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Alla corte di Monti – da “Il Punto” del 10/08/2012

lunedì, agosto 27th, 2012

Prende corpo la ricandidatura del presidente del Consiglio e di alcuni suoi ministri dopo la fine della legislatura. Ad auspicare che ciò accada non ci sono solo esponenti di Pdl, Pd e Udc, ma anche i leader internazionali. Su tutti Obama, la cui rielezione passa soprattutto per il salvataggio dell’euro

«Sto diminuendo coscientemente la mia sensibilità auditiva quando mi viene fatta questa domanda». Il presidente del Consiglio Mario Monti scherza con i giornalisti che gli chiedono se sia sua intenzione ricandidarsi una volta terminata la legislatura. Eppure, malgrado il tira e molla fatto di annunci e smentite che va avanti da mesi, l’ex Commissario europeo sa bene cosa fare. Il piano per un «Monti dopo Monti» (che includerebbe anche alcuni suoi ministri) esiste. E non coinvolge solo attori della politica italiana. Se infatti, da una parte, ci sono frange di Pdl e Pd che sono favorevoli ad una simile ipotesi – con l’Udc a fare da trait d’union affinché ciò accada –, dall’altra sono i protagonisti della politica internazionale a spingere per la soluzione di continuità. Su tutti, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che vede in Monti un interlocutore privilegiato e che teme di perdere le elezioni di novembre proprio a causa dello sgretolamento dell’Europa e del crack dell’euro.

I “PRO-MONTI” ITALIANI - «Il dopo Monti siamo noi», ha dichiarato il leader del Partito democratico Pier Luigi Bersani presentando la “Carta degli intenti”. Ma per il numero uno di Largo del Nazareno la realtà, fra poco meno di un anno, potrebbe essere amara. E sarebbe una seconda batosta, visto che chi lo conosce bene giura e spergiura che il segretario dei democrat, dimessosi Berlusconi, avrebbe fatto carte false per andare alle urne. Salvo poi doversi arrendere alla volontà del presidente della Repubblica. Il nome del burattinaio scaltro che caldeggia l’ipotesi di un Monti-bis è noto da tempo: Pier Ferdinando Casini. In un’intervista rilasciata a la Repubblica il 29 luglio scorso il leader dell’Udc, da sempre il più fedele fra i componenti della «strana maggioranza» che sostiene il premier, si è detto pronto ad aprire il partito «a disponibilità esterne». Il primo ad essere il benvenuto nella grande «casa dei moderati», ancora nella fase di work in progress, è proprio Monti. Il quale non sarebbe certo retrocesso a comprimario – del resto, ha fatto sapere l’ex presidente della Camera nel suddetto colloquio, il capo dell’esecutivo «ha fatto in sei mesi ciò che per tanto tempo è stato evocato e mai realizzato» –, ma continuerebbe a recitare un ruolo da protagonista permettendo a Casini di salire al Colle. Ovviamente, per portare a termine il piano, c’è bisogno del maggior sostegno possibile. Dunque non è un caso che Luca di Montezemolo abbia per il momento congelato l’idea di “scendere in campo” – se ne riparlerà a settembre, ma il coordinatore nazionale di “Italia Futura” Federico Vecchioni ha già fatto sapere che il presidente della Ferrari farà il «padre nobile» – per dare il proprio sostegno al lavoro di Monti. Ma non c’è solo Montezemolo sul taccuino di Casini. Perché uno dei nomi caldi, in questi giorni, è quello dell’ex leader di Confindustria Emma Marcegaglia. Non a caso a giugno, nell’intervista rilasciata a Il Punto, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa aveva avvisato di stare «dialogando con ambienti esterni», fra cui l’unione degli industriali. Fra Montezemolo e Marcegaglia non corre buon sangue (il primo appoggiava Alberto Bombassei come nuovo numero uno di viale dell’Astronomia, la seconda il vittorioso Giorgio Squinzi), ma qui la posta in palio è alta: il futuro dell’Italia. Della contesa fanno parte anche i “montiani di ferro” di Pdl e Pd. Nel partito di Berlusconi il più convinto dell’operato del premier è Franco Frattini, che appare sempre più distante dalle posizioni interne al suo schieramento. Vuole le primarie, almeno a tutti gli alti livelli, e a fine settembre prenderà parte ad un meeting – che si sarebbe dovuto svolgere già a luglio – a cui parteciperanno le “anime moderate” di Pdl, Pd e Udc (tra cui Fioroni, Enrico Letta, Adornato e Cesa). Nel Pd sono invece Giorgio Tonini, Enrico Morando, Marco Follini e Paolo Gentiloni a sostenere che sia necessario «continuare con Monti». Di più: l’ex ministro delle Comunicazioni ha avvisato che il punto di rottura potrebbe essere la creazione di una lista a favore del premier. Bersani è avvisato.

I “PRO-MONTI” STRANIERI - Ma se in Italia sono in molti a volere ancora Monti, nel resto del mondo la situazione non è dissimile. L’ex Commissario europeo è riuscito a conquistarsi in pochi mesi la stima di tutti i maggiori partner internazionali. Primo fra tutti, il presidente americano Obama, che tra poco meno di cento giorni affronterà la sfida per la rielezione sfidando il repubblicano Mitt Romney. Quello che lo attende sarà un cammino in salita. Non tanto per il valore dell’avversario (lo testimonia la serie di gaffe messe in fila da Romney nel suo ultimo viaggio), quanto perché la crisi che continua a mordere alle caviglie l’Europa ha effetti devastanti anche sugli Stati Uniti, che pure l’hanno scatenata. Vedere per credere quanto sta accadendo alla California, lo stato americano più popoloso, che in pochi mesi ha visto fallire città come Stockton (300mila abitanti, più o meno come la nostra Venezia) e San Bernardino (200mila). Obama è molto preoccupato per il percorso da gambero che sta portando avanti l’Europa, complici anche i diktat della Germania che rallentano qualsiasi possibilità di ripresa immediata. Ecco dunque che Monti potrebbe essere l’uomo giusto al posto giusto – anche nell’immediato futuro – per ammorbidire la linea dura della Merkel, godendo del sostegno Usa e di quello del presidente francese François Hollande. A testimonianza di ciò lo stesso presidente del Consiglio, poche ore prima dell’importante riunione del board della Bce a Francoforte (la scorsa settimana), ha lanciato un messaggio poco rassicurante per tutti: «Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è quello di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all’euro e non orientato alla disciplina fiscale». Il che vorrebbe dire far scorrere i titoli di coda sul nostro Paese e sull’intera Eurozona. Non è dunque casuale che, malgrado il dietrofront dopo aver lanciato la «pazza idea» di uscire dall’euro, Obama si sia informato tramite l’ambasciatore americano a Roma David Thorne sulla reale volontà di Berlusconi di ricandidarsi. Nel partito internazionale “Pro-Monti” compare anche il nome di Vladimir Putin, da sempre vicinissimo al Cavaliere. Un ulteriore segnale dell’aurea salvifica che proietta il presidente del Consiglio al proseguimento del soggiorno a Palazzo Chigi.

SQUADRA CHE VINCE… - Ovvio che il premier non affronterà da solo il secondo tempo della sua carriera politica. Perché, come dice il vecchio adagio, «squadra che vince non si cambia». E allora è già nero su bianco una lista di ministri “tecnici” da elevare al rango di “politici”. Il candidato più illustre a rimanere nell’agone è il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca. Col suo cognome i titolisti giocano da settimane. E lui, fra ammiccamenti e mezze ammissioni, sembra gradire le avances che arrivano da sinistra. Barca non è certo un “signor nessuno”. Classe 1954, è figlio di Luciano, uno dei più stretti collaboratori di Enrico Berlinguer e direttore de l’Unità e Rinascita. Non a caso a maggio, intervistato nel corso del programma di Radio2 Un giorno da pecora, il ministro ha dichiarato che alle ultime elezioni ha «votato a sinistra del Pd». Bersani, dicono, lo reputa un (possibile) ottimo acquisto. Mentre Giuseppe Civati, consigliere comunale «rottamatore» della Lombardia, il 16 giugno ha scritto su Twitter: «A me piace Barca, per dirne uno». Insomma, il Pd che si divide sui punti e le virgole converge sul nome del ministro. Che sarà in buona compagnia. Perché se il regista del «Monti dopo Monti» sarà – come detto – Pier Ferdinando Casini, c’è da aspettarsi che l’Udc apra le porte a personaggi del calibro di Corrado Passera (ministro dello Sviluppo Economico), Lorenzo Ornaghi (Beni culturali), Andrea Riccardi (Cooperazione e Integrazione), Francesco Profumo (Istruzione e Ricerca) e Paola Severino (Giustizia). Che l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo non fosse entrato in politica per rimanerci poco più di un anno è apparso chiaro da subito. Ma c’è un particolare che va preso in considerazione con estremo interesse: il 20 per cento di Ntv, la società di Montezemolo e Della Valle che fa da “antagonista” a Ferrovie dello Stato nel settore del trasporto ferroviario, è detenuto dalla Imi Investimenti, società del Gruppo Intesa controllata al cento per cento dalla capogruppo. Certo: Passera non ha più alcun ruolo nella banca torinese, e i maligni dicono che i rapporti fra lui e Montezemolo si siano raffreddati dopo le critiche di quest’ultimo al “timido” piano di liberalizzazioni del governo Monti. Provvedimento per il quale il ministro ha avuto un ruolo chiave. Ma le ruggini, spesso, vengono smacchiate, e si torna amici come prima. Meno complesso il discorso per Ornaghi e Riccardi, visto che entrambi sono di forte estrazione cattolica. Il primo, rettore dell’Università Cattolica, è stato vicepresidente del Cda del quotidiano Avvenire (2002/2011) e molto vicino alle posizioni del cardinale Camillo Ruini, sostenitore della presenza della Chiesa nel mondo della cultura. Riccardi è invece fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nata nel 1968 e non scevra da critiche a tratti feroci, come quella dell’ambasciatore italiano ad Algeri Franco De Courten alla fine degli Anni ’90. Più “semplice” il motivo per cui potremmo rivedere in Parlamento il ministro della Giustizia Paola Severino (anche lei di salda cultura cattolica). Oltre ad essere vice-rettore dell’Università Luiss – di proprietà di Confindustria –, la Guardasigilli ha fra i suoi assistiti anche Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini. Il regista del «Monti dopo Monti». Da cui potrebbe trarre un considerevole vantaggio.

Twitter: @GiorgioVelardi

Soliti “nuovi” avanzano – da “Il Punto” del 30/03/2012

mercoledì, aprile 4th, 2012

L’ex numero uno di Confindustria si prepara a scendere in campo. «Se la politica non si rinnova faremo la nostra parte», ha più volte ribadito. Fini gli tende la mano, ma il progetto politico di Italia Futura sembra essere un altro: fare da garante al “patto di legislatura”

«Del doman non v’è certezza», assicurava alla metà del 1400 Lorenzo de’ Medici nella sua “Canzone di Bacco”. E nel domani della politica italiana accade lo stesso. Le certezze sono crollate da quando Mario Monti è diventato presidente del Consiglio, varando misure dure che i partiti – quelli che ora sembrano aver ritrovato un innato «spirito nazionale» – non hanno avuto il coraggio di mettere nero su bianco negli ultimi vent’anni. Ovvio che il cammino verso il 2013, quando terminerà l’esperienza politica dell’ex Commissario europeo e dei suoi ministri, sia irto di ostacoli. E allora ecco comparire figure nuove (o pseudo tali) sulla strada che porta alle urne. Italia Futura, il “serbatoio di pensiero” fondato nel luglio del 2009 da Luca Cordero di Montezemolo, scalda i motori. Si trasformerà in un partito, con il presidente della Ferrari candidato premier? «Forse», dicono i ben informati. È ormai chiaro che l’ex presidente di Confindustria sia pronto alla sua personale “discesa in campo”. Il gruppo di seguaci è variegato, ma formato da facce già viste. E il suo progetto potrebbe non essere quello di proporsi come leader di un partito – o di una coalizione – che lo porti a Palazzo Chigi. Bensì, fare da garante a quel “patto di legislatura” che il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini continua a chiedere con insistenza.

TRA FINI E CASINI – A destra? O a sinistra? Meglio al centro. Tra Fini e Casini. Anche se tutti e tre gli schieramenti (meglio: alcune parti di essi) vogliono accaparrarsi «the uncrowned king of Italy», come lo ha definito pochi mesi fa il Wall Street Journal. C’è chi, però, lo ha fatto capire in maniera netta. «Io e Luca diciamo cose simili, ci sentiremo e ci incontreremo in vista della costituente di centrodestra. Se son rose fioriranno», ha annunciato poco meno di quindici giorni fa Gianfranco Fini da Pietrasanta, dove si è svolta la convention di Futuro e Libertà. Che, ha tenuto a precisare il presidente della Camera, «non è un partito – perché i partiti finiscono per diventare nomenclatura –, ma un atto d’amore per l’Italia, nato dalla ribellione a Berlusconi». Per Fini la realtà appare però a tinte fosche. Oscurato da Casini, l’ex leader di Alleanza nazionale si è trovato nuovamente schiacciato sotto il peso di una figura forte com’è oggi il numero uno dell’Udc. Meglio studiare una exit strategy dal Terzo polo, aprendo a tutte quelle forze (politiche o meno che siano, visto che Italia Futura è ancora un think tank) per risollevare le sorti di una creatura che rischia di essere dimenticata in malo modo dalla storia della politica italiana. Montezemolo, per ora, resta a guardare. Anche perché, malgrado il direttore di Italia Futura Andrea Romano abbia dichiarato che «Casini e Montezemolo sono come l’acqua con l’olio, impossibili da amalgamare» (l’Unità, 23 agosto 2011), è proprio quel «governo di unità nazionale» chiesto a gran voce da Casini ad ingolosire il presidente della Ferrari. Infatti, proseguendo per altri cinque anni con la formula del ”tutti insieme appassionatamente”, in Parlamento Montezemolo potrebbe dare vita al progetto di quel «fronte liberale e democratico» di cui Carlo Calenda, Andrea Romano e Nicola Rossi (ex senatore del Pd ora nel gruppo misto, e “mente economica” della fondazione) hanno parlato in un recente articolo pubblicato sul sito di Italia Futura. La scorsa estate, quando il governo Berlusconi varò la manovra “lacrime e sangue”, lo stesso Rossi fu il relatore di un manifesto in dieci punti con cui Italia Futura chiedeva la dismissione del patrimonio mobiliare e immobiliare dello Stato e degli enti locali, l’abolizione delle Province e delle pensioni di anzianità, l’introduzione di un unico contratto di lavoro e la possibilità di licenziamenti per motivi organizzativi ed economici, più una serie di liberalizzazioni in settori strategici quali i servizi pubblici locali e il trasporto ferroviario regionale (Montezemolo è anche numero uno di Ntv, Nuovo Trasporto Viaggiatori). Un programma che ricalca in parte quello del governo Monti: un segno di continuità evidente, dunque. E molti interpreti, anche se il presidente del Consiglio deciderà – come ha più volte dichiarato – di non voler guidare un nuovo esecutivo, potrebbero essere gli stessi.

PASSERA E SQUINZI – A cominciare dal superministro Corrado Passera, il cui nome è stato addirittura indicato per il dopo-Monti. Che l’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo sia entrato in politica per restarci è ormai acclarato. Così come il fatto che i suoi rapporti con lo stesso Montezemolo siano floridi. Il 20 per cento di Ntv, infatti, è in mano all’istituto di credito per cui Passera ha lavorato fino a pochi mesi fa. Percentuale posseduta grazie alla Imi investimenti (società del gruppo che opera nel settore dell’equity investment), mentre il 33,5 per cento è detenuto complessivamente da Montezemolo, Diego Della Valle e Gianni Punzo. C’è di più: Intesa Sanpaolo è la banca che ha prestato più fideiussioni e garanzie alla società ferroviaria: un valore nominale di 51 milioni di euro su un totale di 85. Una salda amicizia, insomma. Poi c’è la questione Confindustria. Lo scorso 22 marzo Giorgio Squinzi, patron di Mapei, è stato nominato nuovo numero uno di Viale dell’Astronomia. Una scelta che ha deluso Montezemolo, che aveva puntato tutto sull’altro candidato, Alberto Bombassei, e che ha decretato la vittoria di Emma Marcegaglia, primo sponsor di Squinzi. Più vicino alle politiche della Fiat, il presidente di Brembo avrebbe addirittura permesso un rientro del gruppo automobilistico torinese in Confindustria – o almeno così aveva ipotizzato l’ad Sergio Marchionne –, dopo l’uscita del primo gennaio scorso. Una sconfitta che non dovrebbe comunque frenare le aspirazioni di Montezemolo.

LE PROSPETTIVE – Nel frattempo Italia Futura lavora alla sua espansione. Le sedi regionali sono già presenti in Basilicata, Liguria, Puglia, Marche, Toscana e Veneto, ultima in ordine di tempo ad essere inaugurata, il 3 marzo scorso. E nei distaccamenti è facile trovare esponenti del mondo dell’imprenditoria e della stessa politica. In Toscana, prima di essere nominato coordinatore nazionale, c’era Federico Vecchioni, già presidente di Confagricoltura e attualmente a capo di Agriventure (gruppo Intesa); nelle Marche la numero uno è Maria Paola Merloni (Pd), ministro ombra per le Politiche Comunitarie, mentre in Liguria c’è il proprietario della tv regionale Primocanale Maurizio Rossi. Ma un certo appeal Montezemolo lo suscita anche negli altri schieramenti politici: gli ormai noti “scajolani” sembrano pronti ad abbracciare le sue idee. Chi il matrimonio lo ha già celebrato è Giustina Destro, una delle dissidenti del Pdl, che in un’intervista al quotidiano il Riformista, datata 12 novembre 2011, ha assicurato che «Montezemolo guiderà il nuovo centrodestra». E le critiche? Ci sono anche quelle. L’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che una volta conclusa la sua esperienza col Pd aveva pensato di sottoscrivere il nuovo progetto, ha fatto sapere di non aver mai compreso appieno le intenzioni dell’ex leader degli industriali. «Speravo desse risposte, non è successo», ha dichiarato il filosofo. Il sentore è che queste arrivino presto. Molto prima di quanto immagini lo stesso Cacciari.