retribuzioni e sulle possibilità di carriera delle lavoratrici. Un’analisi effettuata dall’Inps mette in luce il fatto che se per un lavoratore dipendente nel settore privato di sesso maschile la retribuzione media è di 30.246 euro lordi annui, per uno di sesso femminile – a parità di condizioni – la cifra scende a 21.678 euro.

Una difficoltà che non riguarda solo le donne italiane, certo. Ma, come troppo spesso capita, in questi anni di crisi il Belpaese ha visto aumentare il problema in maniera esponenziale. È così che, secondo l’ufficio statistico dell’Unione europea, il tasso di occupazione delle donne senza figli di età compresa fra i 25 e i 64 anni in Italia è pari al 63,9%, contro una media continentale del 75,8% (in Germania si arriva addirittura all’81,8%). Le donne italiane non vivono una situazione di squilibrio solo all’interno del contesto lavorativo. Anche fra le mura domestiche esse lavorano complessivamente il doppio degli uomini, come testimonia una ricerca – dal titolo “Un dito fra moglie e marito” – condotta da Andrea Ichino, docente di Economia politica all’Università di Bologna. «Si tratta di uno studio innovativo perché si basa su domande rivolte a entrambi i membri della coppia, chiedendo a ciascuno di rispondere per sé e per il proprio partner in modo che le risposte di un partner servono a verificare quelle dell’altro», spiega Ichino. Cosa scaturisce dall’analisi? Primo: che i compiti familiari sono allocati in maniera squilibrata. Sommando il lavoro in casa e fuori, le donne lavorano complessivamente circa 30 minuti in più al giorno; secondo: che questa situazione non genera né benessere né soddisfazione per le donne, le quali hanno comunque una maggiore propensione al cambiamento rispetto agli uomini; terzo: che il potere contrattuale degli uomini continua ad essere superiore e che di fronte ad un’offerta di lavoro irrinunciabile le donne trovano minore disponibilità del partner ad essere sostituite nei lavori domestici. Quale potrebbe essere la soluzione per uscire dall’impasse? «La detassazione dei redditi da lavoro femminile è un intervento auspicabile – aggiunge Ichino –. Nel lungo periodo essa favorisce un cambiamento dei rapporti di forza in famiglia, accelerando il riequilibrio tra i sessi con un guadagno complessivo di benessere per la collettività». Proprio per uscire da una situazione complessa si susseguono iniziative volte a reinserire e riqualificare le donne all’interno del mondo del lavoro.

Una di queste è “Vasi comunicanti”, progetto sperimentato in 24 Comuni delle province di Roma e Latina e che si appresta ad essere “esportato” su tutto il territorio nazionale. Cofinanziato da Unione europea e Regione Lazio, “Vasi comunicanti” ha fornito alle partecipanti la possibilità di svolgere tirocini in azienda (76 in tutto quelli attivati in 53 società ospitanti), avere una formazione professionale continua e poter creare nuove imprese al femminile (8 in totale, costituite grazie a finanziamenti a fondo perduto), conciliando i tempi vita-lavoro. Tre le parole chiave del progetto: occupabilità, flessibilità e professionalità. E così Filomena, Maura, Angela e tante altre sono tornate a sperare in un futuro a tinte meno fosche. Un piccolo bagliore di speranza in un’Italia ancora a trazione maschile.

Twitter: @mercantenotizie

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