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Ciò che è giusto o sbagliato

giovedì, marzo 28th, 2013

patrizia-moretti-federico-aldrovandiViviamo in un mondo strano. Ma strano davvero.

Un mondo in cui la ragione sembra essere andata in letargo lasciando il posto all’irrazionalità pura, alle vittorie degli antieroi, al giusto che diventa sbagliato e allo sbagliato che – al contrario – diviene cosa corretta. In sostanza non riusciamo più a discernere cosa è bene da cosa è male, cosa è “dritto” da cosa, invece, assume derive insostenibili anche per coloro a cui il cuore e lo stomaco hanno sempre funzionato correttamente.

Prendi mercoledì 27 marzo. E come città scegli Ferrara. In particolare, vai sotto gli uffici del Comune dove lavora Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Ma prima di fare ciò torna con la mente ad un giorno di inizio autunno di otto anni fa. Questo ragazzotto emiliano aveva 18 anni quando, la sera del 25 settembre 2005, decise di tornare a casa a piedi dopo aver trascorso qualche ora in compagnia dei suoi amici in un locale di Bologna. Federico aveva assunto stupefacenti, ma in quantità minima. Sul percorso di casa incontra una pattuglia della polizia. Un «invasato violento», lo definiscono i due agenti che – per fronteggiarlo – ne chiamano altrettanti in soccorso. Quattro contro uno. Federico non è l’incredibile Hulk. Ma lo affrontano in quattro. Si spezzano due manganelli, il ragazzo viene picchiato e poi gli agenti chiamano l’ambulanza. Per la cronaca, i sanitari trovano Federico con le mani ammanettate dietro la schiena, privo di sensi. Morirà poco dopo.

Volendo calcare la mano con la sintesi, vanno ricordate due cose. La prima: mentre la perizia medico legale disposta dal Pm dà la colpa della morte del 18enne all’assunzione di alcol e droga, quella fatta svolgere dai legali della famiglia parla di una «anossia posturale» (cioè di mancanza di ossigeno) dovuta ad un peso eccessivo caricato sulla parte posteriore del corpo del ragazzo. Qualcuno, insomma, gli è salito sopra e li è rimasto per un po’. La seconda: il 21 giugno dello scorso anno i quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva – dopo il primo grado e l’Appello è arrivata la pronuncia della Cassazione – a 3 anni e 6 mesi di reclusione per «omicidio colposo». Tre di loro, inoltre, sono stati anche condannati per aver depistato le indagini. Un quadro chiaro.

Eppure, tornando a ieri, è andato in scena uno spettacolo degno del teatro dell’assurdo. Alcuni agenti del Coisp, il COordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle forze di Polizia, hanno manifestato sotto l’ufficio della mamma di Federico. Un atto di solidarietà nei confronti dei loro colleghi. Solidarietà? A casa mia si è solidali con qualcuno che, ingiustamente, è accusato di un fatto che non ha commesso, o è finito vittima di un atteggiamento discriminatorio, di un furto, di una violenza. In quel caso, sì, è giustificata la solidarietà. Ma qui, come si dice in questi casi, la giustizia ha fatto il suo corso. E ha – come detto – condannato i quattro agenti. Dunque, mi domando: che senso aveva quella pantomima? Cosa hanno voluto dimostrare questi impavidi colleghi della “gang” nel disturbare una persona che sta lavorando ma, soprattutto, la memoria di un’altra che non c’è più?

Nulla. Assolutamente nulla. Inoltre basta fare una piccola ricerca in rete per scoprire che, poco più di venti giorni fa, lo stesso sindacato aveva inviato una lettera di protesta al presidente dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, per un articolo pubblicato su estense.com (quotidiano online ferrarese). Nel pezzo, la testata dava notizia di una iniziativa del Coisp – un tour a bordo di un camper circolante per Ferrara – stanco «della falcidia sociale, del discredito e del fango quotidiano che ci viene gettato addosso da “alcuni”. Quattro nostri colleghi oggi sono rinchiusi in una cella. Poliziotti in gabbia, in carcere, al pari o anzi più dei criminali incalliti».

Una vicenda, scrive ancora il Coisp (secondo quanto riportato dal sito Internet), «strumentalizzata da blog, giornali, televisione, cinema, libri. Il dolore e la morte in prima pagina hanno consentito, per anni, a giornali di vendere, a televisioni di fare ascolti, ad altri di lucrare con libri e cinema».

Poi però a Iacopino si chiede di «censurare pesantemente il comportamento dell’articolista in nome della mancanza di deontologia professionale e di correttezza dell’informazione». Quel che più brucia, però, è che gli agenti che ieri hanno compiuto un atto vile – arrivando addirittura a voltarsi quando la signora Moretti è scesa mostrando loro la foto del figlio senza vita – non saranno sanzionati. Ci sarà solo «un giudizio morale assolutamente negativo», ha fatto sapere il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. In un Paese che ha fatto finire la moralità sotto la suola delle proprie scarpe queste parole hanno il retrogusto amaro dello scherzo di Carnevale.

Twitter: @GiorgioVelardi