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Posts Tagged ‘Pierferdinando Casini’

Dottor Massimo e mr. D’Alema – da “Sfera pubblica” (15/12/2012)

lunedì, dicembre 17th, 2012

Primo luglio 2012: «In un nuovo centrosinistra europeo Monti può trovarsi a perfetto agio. È una personalità liberale che con la sua azione può mitigare positivamente le resistenze stataliste che ci sono ancora tra i socialisti. La sua insistenza sul completamento del mercato unico è giusta. Ha posizioni che a me paiono compatibili con il nostro orizzonte programmatico».

Quattordici dicembre 2012: «L’ho detto a Monti personalmente, ora glielo dico pubblicamente: sta logorando la sua immagine. Preservi se stesso, sia utile al Paese, non si faccia coinvolgere negli spasmi di una crisi politica sempre più convulsa e sconcertante per i cittadini. (…) Trovo che sarebbe illogico e in qualche modo moralmente discutibile che il Professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha voluto e lo ha sostenuto nell’operazione di risanamento. Avendo grande stima di lui spero che non lo farà».

È strano pensare che entrambe le dichiarazioni siano state rilasciate dalla stessa persona, e a distanza di pochi mesi. Eppure è così. Neanche fosse dottor Jekyll e mr. Hyde, con una incredibile capriola, Massimo D’Alema ha fatto “un passo indietro” rivalutando – in negativo – la figura di Mario Monti. Perché averlo come alleato va bene, ma contro no, questo il presidente del Copasir proprio non lo può sopportare. Perché «qui stiamo parlando del futuro del Paese e delle istituzioni, non stiamo all’asta delle poltrone», ha aggiunto. Sussulto d’orgoglio. O forse paura. Quella, cioè, di vedere il centrosinistra ancora una volta subalterno alle altre forze che compongono lo scacchiere politico italiano: la “discesa in campo” di Monti e la capacità di Casini e Montezemolo di muovere «truppe cammellate» a suo sostegno fanno sudare freddo i vertici di Largo del Nazareno.

Nel 2006 Prodi riuscì a compiere il miracolo, ma poi il suo progetto si squagliò come neve al sole neanche due anni dopo, complice il fatto di aver messo in piedi una coalizione che andava da Mastella a Bertinotti. Un’ammucchiata perdente che diede a Berlusconi e al Pdl la possibilità di tornare a governare potendo contare sulla più ampia maggioranza nella storia della Repubblica. Ora l’incubo potrebbe ripetersi. Tutto, ovviamente, dipende dall’ex Commissario europeo, che continua a glissare sul suo futuro ma che prima o poi dovrà prendere una decisione definitiva.

Ma torniamo a D’Alema che, “rottamato” Renzi, deve decidere cosa farà da grande. Nell’intervista rilasciata il 14 dicembre al “Corriere della Sera” l’ex ministro degli Esteri è stato chiaro: «Ho dato la mia parola, non mi ricandiderò». Aggiungendo: «Vorrei ricordare che non sono disoccupato: sono presidente della fondazione Italianieuropei e sono a capo – nientemeno che, verrebbe da dire, ndr – della Foundation of European Progressive Studies. Faccio parte dei vertici del Pse». Ed è anche giornalista professionista. Quindi chissà che, per schiribizzo, il premier del “ribaltone” non voglia togliere il posto a qualche illustre commentatore – o a qualche precario – rispolverando la gloriosa tessera dell’Odg.

C’è comunque chi lo indica nuovamente alla Farnesina. E lui, sornione, dice che se arriverà una chiamata la valuterà. Quindi niente deroga, quella lasciamola alla Bindi. Anche perché, dopo la fredda replica di Bersani («Non sono io a nominare i deputati») alle sue esternazioni di metà ottobre («Posso candidarmi se me lo chiede il partito») e le parole non certo al miele del vicesindaco di Vicenza – e portavoce del segretario alle primarie – Alessandra Moretti, D’Alema ha capito che una forzatura sarebbe controproducente. Quindi meglio restare alla finestra. E magari, nel frattempo, rileggere il celebre romanzo di Stevenson. Certo, non un’opera contemporanea, visto che è datata 1886. Però per lui, che è in Parlamento da quasi 24 anni, dovrebbe andare più che bene.

P.S. Chiunque trovi un provvedimento che porta il nome di D’Alema, e che ha cambiato il corso degli eventi in Italia, è pregato di farcelo sapere. Buona ricerca.

Twitter: @GiorgioVelardi

La calda estate di Angelino

giovedì, agosto 4th, 2011

Con la nomina di Francesco Nitto Palma al ministero della Giustizia, Angelino Alfano potrà concentrarsi su un obiettivo che appare difficile da raggiungere: ridare credibilità al Pdl. Ce la farà? I nodi spinosi sono molti, e le sette “parole magiche” pronunciate dal neo segretario potrebbero non bastare.

Silvio Berlusconi ha puntato tutto su di lui. Lo ha definito «un uomo generoso, leale, un ragazzo intelligente che non mente mai». Ha fatto di più: in un’intervista a Repubblica, giornale non certo “amico”, il Cavaliere è addirittura arrivato ad investirlo ufficialmente come suo successore, convincendo e al tempo stesso scontentando alcuni dei suoi fedelissimi. Nelle sue mani, dunque, Angelino Alfano ha le chiavi di una macchina che tre anni fa sembrava poter superare a pieni voti tutti i crash test, ma che ora si ritrova con qualche ammaccatura di troppo e qualche componente da sostituire. Nel giorno della sua nomina (per acclamazione), lo scorso primo luglio, il neo segretario politico del Pdl ha parlato chiaro, impostando il suo discorso intorno a sette concetti chiave da cui intende ripartire. Un mese e mezzo dopo, a che punto siamo?

ONESTÀ E SANZIONI – «Dobbiamo lavorare perché il Pdl diventi un partito degli onesti. E visto che è un nuovo inizio, va detto che non tutti lo sono». Nel pronunciare queste parole Alfano ha stupito molti. Certo, nel mezzo l’ex ministro della Giustizia ha tenuto a ricordare che Berlusconi è «un perseguitato dalla giustizia», ma sentire che non tutti nel Popolo della Libertà sono scevri da colpe non è cosa di tutti i giorni. Alle parole, per ora, non sembrano essere seguiti i fatti. Se per ridare vigore al partito, e ad un classe politica che a destra e a sinistra sembra colpita quotidianamente dagli scandali, il punto di partenza è il cosiddetto “processo lungo” (che ha passato l’esame del Senato e verrà calendarizzato a settembre alla Camera) allora non poteva esserci inizio peggiore. Nel mezzo ci sono lo scandalo P4, che vede coinvolto il deputato Alfonso Papa, arrestato il venti luglio dopo il parere favorevole della Camera; quello che riguarda l’ex braccio destro del ministro dell’Economia Tremonti Marco Milanese, che ha screditato in maniera non troppo indiretta anche il titolare di via XX Settembre; infine, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa mossa nei confronti del titolare dell’Agricoltura Saverio Romano, per cui la procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio. Il rinnovamento paventato da Alfano deve cominciare facendo luce su zone d’ombra evidenti. Un conto è il garantismo, un altro l’impunità.

MERITO – Parola spesso utilizzata impropriamente dalla nostra classe dirigente (non solo a livello politico), è entrata nel vocabolario personale del nuovo segretario del centro-destra. «Bisogna valorizzare il merito e il talento – ha sottolineato Alfano – altrimenti non vincono i migliori. Il partito deve saper offrire a un giovane consigliere provinciale o a un delegato la possibilità di diventare segretario, come accaduto a me». E come si mette in pratica un concetto tanto nobile quanto difficile da realizzare? In un solo modo: cambiando la legge elettorale. Uno dei capisaldi della Legge Calderoli, meglio conosciuta come Porcellum, è quello delle liste bloccate: gli elettori non possono esprimere le loro preferenze perché le scelte sui candidati le fanno i partiti. Con un ritorno al Mattarellum, o con l’introduzione di un sistema maggioritario a doppio turno, ai cittadini verrebbe data la possibilità di tornare ad esercitare un vero diritto di voto, scegliendo coloro che vengono ritenuti meritevoli di rappresentare la cosa pubblica.

PARTECIPAZIONE – Degli elettori, certo, ma anche di tutte le forze moderate e del Terzo Polo, con cui poter costruire un nuovo progetto in vista delle elezioni del 2013. Al popolo del Pdl, in una lettera pubblicata sul sito del partito in data 29 luglio, Alfano ha chiesto «suggerimenti per migliorare quanto di buono è già stato fatto in questi anni». C’è però bisogno di qualcosa di più, di una «rivoluzione culturale, molto difficile in un partito che ospita correnti, cordate e gruppi di potere sin qui tenuti insieme dal leader unico», come ha sottolineato di recente lo stimato politologo Alessandro Campi. Pensiero condivisibile, e anche in questo caso Alfano avrà il suo bel da fare. Capitolo alleanze: l’annuncio della nascita, a settembre, della Costituente popolare per riunire tutti i moderati italiani e dare vita ad un partito di ispirazione liberale e riformista fondato sui valori del PPE potrebbe fare gola a Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Se il leader Udc ha chiesto al neo segretario di «riflettere e cogliere l’opportunità di voltare pagina», non chiudendo di fatto le porte ad un futuro insieme (la condicio sine qua non sono comunque le dimissioni di Berlusconi), il Presidente della Camera non sembra deciso a tornare nell’alveo del Pdl. Per Fini fare un passo indietro significherebbe ammettere il fallimento di Futuro e Libertà, demolendo la propria credibilità a vantaggio del Premier. Dati alla mano, alle urne il Terzo Polo (di cui fanno parte anche Api ed Mpa, ndr) raccoglierebbe oggi il 12 per cento dei voti (dati ISPO/C.C. Management S.r.l.): una percentuale rilevante per comporre il nuovo scacchiere della politica italiana.

PASSIONE – Quella che Alfano ha mostrato nel giorno della sua nomina ha spinto Adolfo Urso, Andrea Ronchi e Giuseppe Scalia a lasciare Fli per abbracciare la nascita della Costituente popolare citata pocanzi. All’ex ministro per le Politiche comunitarie è stato assegnato un posto nel board del Partito Popolare Europeo e il ruolo di responsabile organizzativo dell’intero progetto. Urso, invece, avrà il compito di coordinare le sei fondazioni già riconosciute dal PPE (Fare Futuro, Magna Charta, Liberal, Res Publica, Fondazione Sturzo e Popolari Europei di Franco Frattini) elaborando le tesi per un documento unitario in vista del congresso di Marsiglia a fine anno. Attenzione, però, agli attuali alleati, che in forme diverse stanno manifestando il proprio malessere. La Lega Nord lo ha fatto più volte nel corso degli ultimi mesi: prima parlando di stanchezza per le «sberle» prese dopo la disfatta alle Amministrative e ai referendum; poi con la votazione a favore dell’arresto di Papa; infine, portando avanti lotte intestine per l’apertura delle sedi ministeriali al Nord. Tutti accadimenti che hanno incrinato i rapporti con l’alleato di sempre. Se Alfano e Maroni rappresentano il futuro, il presente è ancora legato alla coppia Berlusconi-Bossi. E non è detto che i due continuino ad andare d’amore e d’accordo. C’è chi nel Pdl arriva, ma anche chi se ne va. Dopo Gianfranco Miccichè, pochi giorni fa è stata la volta di Ugo Cappellacci: da sempre legato a doppio filo a Berlusconi, il presidente della regione Sardegna ha riconsegnato la tessera perché «prima di tutto ci sono da difendere gli abitanti della mia terra, che il Governo ha umiliato».

REGOLE E PRIMARIE – Due parole che possono e devono essere trattate assieme. Perché le nuove regole sono (anche) quelle che nel centro-destra portano per la prima volta all’utilizzo di uno strumento finora “proprietà” dell’opposizione. Le hanno proposte Berlusconi e Alfano in persona, poi il Premier ha stupito tutti nominando il neo segretario come il candidato Pdl alle prossime elezioni. Lui ha rispedito il gentile regalo al mittente («nel 2013 avremo ancora bisogno, con gioia, della leadership di Berlusconi»), aprendo la corsa a quelle che preferisce chiamare «elezioni popolari». Come di consueto, quando si introduce una novità di simile portata, ecco nascere il fronte dei favorevoli e quello dei contrari. Fra i primi vanno annoverati il presidente della Lombardia Formigoni, il sindaco di Roma Alemanno e il ministro degli Esteri Frattini. Nel girone dei contrari, invece, spicca il titolare dei Trasporti Matteoli, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Finora le primarie non sono state altro che una dimostrazione della debolezza dei partiti che non sono in grado di decidere da soli cosa fare». Intanto, con una proposta di legge presentata alla Camera e al Senato da Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, la maggioranza lavora perché il ricorso alle primarie diventi obbligatorio e regolamentato per i partiti, ma solo ed esclusivamente per i vertici degli enti locali (non per la scelta della leadership, quindi). A quelle del Popolo della Libertà, nel frattempo, potranno partecipare solo i tesserati, in modo da evitare eventuali infiltrazione esterne. Fra settembre e ottobre dovrebbero essere messe nero su bianco le regole definitive, in modo da arrivare a novembre alla scelta dei leader locali.