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Alla corte di Monti – da “Il Punto” del 10/08/2012

lunedì, agosto 27th, 2012

Prende corpo la ricandidatura del presidente del Consiglio e di alcuni suoi ministri dopo la fine della legislatura. Ad auspicare che ciò accada non ci sono solo esponenti di Pdl, Pd e Udc, ma anche i leader internazionali. Su tutti Obama, la cui rielezione passa soprattutto per il salvataggio dell’euro

«Sto diminuendo coscientemente la mia sensibilità auditiva quando mi viene fatta questa domanda». Il presidente del Consiglio Mario Monti scherza con i giornalisti che gli chiedono se sia sua intenzione ricandidarsi una volta terminata la legislatura. Eppure, malgrado il tira e molla fatto di annunci e smentite che va avanti da mesi, l’ex Commissario europeo sa bene cosa fare. Il piano per un «Monti dopo Monti» (che includerebbe anche alcuni suoi ministri) esiste. E non coinvolge solo attori della politica italiana. Se infatti, da una parte, ci sono frange di Pdl e Pd che sono favorevoli ad una simile ipotesi – con l’Udc a fare da trait d’union affinché ciò accada –, dall’altra sono i protagonisti della politica internazionale a spingere per la soluzione di continuità. Su tutti, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che vede in Monti un interlocutore privilegiato e che teme di perdere le elezioni di novembre proprio a causa dello sgretolamento dell’Europa e del crack dell’euro.

I “PRO-MONTI” ITALIANI - «Il dopo Monti siamo noi», ha dichiarato il leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani presentando la “Carta degli intenti”. Ma per il numero uno di Largo del Nazareno la realtà, fra poco meno di un anno, potrebbe essere amara. E sarebbe una seconda batosta, visto che chi lo conosce bene giura e spergiura che il segretario dei democrat, dimessosi Berlusconi, avrebbe fatto carte false per andare alle urne. Salvo poi doversi arrendere alla volontà del presidente della Repubblica. Il nome del burattinaio scaltro che caldeggia l’ipotesi di un Monti-bis è noto da tempo: Pier Ferdinando Casini. In un’intervista rilasciata a la Repubblica il 29 luglio scorso il leader dell’Udc, da sempre il più fedele fra i componenti della «strana maggioranza» che sostiene il premier, si è detto pronto ad aprire il partito «a disponibilità esterne». Il primo ad essere il benvenuto nella grande «casa dei moderati», ancora nella fase di work in progress, è proprio Monti. Il quale non sarebbe certo retrocesso a comprimario – del resto, ha fatto sapere l’ex presidente della Camera nel suddetto colloquio, il capo dell’esecutivo «ha fatto in sei mesi ciò che per tanto tempo è stato evocato e mai realizzato» –, ma continuerebbe a recitare un ruolo da protagonista permettendo a Casini di salire al Colle. Ovviamente, per portare a termine il piano, c’è bisogno del maggior sostegno possibile. Dunque non è un caso che Luca di Montezemolo abbia per il momento congelato l’idea di “scendere in campo” – se ne riparlerà a settembre, ma il coordinatore nazionale di “Italia Futura” Federico Vecchioni ha già fatto sapere che il presidente della Ferrari farà il «padre nobile» – per dare il proprio sostegno al lavoro di Monti. Ma non c’è solo Montezemolo sul taccuino di Casini. Perché uno dei nomi caldi, in questi giorni, è quello dell’ex leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Non a caso a giugno, nell’intervista rilasciata a Il Punto, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa aveva avvisato di stare «dialogando con ambienti esterni», fra cui l’unione degli industriali. Fra Montezemolo e Marcegaglia non corre buon sangue (il primo appoggiava Alberto Bombassei come nuovo numero uno di viale dell’Astronomia, la seconda il vittorioso Giorgio Squinzi), ma qui la posta in palio è alta: il futuro dell’Italia. Della contesa fanno parte anche i “montiani di ferro” di Pdl e Pd. Nel partito di Berlusconi il più convinto dell’operato del premier è Franco Frattini, che appare sempre più distante dalle posizioni interne al suo schieramento. Vuole le primarie, almeno a tutti gli alti livelli, e a fine settembre prenderà parte ad un meeting – che si sarebbe dovuto svolgere già a luglio – a cui parteciperanno le “anime moderate” di Pdl, Pd e Udc (tra cui Fioroni, Enrico Letta, Adornato e Cesa). Nel Pd sono invece Giorgio Tonini, Enrico Morando, Marco Follini e Paolo Gentiloni a sostenere che sia necessario «continuare con Monti». Di più: l’ex ministro delle Comunicazioni ha avvisato che il punto di rottura potrebbe essere la creazione di una lista a favore del premier. Bersani è avvisato.

I “PRO-MONTI” STRANIERI - Ma se in Italia sono in molti a volere ancora Monti, nel resto del mondo la situazione non è dissimile. L’ex Commissario europeo è riuscito a conquistarsi in pochi mesi la stima di tutti i maggiori partner internazionali. Primo fra tutti, il presidente americano Obama, che tra poco meno di cento giorni affronterà la sfida per la rielezione sfidando il repubblicano Mitt Romney. Quello che lo attende sarà un cammino in salita. Non tanto per il valore dell’avversario (lo testimonia la serie di gaffe messe in fila da Romney nel suo ultimo viaggio), quanto perché la crisi che continua a mordere alle caviglie l’Europa ha effetti devastanti anche sugli Stati Uniti, che pure l’hanno scatenata. Vedere per credere quanto sta accadendo alla California, lo stato americano più popoloso, che in pochi mesi ha visto fallire città come Stockton (300mila abitanti, più o meno come la nostra Venezia) e San Bernardino (200mila). Obama è molto preoccupato per il percorso da gambero che sta portando avanti l’Europa, complici anche i diktat della Germania che rallentano qualsiasi possibilità di ripresa immediata. Ecco dunque che Monti potrebbe essere l’uomo giusto al posto giusto – anche nell’immediato futuro – per ammorbidire la linea dura della Merkel, godendo del sostegno Usa e di quello del presidente francese François Hollande. A testimonianza di ciò lo stesso presidente del Consiglio, poche ore prima dell’importante riunione del board della Bce a Francoforte (la scorsa settimana), ha lanciato un messaggio poco rassicurante per tutti: «Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è quello di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all’euro e non orientato alla disciplina fiscale». Il che vorrebbe dire far scorrere i titoli di coda sul nostro Paese e sull’intera Eurozona. Non è dunque casuale che, malgrado il dietrofront dopo aver lanciato la «pazza idea» di uscire dall’euro, Obama si sia informato tramite l’ambasciatore americano a Roma David Thorne sulla reale volontà di Berlusconi di ricandidarsi. Nel partito internazionale “Pro-Monti” compare anche il nome di Vladimir Putin, da sempre vicinissimo al Cavaliere. Un ulteriore segnale dell’aurea salvifica che proietta il presidente del Consiglio al proseguimento del soggiorno a Palazzo Chigi.

SQUADRA CHE VINCE… - Ovvio che il premier non affronterà da solo il secondo tempo della sua carriera politica. Perché, come dice il vecchio adagio, «squadra che vince non si cambia». E allora è già nero su bianco una lista di ministri “tecnici” da elevare al rango di “politici”. Il candidato più illustre a rimanere nell’agone è il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca. Col suo cognome i titolisti giocano da settimane. E lui, fra ammiccamenti e mezze ammissioni, sembra gradire le avances che arrivano da sinistra. Barca non è certo un “signor nessuno”. Classe 1954, è figlio di Luciano, uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer e direttore de l’Unità e Rinascita. Non a caso a maggio, intervistato nel corso del programma di Radio2 Un giorno da pecora, il ministro ha dichiarato che alle ultime elezioni ha «votato a sinistra del Pd». Bersani, dicono, lo reputa un (possibile) ottimo acquisto. Mentre Giuseppe Civati, consigliere comunale «rottamatore» della Lombardia, il 16 giugno ha scritto su Twitter: «A me piace Barca, per dirne uno». Insomma, il Pd che si divide sui punti e le virgole converge sul nome del ministro. Che sarà in buona compagnia. Perché se il regista del «Monti dopo Monti» sarà – come detto – Pier Ferdinando Casini, c’è da aspettarsi che l’Udc apra le porte a personaggi del calibro di Corrado Passera (ministro dello Sviluppo Economico), Lorenzo Ornaghi (Beni culturali), Andrea Riccardi (Cooperazione e Integrazione), Francesco Profumo (Istruzione e Ricerca) e Paola Severino (Giustizia). Che l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo non fosse entrato in politica per rimanerci poco più di un anno è apparso chiaro da subito. Ma c’è un particolare che va preso in considerazione con estremo interesse: il 20 per cento di Ntv, la società di Montezemolo e Della Valle che fa da “antagonista” a Ferrovie dello Stato nel settore del trasporto ferroviario, è detenuto dalla Imi Investimenti, società del Gruppo Intesa controllata al cento per cento dalla capogruppo. Certo: Passera non ha più alcun ruolo nella banca torinese, e i maligni dicono che i rapporti fra lui e Montezemolo si siano raffreddati dopo le critiche di quest’ultimo al “timido” piano di liberalizzazioni del governo Monti. Provvedimento per il quale il ministro ha avuto un ruolo chiave. Ma le ruggini, spesso, vengono smacchiate, e si torna amici come prima. Meno complesso il discorso per Ornaghi e Riccardi, visto che entrambi sono di forte estrazione cattolica. Il primo, rettore dell’Università Cattolica, è stato vicepresidente del Cda del quotidiano Avvenire (2002/2011) e molto vicino alle posizioni del cardinale Camillo Ruini, sostenitore della presenza della Chiesa nel mondo della cultura. Riccardi è invece fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nata nel 1968 e non scevra da critiche a tratti feroci, come quella dell’ambasciatore italiano ad Algeri Franco De Courten alla fine degli Anni ’90. Più “semplice” il motivo per cui potremmo rivedere in Parlamento il ministro della Giustizia Paola Severino (anche lei di salda cultura cattolica). Oltre ad essere vice-rettore dell’Università Luiss – di proprietà di Confindustria –, la Guardasigilli ha fra i suoi assistiti anche Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini. Il regista del «Monti dopo Monti». Da cui potrebbe trarre un considerevole vantaggio.

Twitter: @GiorgioVelardi

La metamorfosi (di Tonino)

mercoledì, luglio 13th, 2011

Cosa succede ad Antonio Di Pietro? Da anti-berlusconiano numero uno, il leader dell’Italia dei Valori sembra aver cambiato completamente rotta: ora attacca Bersani e Vendola, parla con il Cavaliere e propone addirittura l’appoggio alle riforme del Governo. Semplice caccia ai voti dei moderati, o c’è sotto qualcos’altro?

 

Tredici giugno, ore 16.00. Dopo la vittoria ai referendum, il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani si presenta in conferenza stampa e chiede le dimissioni di Berlusconi. Parla Antonio Di Pietro: «Chiedere al Premier di lasciare in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione. Lavoriamo da subito per costruire un’alternativa». Ventidue giugno, pausa dei lavori alla Camera durante la verifica di Governo. Il Presidente del Consiglio si avvicina al numero uno dell’Idv, gli stringe la mano, e fra i due comincia un colloquio che va avanti per una trentina di minuti. I contenuti si conoscono solo in parte, ma nel successivo intervento Di Pietro attacca Bersani: «Dobbiamo costruire un’alternativa. Comincia tu, convocaci». Ventiquattro e venticinque giugno, interviste al Corriere della Sera e al Secolo d’Italia. L’ex pm dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Dice che «Berlusconi è una persona sola», ma che «se farà riforme vere l’Idv non si tirerà indietro». Che «va costruito un dopo Silvio» ma «senza fare solo anti-berlusconismo». Se tre indizi fanno una prova allora viene da domandarsi: a che gioco sta giocando Tonino?

METAMORFOSI – Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Kafka, si trasformò in un insetto, fu abbandonato dalla famiglia e, in seguito, anche dalla sorella Grete, l’unica ad essersi occupata di lui dopo la mutazione. Come Gregor, anche Tonino sembra aver subito una repentina metamorfosi. Ma di che tipo? Forse, viene da pensare leggendo e ascoltando le sue parole, non sa neanche lui cosa sia diventato. Il leader Idv, che ha da sempre fatto dell’anti-berlusconismo il suo cavallo di battaglia (malgrado sia stato addirittura vicino a Berlusconi, nel 1994, quando il Premier voleva che diventasse ministro dell’Interno del suo primo Governo), ora dice «basta» all’assalto all’arma bianca contro il Cavaliere. Fa di più: rende noto un nuovo progetto per la sua creatura, ovvero il lancio di una Idv2, «un partito di massa che si rivolga a tutti i cittadini, da destra a sinistra». Un super cartello elettorale, quindi, che riunisca in sé tutte le anime vaganti dell’elettorato scontento e deluso. Del resto, l’ex pm non ha mai nascosto la sua estrazione cattolica, il suo essere né di destra né di sinistra, la sua vocazione liberale e centrista. Funzionerà? Dalle prime reazioni, la risposta è più che negativa. Come i Samsa voltano le spalle al loro figlio, diventato una creatura mostruosa, anche i seguaci dell’Italia dei Valori hanno dimostrato di non gradire il cambio di rotta del loro numero uno. Su Facebook qualcuno gli ha dato del «traditore»; altri lo hanno addirittura paragonato a Scilipoti, che nel frattempo pare stia scrivendo la sceneggiatura di un film sulla vita del suo ex capo (che dovrebbe intitolarsi P.M. Forever). Non c’è solo il popolo a sparare su di lui. Anche la nomenclatura del suo partito, a cominciare da Luigi De Magistris, non l’ha presa bene. Il neo sindaco di Napoli ha “consigliato” a Di Pietro di «evitare la svolta centrista, perché il centro è già troppo ingolfato e chi ci vota non vuole convergere in quella direzione». Smentita, ma comunque ancora viva in ambienti interni, la proposta dell’ex girotondino Pancho Pardi di lanciare una raccolta firme contro il leader maximo. Una manovra in stile 25 luglio di lontana memoria per ora rimandata. Per ora.

APERTURE (A SORPRESA) – Malgrado le prossime elezioni politiche si svolgeranno nel 2013, la campagna elettorale è già entrata nel vivo. Questo Di Pietro lo sa, e da abile stratega qual è sta portando avanti un lavoro duro e complesso, in cui i suoi alleati sembrano essere in ritardo. Ecco, allora, le aperture inattese nientemeno che a Berlusconi e alle riforme che il Governo vuole portare a compimento. «Se quelle dell’Esecutivo sono proposte utili io le voto», dice al Secolo d’Italia, prima di aggiungere (addirittura) che «la riforma della giustizia serve, perché vanno ridotti i tempi processuali, diminuendo i gradi di giudizio con un filtro di ammissibilità o con la depenalizzazione di alcuni reati». Con Pd e Udc, poi, l’Italia dei Valori sarà «responsabile» per ciò che riguarda la manovra economica, come richiesto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel suo nuovo spettro di vedute c’è anche spazio per un elogio alla Lega: «È gente che ama la propria terra, cui va il mio rispetto. Siamo stati gli unici, insieme a loro, a votare contro l’intervento in Libia e per il ritiro dall’Afghanistan. Ora la pensiamo uguale», afferma al Corriere della Sera. La strategia appare chiara. Di Pietro punta a raccogliere non solo i voti di quegli elettori di sinistra che mal digeriscono gli estremisti di Nichi Vendola o l’immobilismo di Bersani, ma anche quelli di chi fino a ieri barrava sulla scheda il simbolo di Pdl o Udc. Sfruttando l’onda lunga dei referendum, alle prossime elezioni l’Idv potrebbe ottenere risultati importanti. Dati alla mano, negli ultimi anni il partito è cresciuto arrivando, alle regionali dello scorso anno, a raccogliere il 7,3 per cento dei consensi. Ma, come detto, ciò su cui l’ex pm può fare maggiore affidamento sono i risultati del 12 e 13 giugno scorso. La vittoria dei referendari è soprattutto merito suo, malgrado qualcuno abbia provato a mettere il cappello sul successo. Se il 20 per cento dell’elettorato del centrodestra e addirittura la metà di quello leghista si sono recati alle urne, contravvenendo agli ordini della base, vuol dire che è tempo di proseguire lungo la strada imboccata, mettendo da parte gli obsoleti slogan da piazza e assumendo un atteggiamento più moderato. Con Fli e Api nascosti nell’ombra, e con Pierferdinando Casini ancora incerto sul da farsi, l’Idv può indossare i panni del vero outsider. Non del Terzo Polo perché, precisa Di Pietro, «non rincorriamo nessuno e chiediamo che rimanga fermo il bipolarismo». Un’eventuale alleanza con i centristi? Da escludere, perché «Casini vuole stare da solo. È inutile chiedere a un monaco di clausura se gli piace la bionda o la mora, no?».

CHIUSURE (INASPETTATE) – «Dov’è il programma del centrosinistra? Chi è il leader?». Sono questi gli interrogativi che hanno portato l’uomo di Montenero di Bisaccia a distaccarsi, giorno dopo giorno, da Pd e SeL. Di Pietro non lo ha fatto in maniera così soft; al contrario, ha lanciato una serie di pesanti provocazioni che hanno causato qualche mal di pancia a Bersani e Vendola, pronti ad intraprendere il percorso che porta alle urne anche senza di lui. Al numero uno del Partito Democratico, dopo le accuse delle settimane passate («Bersani non ha ancora deciso con chi fare l’alternativa. Lui aspetta, tergiversa»), Tonino non ha perdonato l’astensione decisa (e decisiva) durante la votazione per l’abolizione delle province del 5 luglio scorso, operata per evitare di schierarsi insieme alla maggioranza visti i pareri difformi tra le varie correnti interne al gruppo. Dal canto suo, il teorico del «rimbocchiamoci le maniche» ha fornito risposte vaghe a chi gli ha chiesto un parere sugli attacchi dell’alleato, ma non ha espresso certezze su un futuro assieme. Peggio è andata al Governatore della Puglia, ma anche qui ci sono situazioni molto interessanti su cui ragionare. «No alle primarie per candidati come lui», ha tuonato il leader dell’Idv, prima di ascoltare il Vendola pensiero: «Non sono preoccupato se Di Pietro mi toglierà voti. Lui sente restringersi lo spazio a sinistra, e pensa che ricollocandosi a destra nella coalizione possa avere successo». Gli oggetti del contendere, in questo caso, si chiamano Napoli e De Magistris. Il capo di Sinistra e Libertà, fautore della candidatura dell’ex magistrato quale primo cittadino del capoluogo campano, ha prima portato avanti la proposta con la promessa che il suo partito avrebbe lavorato «pancia a terra» al fianco dell’allora europarlamentare, per poi fare un’incredibile marcia indietro e appoggiare il democratico Mario Morcone. Un boccone amaro ancora da digerire per De Magistris, poi uscito comunque vincitore, ma soprattutto per Tonino, che ha dato il via alle ostilità. «Se Di Pietro andasse a braccetto con Berlusconi e gli votasse le leggi sarebbe un inciucio, e ne dedurremmo che è impazzito», ha sentenziato Marco Travaglio. E chissà che alla fine l’unico ad avere ragione non sia lui.

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L’APPROFONDIMENTO – Tutti i dietrofront di Di Pietro

Quelli a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane non sono gli unici passi indietro fatti da Antonio Di Pietro nel corso della sua carriera politica. Primo caso: l’ormai famoso Ponte sullo Stretto di Messina. Nel 1996, quando era ministro dei Lavori pubblici, il leader dell’Idv portò la proposta in Consiglio dei Ministri definendola «opera urgente». Cinque anni dopo cambia idea perché, dice, «è una cattedrale di San Silvio, un’opera di mussoliniana memoria». Nel luglio 2006, dopo la nomina ai Trasporti, finanzia con 25 milioni di euro la società sul Ponte. Il motivo? «Bisogna completare il progetto per vedere se è fattibile o meno». Ottobre 2007: con un emendamento i Verdi chiedono l’abolizione della società, ma Tonino ricorre ai voti dell’opposizione e la maggioranza va sotto. Maggio 2009, ancora l’ex pm: «Berlusconi rinunci al Ponte, ci sono cose più importanti a cui pensare». Seconda vicenda: l’immigrazione. Nel corso degli ultimi tredici anni Di Pietro ha cambiato più volte la propria posizione, partendo dalla proposta di far diventare la clandestinità un reato (altrimenti l’Italia sarebbe diventata la «cloaca d’Europa») fino ad arrivare a dire che quest’ultima è una «norma inutile». In mezzo ci sono dichiarazioni come «i clandestini sono potenziali terroristi» (intervista a Libero, 23 luglio 2005) o «nel nostro paese ci sono un numero di rom dieci volte superiore a quello degli altri paesi europei. Senza lavoro, senza casa e senza sanità diventano una bomba sociale». Terzo: il nucleare. Nel settembre del 2007 il ministro battibeccava con il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, contrario alla riapertura di nuovi centrali: «C’è un preconcetto ideologico, così non si aiuta lo sviluppo. Il nucleare oggi non è come quello di ieri: non so se ne abbiamo davvero bisogno, e personalmente vorrei adoperarmi affinché non vi si ricorra. Nell’attesa abbiamo però necessità di un’energia domani mattina, sennò quest’inverno rimaniamo al freddo». Il 30 aprile del 2010 l’Idv lancia la raccolta firme per il referendum contro il ritorno al nucleare: sappiamo com’è andata. Infine: l’acqua (altra questione oggetto del voto del 12 e 13 giugno scorso). Il 17 novembre 2007, in un’intervista al periodico campano Acqua e Territorio, Di Pietro assicura che «non è particolarmente rilevante la forma di gestione; non ci sono pregiudiziali nei confronti dei privati, purché il loro interesse sia subordinato a quello generale». Poi il dietrofront. La domanda sorge spontanea: quale sarà il suo prossimo colpo di teatro?

Referendum, domenica e lunedì italiani al voto

giovedì, giugno 9th, 2011

Domenica 12 e lunedì 13 giugno gli italiani saranno nuovamente chiamati alle urne. Messe da parte le elezioni amministrative, questa volta si vota per i quattro referendum promossi da associazioni e partiti politici. Dal nucleare al legittimo impedimento, passando attraverso i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell’acqua, vediamo nel dettaglio cosa chiedono i promotori delle consultazioni e le modalità con cui gli elettori dovranno esprimere le loro preferenze.

REFERENDUM ABROGATIVI – In tutti e quattro i casi si tratta di referendum abrogativi che, previsti dall’art. 75 della nostra Costituzione, prevedono l’annullamento di una legge esistente. Perché ciò accada devono recarsi alle urne il 50% + 1 degli aventi diritto, altrimenti la consultazione si concluderà con un nulla di fatto e le leggi in vigore saranno confermate. I seggi saranno aperti dalle ore 8.00 alle ore 22.00 di domenica, e dalle ore 7.00 alle ore 15.00 di lunedì 13 giugno. Per votare occorre presentare un documento di identità e la tessera elettorale. A ciascun elettore saranno consegnate quattro schede, ma ognuno può scegliere di non esprimere il proprio parere su uno dei quesiti proposti.

SERVIZI DI FORNITURA DELL’ACQUA AI PRIVATI – Al primo quesito, dal titolo “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”, è associata la scheda di colore rosso. Il referendum, promosso dal “Forum Italiano dei movimenti per l’acqua”, prevede l’abrogazione dell’art. 23 bis del decreto legge 112/2008 (“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), meglio conosciuto come decreto Ronchi. Il provvedimento stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati – attraverso gara – o a società a capitale misto pubblico-privato. Nel secondo caso, il privato deve essere sempre scelto attraverso una gara e deve detenere almeno il 40% del capitale in questione. Votando “” ci si dichiara contrari a quanto affermato dal decreto, mentre barrando la casella del “no” si da ragione a chi afferma che l’acqua non viene privatizzata ma solo gestita meglio, visto che il dissesto idrico costa ogni anno agli italiani circa 2 miliardi di euro.

TARIFFE DEL SERVIZIO IDRICO – Il secondo quesito referendario (“Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”) riguarda nuovamente l’acqua. In questo caso la scheda è di colore giallo. I promotori del referendum chiedono l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del cosiddetto Codice dell’Ambiente, che stabilisce la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua e il cui importo prevede anche la remunerazione per il capitale investito dal gestore. A quest’ultimo spetterebbero infatti profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% della cifra investita senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. In caso di vittoria del “” la tariffa non potrà prevedere tale quota, quindi i gestori non potranno acquisire un profitto garantito sulla tariffa stessa. Se la maggioranza degli elettori sceglierà il “no”, si creeranno condizioni favorevoli ai privati per l’ingresso nel settore.

NUCLEARE – Alla scheda di colore grigio è affidato il quesito più discusso nella rotta di avvicinamento al 12 e 13 giugno, promosso dall’Italia dei Valori e da alcune associazioni ambientaliste. Stiamo parlando del nucleare e della possibilità che in futuro, nel nostro paese, vengano costruite nuove centrali. Il dibattito è diventato rovente dopo il disastro di Fukushima, in Giappone, a seguito del terremoto che ha colpito il paese asiatico nel marzo scorso. Nell’art. 5 (“Sospensione dell’efficacia di disposizioni del decreto legislativo num. 31 del 2010”) del decreto legge n. 34/2011, il governo Berlusconi ha incluso una moratoria di un anno sull’avvio del programma nucleare. “Se fossimo andati oggi a quel referendum – ha dichiarato il Premier – il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire. Siamo convinti che questo sia un destino ineluttabile”. Un successivo emendamento contenuto nel decreto omnibus, che intendeva abrogare numerose disposizioni fra cui quelle relative alla realizzazione di nuove centrali, non ha indotto la Cassazione ad invalidare il quesito, che si svolgerà regolarmente. In Europa la Germania e la Svizzera hanno già varato un piano che prevede la chiusura delle centrali ancora in attività. La cancelliera Merkel, nel giorni scorsi, ha annunciato che entro il 2022 saranno chiuse tutte quelle presenti sul suolo tedesco, mentre il ministro dell’ambiente Roettgen ha specificato che non sono presenti clausole di revisione sulla decisione. In Svizzera, invece, le cinque centrali saranno chiuse entro il 2034. Nel nostro paese, con un referendum consultivo, la Sardegna ha già detto no alla costruzione di nuovi impianti. Chi sceglierà di votare “” accetterà che venga impedita la progettazione, la localizzazione e la costruzione di nuove centrali, mentre per il “no” si esprimeranno coloro che sono favorevoli all’apertura delle stesse.

LEGITTIMO IMPEDIMENTO – L’altro quesito promosso dal partito di Antonio Di Pietro è quello sul legittimo impedimento (scheda di colore verde). Il referendum chiede l’abrogazione di alcune norme della legge n. 51/2010, secondo cui il presidente del Consiglio e i ministri possono invocare il legittimo impedimento a comparire in un’udienza penale, qualora imputati, in caso di concomitante esercizio di attività essenziali alle funzioni di Governo. I promotori del referendum chiedono che della legge, dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte con sentenza del 13 gennaio scorso, vengano abrogati l’art. 1, 2, 3, 5 e 6. Votando “” ci si dichiara favorevoli al principio secondo cui il Premier e i ministri non devono anteporre l’esercizio delle loro funzioni alle esigenze di giustizia che li riguardano; esprimendosi per il “no”, al contrario, l’istituto resta in vigore.

QUESTIONE POLITICA – Dopo la pesante sconfitta alle elezioni amministrative, quello dei referendum diventa per la maggioranza un serio banco di prova. Di questo, almeno, sono convinte le opposizioni, anche se venerdì scorso lo stesso Berlusconi ha fatto sapere che l’esito del referendum non ha nulla a che vedere con il governo. Il Presidente del Consiglio ha definito i 4 quesiti “inutili”, senza quindi dare indicazioni di voto. Il Partito Democratico, l’Idv e le altre forze di centro-sinistra invitano tutti i cittadini a recarsi alle urne per dire quattro volte “”, mentre in un’intervista al “Corriere della Sera” il leader dell’Udc Casini ha dichiarato che voterà “” al quesito sul legittimo impedimento e “no” a quelli sulla privatizzazione dell’acqua. Sul nucleare, ha concluso il leader centrista, il suo partito lascerà che gli elettori si esprimano liberamente.