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Dignità perduta – da “Il Punto” del 30/11/2012

martedì, dicembre 4th, 2012

Dal fallimento del “Piano carceri” a quello delle due leggi in materia, “Salva-carceri” e “Svuota-carceri”. La relazione annuale dell’associazione Antigone rivela come l’Italia sia maglia nera in Europa per affollamento dei propri penitenziari. E il Dap deve fare i conti con la mannaia della spending review

Nel 1947, quando redassero la Costituzione, all’articolo 27 i membri dell’Assemblea scrissero: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Eppure, in barba a quanto afferma uno dei più importanti dettami della nostra Carta, la situazione dei detenuti italiani è da brivido. Lo rivela, ancora una volta, il “Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione” di Antigone, l’associazione nata sul finire degli Anni ’80 e presieduta da Patrizio Gonnella che promuove elaborazioni e dibattiti sul modello di legalità penale e processuale.

MAGLIA NERA IN EUROPA - Significativo è, prima di tutto, il titolo del Rapporto: “Senza dignità”. Il perché lo si capisce leggendo il dato maggiormente rilevante fra quelli pubblicati: l’Italia è il Paese con le carceri più sovraffollate dell’Unione europea, visto che il tasso di affollamento è del 142,5% (cioè oltre 140 detenuti per ogni 100 posti). Lo scorso 22 novembre, intervenendo alla 17esima conferenza dei Direttori di amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia Paola Severino ha dichiarato che «le percentuali di sovraffollamento sono abbastanza simili in tutta Europa». In realtà così non è, perché la media europea di affollamento carcerario è del 99,6% mentre in Italia, come visto poc’anzi, siamo ben oltre questa soglia. E, particolare forse peggiore, dal 13 gennaio 2010 – giorno in cui il governo allora presieduto da Silvio Berlusconi dichiarò lo stato di emergenza – i detenuti sono aumentati di 1.894 unità, passando da 64.791 a 66.685 (dato aggiornato al 31 ottobre 2012). Nel suo Rapporto, Antigone pone poi l’attenzione sulla capienza “reale” dei 206 istituti penitenziari italiani. «Al 31/12/2009 la capienza regolamentare delle nostre carceri era di 44.073 posti – scrive l’associazione –. Secondo i dati ufficiali del 31/10/2012 la capienza regolamentare complessiva è di 46.795 posti. La notizia però incredibile è che il 31/08/2012, due mesi prima, la capienza degli istituti era di 45.568 posti. Da agosto il numero degli istituti è rimasto lo stesso in ogni regione, ma in Calabria ci sarebbero 263 posti in più, in Umbria 196 e in Lombardia addirittura 661 in più. A noi – aggiunge Antigone – non risulta però l’apertura di nuove carceri, né di nuovi padiglioni in vecchie carceri, né in Calabria né in Umbria e né in Lombardia. A che gioco giochiamo?». La maggior parte dei 66.685 detenuti sono uomini – le donne rappresentano il 4,2 per cento del totale (2.857) –, mentre cospicua è anche la presenza di detenuti stranieri, che sono il 35,6 per cento del totale (23.789).

RUBINETTI CHIUSI - A cosa è dovuto il sovraffollamento carcerario italiano? Principalmente al regime di custodia cautelare. Il 40,1% dei detenuti (26.804 in termini reali) è infatti in attesa di giudizio. Anche in questo caso si tratta di un primato tutto italiano. La media dei Paesi del Consiglio d’Europa è del 28,5%, ma ciò che colpisce è l’andare a vedere quanto quegli Stati più vicini all’Italia sotto l’aspetto socio-economico siano in realtà distanti anni luce sull’argomento. In Germania i detenuti in custodia cautelare sono il 19,3%, in Inghilterra e Galles il 15,3, in Francia il 23,7 e in Spagna il 19,3. C’è di più: nel 2007, anno in cui la presenza media giornaliera era di 44.587 detenuti, il bilancio a disposizione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ammontava a 3.095.506.362 euro. Quattro anni più tardi, con 22.587 unità in più, lo stesso è stato tagliato del 10,6 per cento (2.766.036.324). Fra l’altro, i tagli non sono stati omogenei: i settori che ne hanno pagato maggiormente le conseguenze sono quello degli investimenti (calato del 38,6%), dell’assistenza, della rieducazione e del trasporto dei detenuti (-63,6%). La mannaia della cosiddetta spending review ha colpito anche uno dei baluardi del necessario cambio di rotta, il “Piano carceri”, che prese forma dopo la dichiarazione dello stato di emergenza. In pratica, il piano disponeva di 675 milioni di euro utili alla realizzazione di 9.150 nuovi posti letto (i soldi provenivano dalla Cassa delle Ammende, l’ente pubblico istituito presso il Dap nel 1932 e amministrato dal ministero della Giustizia). Dopo la caduta del governo Berlusconi, quello del successore Mario Monti ha ridotto la cifra a disposizione di 228 milioni di euro rispetto a quelli previsti originariamente. La sostanza è però sintetizzata nel Rapporto: «A oggi nessun posto letto ha visto la luce». Dunque ci sono 447 milioni fermi, in attesa che partano le gare e che (soprattutto) cominci la costruzione delle strutture. Eppure, come Il Punto aveva documentato in precedenti occasioni, i complessi per rendere più leggera la situazione ci sono. Si tratta di 56 case mandamentali, quelle nelle quali sono detenute le persone condannate a pene fino a un anno o in attesa di giudizio per reati lievi, su cui recentemente ha posto l’attenzione anche la Corte dei Conti. Sette di queste, fra cui Laureana di Borrello (in provincia di Reggio Calabria), chiusa un mese e mezzo fa per mancanza di personale ma pronta a riaprire entro dicembre, sono state trasformate di recente in case circondariali.

MISURE ALTERNATIVE - «Penso che il carcere debba essere l’extrema ratio», ha fatto sapere pochi giorni fa la Guardasigilli Severino prima di annunciare un ddl sulle misure alternative in discussione alla Camera. Il quale prevede, fra le novità, «l’istituto della messa alla prova alternativo alla detenzione. Un istituto già provato per i minori che verrebbe ora esteso ai maggiorenni meritevoli. La seconda parte del provvedimento – ha proseguito Severino – prevede un’altra misura nuova: si sostituirebbe alla pena principale detentiva in carcere un’altra direttamente applicabile dal giudice». Insomma, da quanto sembra dovrebbe trattarsi di una rivoluzione. «L’istituto della messa alla prova è ottimo, mutua la probation anglosassone ed è sponsorizzato da noi avvocati», afferma a Il Punto il responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi (l’Unione delle camere penali), Alessandro De Federicis. Il quale però sottolinea che su entrambe le misure allo studio «ci sono dei limiti». Quali? «Il governo dice che sia la messa alla prova che la detenzione domiciliare si applicano per pene edittali fino a quattro anni. Se però si fa l’elenco dei reati che prevedono un simile trattamento si nota che, per quelle tipologie, in carcere ci sono poche centinaia di detenuti. Se si fosse andati oltre – prosegue De Federicis – si sarebbe entrati nella sfera di reati quali quelli contro la pubblica amministrazione e di altri che contribuiscono a “creare carcere”. Mettere quel limite temporale è stato un problema politico. Ciò rende un’iniziativa condivisibile non efficace. Un governo tecnico dovrebbe avere più coraggio, evitando di pensare di difendere un determinato partito o personaggio politico». Il responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Ucpi sottolinea poi come «sia stata creata una norma sugli stupefacenti (la legge Fini-Giovanardi del 2006, ndr) che è assolutamente “di chiusura”». In questa «c’è un’unica norma buona, ovvero l’incentivazione dei programmi terapeutici, che però non può essere applicata perché non ci sono le strutture. Esistono quelle private, dove però bisogna spendere 1.000/1.500 euro al mese per avere accesso». L’equazione, conclude De Federicis, è «meno carcere e più sicurezza sociale. Quando c’è possibilità di reinserimento i detenuti tornano a delinquere con percentuali inferiori alla media». Oggi, dicono i dati, lavora meno del 20% dei detenuti (13.278 nel primo semestre 2012), e negli ultimi anni il budget per le mercedi si è ridotto del 71%. L’unica speranza è che la legge Smuraglia (n. 193/2000, la quale prevede benefici fiscali e contributivi per quelle imprese che assumono carcerati o svolgono attività formative nei loro confronti) sia rifinanziata, come previsto da un emendamento alla legge di Stabilità.

NEGLI ALTRI PAESI - Non solo una «locomotiva economica», ma anche all’avanguardia per ciò che concerne il sovraffollamento carcerario. La Germania è infatti uno dei pochi Paesi dell’Unione europea ad aver ridotto il numero dei propri detenuti, che sono passati dai 78.707 del 2001 ai 71.634 del 2010 (frutto di un bassissimo ricorso alla custodia cautelare). Di più: quasi tutte le persone sottoposte a tale regime sono state effettivamente condannate (solo l’1,1% è stato assolto). L’ordinamento tedesco conferisce poi al giudice la possibilità di applicare misure meno afflittive di quella detentiva quando egli ritenga che soddisfi ugualmente le esigenze cautelari. Anche in Spagna le condizioni dei detenuti sono migliori. In particolare da quando, nel 2001, è stato introdotto il cosiddetto Módulo de Respeto, il quale prevede celle aperte tutto il giorno per coloro che ne facciano richiesta. Quello con l’Italia è un confronto impietoso, visto che i nostri carcerati passano in media 20 ore al giorno chiusi in cella. In Norvegia, infine, dalla fine degli ‘Anni 80 viene applicato il sistema delle “liste d’attesa”. Il principio è semplice: si entra in carcere solo quando c’è l’effettiva possibilità di un posto libero. Non è un caso che il Paese scandinavo abbia una delle recidive più basse d’Europa: solo il 20% dei detenuti usciti dal carcere vi fanno rientro contro il 68% dell’Italia.

Twitter: @GiorgioVelardi