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Posts Tagged ‘Angelino Alfano’

«Vinco le primarie? Azzero il Pdl» – da “Il Punto” del 9/11/2012

sabato, novembre 17th, 2012

«Se vinco le primarie azzero il Pdl. Vorrei fare un patto con gli italiani: portiamo le tasse al 30% ma paghiamole tutti». Questo il pensiero di Daniela Santanchè, candidata alla corsa per la guida del partito.

Nelle ultime settimane è diventata il bersaglio di alcuni colleghi di partito per alcune sue affermazioni. Quanti però la pensano come lei?

«Tantissimi. Poi avere il coraggio di dirlo pubblicamente è un’altra questione. In molti credono che ci sia bisogno di cambiare, facendo primarie con regole che consentano di avere come vincitore la partecipazione».

Il Pdl crolla in Sicilia e rischia di perdere i moderati. Potreste ritrovarvi in un vicolo cieco…

«Quanto successo in Sicilia è la rappresentazione plastica della “guerra fra bande”, che ci ha portati alla sconfitta. L’astensionismo mi preoccupa, però annoto che il mercato elettorale del centrodestra è rimasto intatto: sommando i voti di Musumeci e Micciché avremmo vinto. È il prodotto politico che è venuto meno. L’80% del nostro elettorato è contro il governo Monti, che noi continuiamo a sostenere. Il Pdl non è più nel cuore degli italiani, bisogna fare scelte diverse».

Ipotizziamo che lei vinca le primarie. Come rilancia il Pdl?

«Azzerando tutti, basta professionisti della politica. Io non voglio che in Parlamento ci sia qualcuno che non abbia mai lavorato un’ora in vita sua facendosi mantenere dagli italiani. Bisogna diminuire del 50% i costi della politica, ogni anno si spendono 20 miliardi di euro. Se è vero quello che dicono i magistrati, il caso Fiorito dimostra che ci sono troppi soldi a disposizione, quindi va abolito completamente il finanziamento pubblico. E poi farei un patto con gli italiani, di cui mi fido ancora molto. Vorrei guardarli negli occhi e dirgli che le tasse le portiamo al 30%, però bisogna che tutti le paghino. Questo è l’ultimo giro, altrimenti ci ritroviamo con un commissario europeo in casa che ci dice cosa fare».

Dall’altra parte del ring c’è Alfano… 

«Essere segretario del Pdl e avere un presidente come Berlusconi è difficile. Lui però doveva rinnovare, senza portare avanti una linea politica che andasse a braccetto con Monti e senza presentarsi con il cappello in mano da Casini, con cui i rapporti andavano chiusi da tempo visto che dice che “si può parlare solo se Berlusconi va ai giardinetti”. Sono errori indotti non solo da lui, però andava fatto di più».

Twitter: @GiorgioVelardi

La terribile settimana di Fini – da “Il Punto” del 16/11/2012

venerdì, novembre 16th, 2012

C’è stato un tempo in cui Gianfranco Fini era indicato da molti come il leader di una destra italiana di respiro internazionale. Una destra che aveva chiuso a chiave nel cassetto un passato poco glorioso per la storia del nostro Paese e che guardava al futuro con accenti meno marcati su temi quali l’immigrazione, le disuguaglianze, le pari opportunità. C’è stato, appunto. Perché la parabola discendente compiuta dall’attuale presidente della Camera rischia oggi di provocarne addirittura la fuoriuscita dal Parlamento. Stando agli ultimi sondaggi, Futuro e Libertà per l’Italia sarebbe ben lontano dalla soglia di sbarramento (4 per cento) stabilita dalla legge elettorale per accedere ai “palazzi”. Per Spincon (istituto di sondaggi online indipendente), infatti, solo l’1,8 per cento degli italiani voterebbero per il partito di Fini, mentre per Emg la percentuale salirebbe al 2,7 per cento (media: 2,3 per cento). Si tratta, comunque, del capitolo conclusivo di una storia dal finale amaro, sia per l’ex leader di Alleanza nazionale che per molti suoi compagni di viaggio. Una vicenda cominciata nel marzo del 2009, quando An fu sciolta per confluire nel Popolo della Libertà. Un partito in cui i rapporti di forza erano evidentemente squilibrati già in partenza. Questo perché Fini non aveva a che fare con un leader qualsiasi, ma con Silvio Berlusconi. L’uomo più potente del Paese. Colui che ad aprile del 2010, in occasione della Direzione nazionale del Pdl, lo cacciò pubblicamente da una creatura che era nata, cresciuta e modellata a sua immagine e somiglianza, in cui il dissenso non era (e in parte ancora non è) contemplato. «Un match senza precedenti, nel quale a prevalere è più la distanza personale che quella politica», scrisse il Giornale commentando l’accaduto. Da quell’incontro ravvicinato con il “peso massimo”, Fini uscì con le ossa rotte. Pensò che lo strappo gli avrebbe permesso di accaparrarsi le simpatie anche di chi fino a quel momento lo bollava ancora come «fascista», malgrado lui nel 2003, nel corso di un viaggio a Yad Vashem (Israele), definì il ventennio mussoliniano «il male assoluto». Così non andò. Per rimanere in vita Fli si è accodato a Udc e Api, dando vita ad un Terzo polo che si è sbriciolato ancora prima della conclusione dei lavori, e ha perso pezzi importanti quali Ronchi, Urso, Scalia, Rosso, Viespoli, Barbareschi… Nel frattempo di sottofondo, per Fini, c’erano gli echi della vicenda della casa di Montecarlo, che periodicamente regala aggiornamenti non certo esaltanti per moglie e cognato. Quel che è certo è che la settimana scorsa sarà ricordata a lungo dal presidente della Camera. Lunedì 5, ai funerali di Pino Rauti, storico segretario del Movimento sociale italiano che non accettò mai la “svolta di Fiuggi”, Fini viene pesantemente contestato dai camerati, che arrivano addirittura a sputargli addosso e ad accostarlo a Pietro Badoglio. «Un paio di tipi muscolosi hanno provato ad avvicinarsi, allora mi sono alzata e gli ho puntato contro l’ombrello», ha rivelato Assunta Almirante (moglie dello scomparso Giorgio, di cui il leader di Fli è stato a lungo il “delfino”), che lo ha difeso. Pochi giorni più tardi, poi, Fini tende la mano ad Alfano – «Con lui si potrà davvero aprire una pagina nuova per tutti i moderati italiani. E personalmente ne sarò lieto» – ma il segretario del Pdl lo gela: «La sua storia con l’elettorato di centrodestra è chiusa». Dice il vecchio adagio: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso».

Twitter: @GiorgioVelardi 

Il salto del Grillo – da “Il Punto” del 2/11/2012

lunedì, novembre 5th, 2012

Crocetta conquista Palazzo d’Orleans grazie ai voti dell’Udc, che rimescolano le carte in ottica nazionale. Ma a fare notizia è il boom del Movimento 5 Stelle. A picco il Pdl. Biancofiore: «La classe dirigente del partito si faccia da parte»

Alla fine ha avuto ragione Pietro Barcellona, comunista fino al midollo, maestro di diritto e personalità di spicco a Catania, di cui ha parlato domenica scorsa il Fatto Quotidiano: «Vincerà il partito degli astenuti». Così è stato, perché il 52,6 per cento dei siciliani ha preferito fare altro piuttosto che recarsi alle urne per decidere chi, dopo Lombardo, avrebbe dovuto sedere a Palazzo d’Orleans. Certo è che il partito del non-voto è andato a braccetto con uno che invece un simbolo e un candidato in carne e ossa ce l’aveva: il Movimento 5 Stelle. «Cancelleri (aspirante governatore degli “attivisti 5 stelle”, ndr) potrebbe arrivare al 15 per cento», andava dicendo Beppe Grillo negli ultimi giorni di campagna elettorale. Si è andati oltre, anche se non abbastanza per battere Rosario Crocetta (centrosinistra), nuovo presidente della Regione. Per capire l’exploit basta comunque rileggere quanto Grillo e i suoi raccolsero nel 2008: 1,7 per cento, dieci volte di meno. Dalla Sicilia al Parlamento il passo sembra essere breve, anche se «è difficile proiettare questo dato su base nazionale», dice a Il Punto il direttore di IPR Marketing Antonio Noto. «Grillo ha avuto il merito di condurre una grande campagna elettorale, spendendosi in prima persona soprattutto negli ultimi quindici giorni. Secondo i nostri calcoli, questo fattore ha portato ad un incremento del 7/8 per cento in termini di voti». Quello del comico genovese può essere dunque il primo partito in Italia? «Tutto può succedere – risponde il sondaggista –. In questo momento il M5S non lo è ancora, però con un ritmo simile ciò che è accaduto in Sicilia potrebbe avvenire anche alle elezioni nazionali». Poi il direttore di IPR Marketing mette in luce un aspetto importante: «Grillo è passato dal web alle piazze, non attrae più solo gli internauti ma anche coloro che fanno politica attiva nei luoghi tradizionali. Oggi il suo movimento oscilla fra il 16 e il 20 per cento». Sembra essere questo uno dei motivi che ha spinto una buona fetta dei siciliani a votare per il suo Movimento. Come ci racconta Rosario, 33 anni, che parla di «un modo di fare politica nuovo, per alcuni versi rivoluzionario. Una politica partecipata da cittadini per i cittadini, dove ognuno vale uno. La Sicilia, come altre Regioni, convive da anni con sperperi e clientelismo. Conoscendo di persona Cancelleri ho avuto modo di capire la genuinità della sua persona nonché la pacatezza e la coscienziosità nell’affrontare la corsa alla Regione. Il tutto senza che nessuno documentasse ciò che stava avvenendo nelle piazze siciliane. Mi ha dato fiducia vedere una persona come me piuttosto che un inarrivabile uomo in auto blu – continua Rosario –. La “casta” dei politicanti ha avuto la propria occasione, fallendola. Perché dare ancora fiducia a chi ci ha portato allo scatafascio? I seggi raccolti saranno determinanti nella vita e nelle decisioni prese dal nuovo governatore e dalla sua giunta. Credo servirà a darsi una “regolata”», conclude. L’altra faccia della medaglia è quella del Pdl, su cui sembrano essere definitivamente scorsi i titoli di coda. Pur sommando i voti raccolti dal partito e quelli presi dalla Lista Musumeci il crollo rispetto alle precedenti regionali è evidente e pesante. Lontano anni luce dal 33,5 per cento che il solo Popolo della Libertà raccolse quattro anni fa, quando Raffaele Lombardo doppiò la candidata del Pd Anna Finocchiaro. E, manco a dirlo, sul banco degli imputati è finito ancora una volta il segretario Angelino Alfano, che pure ha già formalizzato la propria candidatura alle primarie di dicembre. Daniela Santanchè vorrebbe la sua testa, mentre l’”amazzone” Michaela Biancofiore la pensa in maniera diversa. «Personalmente ho sempre messo in guardia Alfano dall’appoggiarsi sulla classe dirigente del Pdl. Questa sconfitta non può essere colpa sua, visto che è alla guida del partito da un anno – dice Biancofiore a Il Punto –. Certo è che lui poteva fare molto di più: aveva l’oro in mano e un partito genuflesso ai suoi piedi. Invece, forse per troppa educazione o per mancanza di coraggio, non ha avuto quella spinta innovatrice che ci voleva già all’epoca. Il decremento dei voti – prosegue ancora la deputata del Pdl – è iniziato il giorno dopo che siamo andati al governo: colpa di una dirigenza che si è imborghesita e che non riesce a cogliere la volontà dell’elettorato. In Sicilia tutto ciò è apparso chiaro: Musumeci più Miccichè insieme avrebbero raccolto oltre il 40 per cento dei voti. Una vittoria netta se non per i soliti personalismi che hanno portato all’allontanamento di Miccichè, prima sponsorizzato da Berlusconi e Alfano e poi fatto fuori da un giorno all’altro quando è intervenuto qualcuno, di cui non faccio nomi. Per preservare la propria poltrona c’è chi ci ha portati alla sconfitta. Le primarie? Ma le primarie di cosa? Dimettiamoci tutti e lasciamo che sia Berlusconi a decidere il da farsi». Poi ci sono i vincitori, che pure hanno le loro gatte da pelare. Perché Crocetta ha vinto grazie ai voti dell’Udc, che nell’economia del successo sono stati fondamentali. Un risultato che sconquassa i piani a livello nazionale? «L’Udc in Sicilia non è quello di Roma, così come il Pd siciliano è quello che si è alleato con Lombardo e nel quale non mi riconosco in modo così naturale. Questo risultato ci impone di ascoltare gli elettori: è un messaggio di malessere che deve portare ad una riforma radicale della politica» commenta Ivan Scalfarotto, dirigente del Partito democratico. «Al di là dei singoli casi, trovo che sia un risultato elettorale preoccupante per l’Italia – incalza Scalfarotto –. È il ritratto di un Paese difficile da governare, con i cittadini hanno voltato le spalle alla politica. Bisognerà fare in modo che la nuova legge elettorale non produca frammentazioni, altrimenti sarebbe un disastro. Pensare ad un sistema proporzionale con premio al primo partito non ha senso. Ci vuole invece un maggioritario con premio di coalizione». Cosa accadrà a livello nazionale resta dunque un’incognita. Nell’isola, dopo l’esclusione di Claudio Fava, Sel ha sostenuto Giovanna Marano (Fiom), che non ha raccolto i risultati sperati. E anche l’Idv non è andata granché. Nel day after i dubbi restano annidati sul tavolo di Pier Luigi Bersani. Grillo è pronto a saltare molto più vicino di quanto il segretario del Pd possa immaginare.

Twitter: @GiorgioVelardi 

Silvio, perché temi le primarie? – da “Il Punto” del 27/07/2012

lunedì, luglio 30th, 2012

Primarie sì, primarie no. Primarie forse. Nel Pdl che sta ancora digerendo la nuova “discesa in campo” di Berlusconi, c’è chi chiede a gran voce che la scelta del candidato premier avvenga attraverso la consultazione degli elettori. «Noi siamo per farle a tutti i livelli, ma nel momento in cui Berlusconi si candida si possono serenamente evitare», ha dichiarato il segretario Angelino Alfano. Proprio lui, che sembrava ormai essere diventato a tutti gli effetti il leader giovane e capace del partito: quello che dialoga con Monti, Bersani e Casini. Colui che avrebbe dovuto riporre nel cassetto l’immagine sbiadita del Cavaliere, provato dall’ultima legislatura finita come ben sappiamo, e ridare anima e corpo al Pdl. Ora però il consiglio che viene dato agli eventuali sfidanti è quello di fare un passo indietro: il rischio è di finire schiacciati sotto il peso (politico) dell’ex premier. Analizzando lo scenario, sorge però spontanea una domanda: siamo sicuri che le cose stiano davvero così? L’elettorato del Pdl è realmente convinto che senza Berlusconi il partito sia destinato all’ecatombe? Ecco, forse è arrivato il momento di scoprirlo. Non è un caso che sia la fronda degli ex An – quella che, agli occhi dei più, sembra ormai prossima all’epurazione – a fare quadrato affinché le primarie si svolgano lo stesso: da Gianni Alemanno a Giorgia Meloni, passando per Andrea Augello e Franco Frattini. Quest’ultimo, dicono i ben informati, pare abbia posto al centro del suo impegno politico la costruzione della famigerata «casa dei moderati». Ad oggi impossibile, vista la chiusura del leader dell’Udc Casini dovuta proprio al nuovo corso aperto dal Cavaliere. Certo, il blocco dei discendenti del Movimento sociale non è del tutto compatto. Basti pensare a quanto dichiarato dall’ex ministro Altero Matteoli (leggi l’intervista a pag. 24), da sempre contrario a questo meccanismo che considera «come una fuga dei partiti dalle proprie responsabilità». Convinti che le primarie siano un passaggio necessario sono anche i “formattatori”. I quali, appresa la notizia che Berlusconi avrebbe abbandonato il ruolo di “padre nobile” del Pdl, si sono subito affrettati a dargli il benvenuto fra i candidati al volere popolare. Loro non l’hanno presa per niente bene. Anche perché, hanno fatto sapere, «al di là dall’essere “antiche” o “obsolete”, (le primarie) sono state approvate dall’ufficio di presidenza appositamente convocato lo scorso 8 giugno, il cui documento finale è stato sottoscritto da tutti i dirigenti di partito presenti all’incontro. Hanno già smacchiato la loro firma dal documento?». In questo senso dovrebbe essere proprio Berlusconi a dare un segnale, convocando le primarie e dimostrando a tutti che è ancora lui il leader, senza «se» e senza «ma», della sua creatura. Quella a cui – sempre per singola volontà – ha dato vita in una fredda domenica d’inverno del 2007 a piazza San Babila, con il famoso annuncio del “Predellino”. Il cerchio si è chiuso e, come il gioco dell’oca, si è tornati al punto di partenza. Ma se errare è umano, perseverare è diabolico. Dunque Silvio si muova in questa direzione. O ha paura di uscire sconfitto?

Twitter: @GiorgioVelardi

La calda estate di Angelino

giovedì, agosto 4th, 2011

Con la nomina di Francesco Nitto Palma al ministero della Giustizia, Angelino Alfano potrà concentrarsi su un obiettivo che appare difficile da raggiungere: ridare credibilità al Pdl. Ce la farà? I nodi spinosi sono molti, e le sette “parole magiche” pronunciate dal neo segretario potrebbero non bastare.

Silvio Berlusconi ha puntato tutto su di lui. Lo ha definito «un uomo generoso, leale, un ragazzo intelligente che non mente mai». Ha fatto di più: in un’intervista a Repubblica, giornale non certo “amico”, il Cavaliere è addirittura arrivato ad investirlo ufficialmente come suo successore, convincendo e al tempo stesso scontentando alcuni dei suoi fedelissimi. Nelle sue mani, dunque, Angelino Alfano ha le chiavi di una macchina che tre anni fa sembrava poter superare a pieni voti tutti i crash test, ma che ora si ritrova con qualche ammaccatura di troppo e qualche componente da sostituire. Nel giorno della sua nomina (per acclamazione), lo scorso primo luglio, il neo segretario politico del Pdl ha parlato chiaro, impostando il suo discorso intorno a sette concetti chiave da cui intende ripartire. Un mese e mezzo dopo, a che punto siamo?

ONESTÀ E SANZIONI – «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Nel pronunciare queste parole Alfano ha stupito molti. Certo, nel mezzo l’ex ministro della Giustizia ha tenuto a ricordare che Berlusconi è «un perseguitato dalla giustizia», ma sentire che non tutti nel Popolo della Libertà sono scevri da colpe non è cosa di tutti i giorni. Alle parole, per ora, non sembrano essere seguiti i fatti. Se per ridare vigore al partito, e ad un classe politica che a destra e a sinistra sembra colpita quotidianamente dagli scandali, il punto di partenza è il cosiddetto “processo lungo” (che ha passato l’esame del Senato e verrà calendarizzato a settembre alla Camera) allora non poteva esserci inizio peggiore. Nel mezzo ci sono lo scandalo P4, che vede coinvolto il deputato Alfonso Papa, arrestato il venti luglio dopo il parere favorevole della Camera; quello che riguarda l’ex braccio destro del ministro dell’Economia Tremonti Marco Milanese, che ha screditato in maniera non troppo indiretta anche il titolare di via XX Settembre; infine, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa mossa nei confronti del titolare dell’Agricoltura Saverio Romano, per cui la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio. Il rinnovamento paventato da Alfano deve cominciare facendo luce su zone d’ombra evidenti. Un conto è il garantismo, un altro l’impunità.

MERITO – Parola spesso utilizzata impropriamente dalla nostra classe dirigente (non solo a livello politico), è entrata nel vocabolario personale del nuovo segretario del centro-destra. «Bisogna valorizzare il merito e il talento – ha sottolineato Alfano – altrimenti non vincono i migliori. Il partito deve saper offrire a un giovane consigliere provinciale o a un delegato la possibilità di diventare segretario, come accaduto a me». E come si mette in pratica un concetto tanto nobile quanto difficile da realizzare? In un solo modo: cambiando la legge elettorale. Uno dei capisaldi della Legge Calderoli, meglio conosciuta come Porcellum, è quello delle liste bloccate: gli elettori non possono esprimere le loro preferenze perché le scelte sui candidati le fanno i partiti. Con un ritorno al Mattarellum, o con l’introduzione di un sistema maggioritario a doppio turno, ai cittadini verrebbe data la possibilità di tornare ad esercitare un vero diritto di voto, scegliendo coloro che vengono ritenuti meritevoli di rappresentare la cosa pubblica.

PARTECIPAZIONE – Degli elettori, certo, ma anche di tutte le forze moderate e del Terzo Polo, con cui poter costruire un nuovo progetto in vista delle elezioni del 2013. Al popolo del Pdl, in una lettera pubblicata sul sito del partito in data 29 luglio, Alfano ha chiesto «suggerimenti per migliorare quanto di buono è già stato fatto in questi anni». C’è però bisogno di qualcosa di più, di una «rivoluzione culturale, molto difficile in un partito che ospita correnti, cordate e gruppi di potere sin qui tenuti insieme dal leader unico», come ha sottolineato di recente lo stimato politologo Alessandro Campi. Pensiero condivisibile, e anche in questo caso Alfano avrà il suo bel da fare. Capitolo alleanze: l’annuncio della nascita, a settembre, della Costituente popolare per riunire tutti i moderati italiani e dare vita ad un partito di ispirazione liberale e riformista fondato sui valori del PPE potrebbe fare gola a Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Se il leader Udc ha chiesto al neo segretario di «riflettere e cogliere l’opportunità di voltare pagina», non chiudendo di fatto le porte ad un futuro insieme (la condicio sine qua non sono comunque le dimissioni di Berlusconi), il Presidente della Camera non sembra deciso a tornare nell’alveo del Pdl. Per Fini fare un passo indietro significherebbe ammettere il fallimento di Futuro e Libertà, demolendo la propria credibilità a vantaggio del Premier. Dati alla mano, alle urne il Terzo Polo (di cui fanno parte anche Api ed Mpa, ndr) raccoglierebbe oggi il 12 per cento dei voti (dati ISPO/C.C. Management S.r.l.): una percentuale rilevante per comporre il nuovo scacchiere della politica italiana.

PASSIONE – Quella che Alfano ha mostrato nel giorno della sua nomina ha spinto Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Giuseppe Scalia a lasciare Fli per abbracciare la nascita della Costituente popolare citata pocanzi. All’ex ministro per le Politiche comunitarie è stato assegnato un posto nel board del Partito Popolare Europeo e il ruolo di responsabile organizzativo dell’intero progetto. Urso, invece, avrà il compito di coordinare le sei fondazioni già riconosciute dal PPE (Fare Futuro, Magna Charta, Liberal, Res Publica, Fondazione Sturzo e Popolari Europei di Franco Frattini) elaborando le tesi per un documento unitario in vista del congresso di Marsiglia a fine anno. Attenzione, però, agli attuali alleati, che in forme diverse stanno manifestando il proprio malessere. La Lega Nord lo ha fatto più volte nel corso degli ultimi mesi: prima parlando di stanchezza per le «sberle» prese dopo la disfatta alle Amministrative e ai referendum; poi con la votazione a favore dell’arresto di Papa; infine, portando avanti lotte intestine per l’apertura delle sedi ministeriali al Nord. Tutti accadimenti che hanno incrinato i rapporti con l’alleato di sempre. Se Alfano e Maroni rappresentano il futuro, il presente è ancora legato alla coppia Berlusconi-Bossi. E non è detto che i due continuino ad andare d’amore e d’accordo. C’è chi nel Pdl arriva, ma anche chi se ne va. Dopo Gianfranco Miccichè, pochi giorni fa è stata la volta di Ugo Cappellacci: da sempre legato a doppio filo a Berlusconi, il presidente della regione Sardegna ha riconsegnato la tessera perché «prima di tutto ci sono da difendere gli abitanti della mia terra, che il Governo ha umiliato».

REGOLE E PRIMARIE – Due parole che possono e devono essere trattate assieme. Perché le nuove regole sono (anche) quelle che nel centro-destra portano per la prima volta all’utilizzo di uno strumento finora “proprietà” dell’opposizione. Le hanno proposte Berlusconi e Alfano in persona, poi il Premier ha stupito tutti nominando il neo segretario come il candidato Pdl alle prossime elezioni. Lui ha rispedito il gentile regalo al mittente («nel 2013 avremo ancora bisogno, con gioia, della leadership di Berlusconi»), aprendo la corsa a quelle che preferisce chiamare «elezioni popolari». Come di consueto, quando si introduce una novità di simile portata, ecco nascere il fronte dei favorevoli e quello dei contrari. Fra i primi vanno annoverati il presidente della Lombardia Formigoni, il sindaco di Roma Alemanno e il ministro degli Esteri Frattini. Nel girone dei contrari, invece, spicca il titolare dei Trasporti Matteoli, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Finora le primarie non sono state altro che una dimostrazione della debolezza dei partiti che non sono in grado di decidere da soli cosa fare». Intanto, con una proposta di legge presentata alla Camera e al Senato da Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, la maggioranza lavora perché il ricorso alle primarie diventi obbligatorio e regolamentato per i partiti, ma solo ed esclusivamente per i vertici degli enti locali (non per la scelta della leadership, quindi). A quelle del Popolo della Libertà, nel frattempo, potranno partecipare solo i tesserati, in modo da evitare eventuali infiltrazione esterne. Fra settembre e ottobre dovrebbero essere messe nero su bianco le regole definitive, in modo da arrivare a novembre alla scelta dei leader locali.