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Tagling review – da “Il Punto” del 03/08/2012

martedì, agosto 7th, 2012

I dati del ministero dell’Interno indicano che dal 2010 sono circa 25 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto economico. E la situazione non è destinata a migliorare, visto che con la “spending review” alcune importanti città italiane rischiano il default. L’Anci dichiara: «C’è il pericolo di un pesante conflitto istituzionale e politico»

C’è una parola che in questi ultimi anni abbiamo imparato a conoscere bene. È default. Insolvenza, fallimento. Mancanza di liquidità. E c’è chi, in Italia, vive quotidianamente con questa spada di Damocle che pende sulla testa. Sono i nostri sindaci. Da Nord a Sud, passando per il Centro: tutti contro quella che è stata ribattezzata «Tagling review ». Perché la revisione della spesa pubblica decisa dal governo Monti, che vedrà lo Stato risparmiare 26 miliardi di euro entro i prossimi tre anni, mette seriamente a rischio la stabilità dei Comuni. Il muro contro muro fra l’Anci (l’Associazione nazionale dei comuni italiani) e l’esecutivo guidato dall’ex Commissario europeo non ha portato finora al raggiungimento di un accordo comune. Anzi, a margine dell’incontro che si è svolto a Roma lo scorso 24 luglio fra una delegazione di primi cittadini e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, il numero uno dell’associazione Graziano Delrio ha paventato il rischio «di un pesante conflitto istituzionale e politico, anche nei confronti delle nostre forze politiche di riferimento in Parlamento».

RISCHIO CRAC – Se fino a due anni fa i Comuni che avevano dichiarato il dissesto economico non riempivano le dita di una mano, oggi – secondo dati del ministero dell’Interno – il loro numero si aggira intorno ai 25. E nella black list non ci sono (come si potrebbe facilmente pensare) solamente quelli del Sud, ma anche città del Centro e del Nord Italia. Attualmente sono dieci i Comuni che rischiano il default, fra cui Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Il colpo di grazia potrebbe darlo una norma (art. 6, comma 17) inserita nel decreto legge sulla spending review, che chiede ai Comuni di mettere a bilancio un fondo di svalutazione del 25 per cento dei residui attivi più vecchi di cinque anni. Si tratta di entrate inserite in bilancio e non ancora incassate. Secondo stime de Il Sole 24 Ore sono 2,3 i miliardi di euro in ballo, dunque i fondi di svalutazione dovranno bloccare almeno 580 milioni. Ad avere la peggio potrebbero essere proprio due delle città citate in precedenza, visto che fra le municipalità con i bilanci più appesantiti dai residui attivi da svalutare ci sarebbero Napoli (700 milioni di euro) e Palermo (181). Trema anche Torino (499). Ma le difficoltà non si esauriscono qui. «Dal 2007 al 2013, tra tagli e risparmi, sono stati chiesti ai comuni 22 miliardi di contributi», ha recentemente dichiarato Delrio. E ovviamente, a pesare come un macigno, ci sono i 500 milioni di euro in meno previsti per l’anno in corso e i 2 miliardi del 2013/2014. Con un emendamento al decreto sulla spending review nelle casse dei Comuni (via Regioni) entreranno 800 milioni. Ma, avverte il numero uno dell’Anci, «i soldi saranno utilizzati per pagare le imprese. Dunque per i nostri bilanci non cambia nulla». Infine c’è la Corte dei Conti, con il presidente Luigi Giampaolino che sette giorni fa ha fatto sapere che le amministrazioni locali sono «molto esposte a vincoli e restrizioni». Per Regioni, Province e Comuni il calo è «vicino al 20 per cento», mentre le amministrazioni centrali sono «meno colpite dagli effetti di contenimento».

IMU E PATTO DI STABILITÀ – Molto più allarmante il messaggio lanciato da Alessandro Cattaneo, giovane sindaco di Pavia e vice presidente vicario dell’Anci. «Alcuni Comuni, tra cui anche capoluoghi come Lecce, iniziano ad avere difficoltà di cassa e ad agosto potrebbero non riuscire a pagare gli stipendi. Il capoluogo pugliese ha incassato un terzo del gettito previsto dall’Imu». Eccolo un altro problema delle amministrazioni locali. Per quanto riguarda la “super Ici” (che dal prossimo anno dovrebbe tornare interamente ai Comuni), infatti, se da una parte il ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto sapere che l’incasso della prima rata è in linea con le attese – 9,6 i miliardi di euro finiti nelle casse pubbliche: 5,6 andranno ai Comuni e 4 allo Stato –, dall’altra c’è chi afferma la presenza di un ammanco di gettito del 5 per cento. L’Anci ritiene la quota veritiera: «Si tratta di una percentuale media, ciò vuol dire che in diversi centri la mancanza è superiore », ha dichiarato il segretario generale Angelo Righetti. In sostanza, se grandi centri come Roma e Milano si sono classificati al primo e secondo posto per riscossione, ci sono realtà come Napoli, Firenze e Bergamo che hanno fatto registrare il segno meno. Al capoluogo campano mancherebbero 37 milioni, a quello toscano 11, mentre a Bergamo 15. La maglia nera va a Elva, piccolo comune in provincia di Cuneo (102 abitanti), che ha raccolto solo 4.507 euro. Il rischio è quello di una stangata sulle aliquote per le prossime due rate, a settembre e dicembre. Poi c’è il Patto di stabilità, di cui da anni si sottolinea l’eccessiva rigidità, visto che in sostanza pone ai Comuni regole sempre più restrittive. Le quali, spesso, costringono i sindaci a non poter prevedere attività a favore della cittadinanza. «Il Patto di stabilità di fatto strozza la spesa in conto capitale degli Enti locali », ha dichiarato il sindaco di Bari Michele Emiliano. «Occorre quindi una rivisitazione delle modalità di determinazione, con l’allentamento dei vincoli alla spesa per consentire ai Comuni di effettuare i pagamenti alle imprese creditrici e di riprendere gli investimenti, con effetti rivitalizzanti capaci di rilanciare l’economia locale e nazionale». Nel frattempo, secondo quanto anticipato nei giorni scorsi dal quotidiano La Stampa, il governo sta pensando ad un progetto «blocca-dissesti», che consenta alle amministrazioni locali in difficoltà di avviare un meccanismo virtuoso di gestione dei bilanci.

LA «VIRTUOSA» SALERNO – Nel mare magnum delle città a rischio per colpa della spending review c’è (a sorpresa) Salerno. Parlando della situazione del suo Comune, il sindaco Vincenzo De Luca (che si è detto pronto a chiudere il Municipio) ha coniato un’espressione: «Paradosso dell’efficienza». Il perché lo spiega direttamente il primo cittadino campano a Il Punto: «In due anni abbiamo perso un terzo dei trasferimenti dello Stato, dovendo fare i conti con 20 milioni di euro in meno di entrate. A Salerno, e in pochi altri Comuni italiani, il bilancio previsionale del 2012 è stato approvato a dicembre. Se si fa una manovra a luglio, con il nostro bilancio totalmente impegnato, è del tutto evidente che ci troviamo nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Dunque la nostra efficienza ci porta ad essere penalizzati due volte». Prosegue De Luca: «Il taglio lineare non distingue fra le spese correnti e quelle del personale. Noi siamo fra i primi quattro comuni d’Italia per la rete di asili nido – e di gran lunga il primo Comune del Mezzogiorno per il posto negli asili nido nella fascia da 0 a 3 anni: 26,5 ogni 100 –, e il primo capoluogo italiano per la raccolta differenziata (70 per cento, ndr). Tutto è investito sulla qualità della vita e sulle politiche per la persona». A cosa va incontro Salerno con questi tagli? «Rischiamo di avere contenziosi con le imprese con cui abbiamo contratti in essere, e di trovarci a dover bloccare gli stipendi o a tagliare i servizi. Stimo Monti, ma credo sia arrivato il momento di una revisione profonda delle politiche che riguardano gli enti locali dopo anni di devastazione nel rapporto fra centro e Comuni. Io sono per usare la spada, ma in maniera intelligente. Se non abbiamo la possibilità di accendere mutui e di sganciare dal Patto di stabilità le spese per gli investimenti, è chiaro che si va a bloccare la possibilità di creare economia, con un vasto programma di opere pubbliche e manutenzione urbana. Ma nell’area meridionale sarebbe bene sganciare dal Patto anche le quote di cofinanziamento per i fondi europei, altrimenti si blocca la possibilità di adoperarli ». Poi il primo cittadino lancia l’allarme: «Se nel Meridione si elimina la liquidità si va incontro ad una devastazione civile. Se gli unici soldi a circolare sono quelli delle organizzazioni criminali, allora concluderemo questa stagione con una esplosione di usura e di penetrazione della malavita nell’economia. Creare le macerie con le nostre mani mi pare atroce: ho il dovere di sperare che non sia così. Fino ad oggi non siamo arrivati ad un punto d’incontro, mi auguro che prevalga la sensibilità necessaria».

LA PAROLA AI SINDACI Abbiamo incontrato molti di loro lo scorso 24 luglio, a Roma, in quella che – scomodando un passato non certo glorioso per il nostro Paese – è stata definita «La marcia su Roma dei sindaci italiani». Ognuno ha portato nella Capitale, oltre alla fascia tricolore, le proprie difficoltà. Molte delle quali ereditate da precedenti gestioni non certo eccellenti. «Il mio comune si è già accorto degli effetti che hanno avuto le manovre dello scorso anno» dichiara a Il Punto Roberto Castiglion, sindaco di Sarègo, in provincia di Vicenza. «Ci sono stati 300mila euro di ammanco al nostro bilancio che abbiamo dovuto ripianare riducendo le spese – prosegue –. Con questi tagli dovremo sicuramente prevedere nuove e importanti misure di contenimento, proprio perché non vorremmo utilizzare l’ultima “arma” a nostra disposizione, ovvero l’aumento delle tasse». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Virginio Merola, primo cittadino di Bologna e delegato alle politiche istituzionali dell’Anci, che rivela come quello con cui il suo comune dovrà fare i conti «sarà l’ennesimo taglio a bilancio approvato. Noi siamo favorevoli alla revisione della spesa, non alla politica dei tagli, che rendono insostenibile la vita dei cittadini. Dire che si deve tagliare una data cifra non è un ragionamento di merito, ma un colpo mortale ai territori. Bisogna permettere ai Comuni di spendere per gli investimenti e di essere autonomi nella riscossione dell’Imu», conclude. Era presente in Piazza Sant’Andrea della Valle anche il già citato Alessandro Cattaneo. «Abbiamo varcato il limite», esordisce interpellato da Il Punto. «Il rischio concreto è quello di vedere compromessi i servizi essenziali. Noi sindaci ci occupiamo delle scuole, del trasporto pubblico, garantiamo l’assistenza per i ragazzi disabili. Tutto ciò rischia di essere messo fortemente in discussione, per questo contestiamo due aspetti. Il primo: è troppo comodo prendersela con gli enti locali, ultima catena delle istituzioni. Secondo: il metodo. Non si può colpire indistintamente chi ha dimostrato di essere efficiente e governare bene e chi, al contrario, ha sprecato le risorse pubbliche. Vogliamo che venga premiata la virtuosità».