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Rincontrarsi ad Arcore – da “Il Punto” del 18/01/2013

giovedì, gennaio 24th, 2013

Pdl e Lega di nuovo insieme. Ma i nodi da sciogliere sono molti. Mentre i militanti del Carroccio se la prendono con Maroni per il passo indietro compiuto, la partita nazionale si intreccia sempre di più con quella regionale

SECURITY: MARONI, OPEN WI-FI CONNEXCTIONS STARTING JANUARY 1La notte porta consiglio. Un vecchio adagio che Silvio Berlusconi e Roberto Maroni hanno applicato alla lettera all’una e trenta del sette gennaio scorso, quando ad Arcore hanno deciso di ricostruire l’asse del Nord. Pdl e Lega di nuovo insieme. Come nel ’94, nel 2001, nel 2006 e nel 2008. Sembrano lontani i tempi in cui Bossi dava del «suino Napoleon» e addirittura del «nazista, nazistoide, paranazistoide» al Cavaliere (1995). Il quale non esitava a replicare con epiteti non meno teneri: «Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricettatore, truffatore, traditore, speculatore». Sono passati quasi vent’anni. Sembrano secoli. Ora alla guida del Carroccio c’è Maroni, l’uomo che il 27 gennaio 2012, con la ramazza in mano, annunciava che «se Berlusconi ora appoggia Monti poi quando si andrà alle elezioni non può chiedere alla Lega di fare accordi perché qualche problema c’è». L’uomo, si sa, dimentica in fretta. E il segretario leghista non è stato da meno. «Andare da soli avrebbe dato soddisfazione ai malpancisti, dopodiché il 26 febbraio la Lega si sarebbe dovuta interrogare per capire le cause della propria sconfitta. È un’occasione storica per realizzare il nostro grande sogno, e io non me la voglio far scappare», ha dichiarato l’ex ministro dell’Interno commentando il nuovo apparentamento col Pdl.

TUTTO SULLA LOMBARDIA - L’occasione a cui fa riferimento il successore di Umberto Bossi è la guida della Regione Lombardia. La stessa che negli ultimi diciassette anni è stata nelle mani di Roberto Formigoni, schiacciato dal peso delle inchieste che dal 2010 hanno investito il Pirellone (da Nicole Minetti a Domenico Zambetti, passando per Davide Boni e Filippo Penati) e costretto alle dimissioni nell’ottobre del 2012. Dopo la guerra di posizione con l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, poi confluito nella lista civica di Monti, Maroni è diventato il candidato unico del centrodestra. I suoi obiettivi sono precisi: costituire la macroregione del Nord (con Piemonte e Veneto) e trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Uno “strano” progetto, quello dell’ex numero uno del Viminale, visto che a settembre fu lo stesso Formigoni – dal palco della festa provinciale della Lega Nord di Brescia – a ipotizzare la formazione della macroregione e dell’euroregione. «Si tratta di una finta o poco più di una finta», tagliò corto “Bobo”, perché «la Costituzione dice che le Regioni possono solo fondersi» (secondo quanto prevede l’art. 132). «Maroni è stato pragmatico, per lui l’accordo col Pdl era vitale per avere una qualche chance di vittoria in Lombardia», è il giudizio di Alessandro Campi, politologo e direttore della Rivista di Politica. «Il segretario leghista ha dettato le sue condizioni, fra cui la garanzia che Berlusconi non sarà il candidato premier del centrodestra». Una promessa che sarà mantenuta in caso di vittoria, visto che la Lega ha indicato Tremonti? «A quel punto il leader del Pdl farà sicuramente il presidente del Consiglio», risponde Campi, che definisce «preoccupante il rilancio dello storico progetto secessionista della Lega», anche se «in una forma apparentemente soft». Se il Carroccio dovesse vincere in Lombardia «si porrebbero dei problemi molto seri rispetto alla tenuta della struttura istituzionale del Paese», conclude. Oltre che preoccupante, il progetto di formazione della macroregione del Nord appare di difficile realizzazione. Questo perché andrebbe modificata la Costituzione, il che richiederebbe una larga maggioranza a disposizione. I sondaggi, malgrado la quotidiana rimonta di Berlusconi, vedono la coalizione di centrodestra indietro rispetto a quella di centrosinistra. Ma la vittoria di Pdl e Lega in Lombardia renderebbe “instabile” il successo di Bersani e Vendola, visto che per colpa del “Porcellum” questa Regione assegna 49 seggi sui 315 totali al Senato. E Maroni, secondo le ultime rilevazioni, è in vantaggio su Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio (l’avvocato assassinato nel 1979) e vincitore delle primarie del Pd.

ALLA FACCIA DELLA BASE - Un accordo che sembra però scontentare i leghisti “duri e puri”. Ad ottobre avevamo incontrato alcuni di loro a Milano durante la “gazebata” organizzata dal Carroccio (la stessa che, in Lombardia, vide Maroni vincitore indiscusso delle “primarie fai da te” per la corsa al Pirellone). Alla nostra domanda su cosa ne pensassero di un possibile nuovo accordo con il partito dell’ex premier, molti ci avevano risposto così: «Diciamo basta all’alleanza col Pdl. Meglio perdere ma conservare l’onore che vincere con questi qua». Commenti che abbiamo ritrovato, sia nella forma che nella sostanza, consultando in questi giorni i principali forum dei militanti. Su Giovani Padani, per esempio, LoSpada scrive: «Siete pronti, cari leghisti, ad una nuova fantastica alleanza col Pdl “per il bene del Nord”? Mamma mia che tristezza!!». Mentre per un altro utente, padanus, «Berlusconi è finito, ha deluso troppo, ci ha preso in giro per anni e noi fessi a credere in lui, compreso il sottoscritto e la tantissima gente con cui parlo qui nel Veneto». Non è finita qui. Perché spostandoci sul forum della Lega Nord di intopic.it scopriamo seguaci ancora più irritati dal nuovo sodalizio fra Berlusconi e Maroni. «Anche questa volta avete dimostrato il vostro spessore morale. Spero proprio che gli italiani e soprattutto i lombardi non si dimentichino di quello che siete riusciti a combinare nella scorsa legislatura», dice Luigi. «Hanno stretto l’accordo. Vergogna!», è invece il commento di Gab, a cui risponde Lucio1: «Basta ricordarsene quanto ci saranno le elezioni». C’è, dunque, il rischio dell’effetto boomerang e di una nuova disaffezione della base leghista? «È probabile», afferma a Il Punto Antonio Noto, direttore di IPR Marketing. «Nel momento in cui si è formato il governo Monti la Lega ha fatto capire che non ci sarebbe potuta più essere un’alleanza con il Pdl. E su Berlusconi, oltre al giudizio politico, pesa quello sulla persona. Per gli attivisti – conclude il sondaggista – questo è sicuramente un colpo al cuore, che si accompagna alla confusione enorme che riguarda la mancanza di un candidato premier certo della coalizione. Non ho mai visto una situazione del genere».

STORACE CANDIDATO – Ma da Nord a Sud i nodi da sciogliere prima del voto di fine febbraio sono numerosi. Al Centro, solo pochi giorni fa, è stato risolto il problema riguardante la corsa per il controllo di un’altra Regione chiave, il Lazio, dopo la fine anticipata dell’era Polverini. Mentre il centrosinistra ha comunicato da tempo il nome del proprio candidato, l’ex presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, nel centrodestra la lotta fra correnti ha creato stordimento nell’elettorato. Alla fine, malgrado la componente del partito vicina al segretario Angelino Alfano avesse proposto Beatrice Lorenzin, la scelta è ricaduta sul leader de La Destra Francesco Storace. Nei sondaggi l’ex ministro della Sanità è in ascesa, ma una parte del partito – in primis la costola laziale – gli avrebbe preferito l’ex capo della Segreteria tecnica di Paolo Bonaiuti. Una decisione difficile, tanto che negli ultimi giorni Berlusconi pare abbia fatto commissionare un sondaggio in cui sono stati inseriti anche i nomi della governatrice uscente Renata Polverini, del rettore dell’Università La Sapienza Luigi Frati, del presidente della Lazio Claudio Lotito, del vicesindaco di Roma Sveva Belviso e del magistrato Simonetta Matone. Alla fine, però, si è scelto di rompere gli schemi. Qualcosa di nuovo sotto il sole.

Twitter: @mercantenotizie 

Tutti, tranne i Radicali

martedì, gennaio 15th, 2013

L’aspirante governatore del Lazio Nicola Zingaretti non vuole ricandidare i consiglieri uscenti dopo gli scandali che hanno travolto i gruppi. Ma Berardo e Rossodivita hanno smascherato «Batman» Fiorito. In Lombardia Cappato annuncia: «Noi fuori? Non c’è il consenso dei partiti della coalizione»  

CONGRESSO RADICALI ITALIANIAvete mai letto una fiaba in cui i buoni perdono e i cattivi vincono? «Impossibile», diranno i più. Vero. Ma la realtà è un’altra cosa. E dunque accade che, nel pieno della campagna elettorale, tutti si siano dimenticati dei Radicali. Il partito di Marco Pannella promotore di mille battaglie, scioperi della fame, denunce sociali. Quello che, tanto per rimanere ancorati al recente passato, ha smascherato con le proprie denunce – avanzate dai consiglieri uscenti Rocco Berardo e Giuseppe Rossodivita – «Batman» Fiorito e provocato un terremoto che alla Regione Lazio ha portato alle dimissioni della governatrice Renata Polverini.

Dargli un “premio” per il loro coraggio? Macché, anzi. Dalla corsa che a meno di clamorose sorprese lo porterà alla Pisana, il candidato del centrosinistra Nicola Zingaretti ha escluso proprio i Radicali. La sua intenzione – suffragata dalle parole di Massimiliano Smeriglio, coordinatore per la campagna elettorale del centrosinistra alle Regionali – pare sia quella di non ricandidare i consiglieri uscenti dopo gli scandali che hanno travolto i gruppi. Ma è una tesi che non regge perché, come detto, il partito di Pannella era un corpo estraneo al sistema; e poi perché molti degli ex esponenti del Pd in Regione sono stati “dirottati” alla Camera e al Senato (Esterino Montino, ex capogruppo dei democrat in consiglio regionale, correrà per la poltrona di sindaco di Fiumicino). Insomma nessuno, o quasi, è rimasto a bocca asciutta. «Tranne i Radicali», come recita un hashtag che negli ultimi mesi spopola su Twitter. Va ricordato, per dovere di cronaca, che nel 2008 fu lo stesso Partito democratico a “sabotare” l’elezione di Emma Bonino alla Pisana, come rivelato nel novembre 2011 dall’allora direttore dell’Unità Concita De Gregorio (l’ex vicepresidente del Senato decise di sfidare la Polverini ma perse con uno scarto di poco inferiore al 3%). La giornalista affermò che, in seguito alla fuoriuscita di Gianfranco Fini dal partito di Berlusconi, il Pd si accordò per far vincere “Renata” e rafforzare la componente “finiana” del Pdl in modo da provocare un clamoroso ribaltone in Parlamento portando centrosinistra e Terzo Polo al governo (è andata diversamente, come sappiamo). Ma quello del Lazio non è un caso isolato.

La stessa situazione si presenta, infatti, anche in Lombardia, dove il prossimo 24  e 25 febbraio si tornerà alle urne per eleggere il successore del “Celeste” Formigoni. Qui il candidato scelto dagli elettori del centrosinistra attraverso le primarie si chiama Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, l’avvocato ucciso nel 1979 dai sicari di Michele Sindona. Eppure «a fronte della nostra richiesta di incontro per discutere dell’alleanza, mi è stato comunicato dall’entourage di Ambrosoli che la soluzione prospettata non prevede l’apparentamento della nostra Lista, sul quale non vi sarebbe il consenso dei partiti della coalizione», ha spiegato l’ex europarlamentare Marco Cappato. Pure in questo caso sembra esserci la longa manus del Pd, che con i Radicali proprio non vuole avere più nulla a che fare (la Lista “Amnistia, Giustizia e Libertà” si presenterà da sola anche a livello nazionale). Pannella non demorde e, fra uno sciopero della fame e l’altro, promette battaglia. Nel frattempo “Marco” si dedica alla sua decennale campagna, quella per il miglioramento della condizione delle carceri italiane. Di recente la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia al risarcimento di sette detenuti per “danni morali”, ritenendo il nostro Paese colpevole di trattamento inumano e degradante nei loro confronti. Un problema che non sembra interessare nessuno. Tranne i Radicali.

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