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Posts Tagged ‘Silvio Berlusconi’

Il ritorno a casa di Angelino. Alfano tenta di ricucire con Forza Italia, ma nel partito di Berlusconi trova porte chiuse

domenica, febbraio 26th, 2017

Angelino_AlfanoPorte chiuse. Anzi, serrate. Dentro Forza Italia proprio non ne vogliono sapere di ricucire con Angelino Alfano. Il ministro degli Esteri e leader di Ncd ha lanciato l’ennesimo messaggio ai suoi ex compagni di viaggio, quelli cioè che hanno condiviso con lui la parabola del Pdl. “Esiste un importante spazio per idee e movimenti politici di impronta liberale e popolare, moderata e riformatrice” ed “esiste tra il Partito democratico e la Lega”, ha scritto Alfano in una lettera inviata al Corriere. Insomma: l’ex delfino di Berlusconi auspica un rassemblement dei moderati. “Un’occasione per Forza Italia – l’ha definita – per riavvolgere il nastro e non annegare irreversibilmente la propria vocazione riformista nel mare del populismo anti europeo e anti euro”. Tradotto: mollate Lega e Fratelli d’Italia e ricuciamo.

Solo il capogruppo azzurro a Palazzo Madama, Paolo Romani, ha commentato ufficialmente l’uscita del ministro. “Mentre si pone il problema della creazione e della collocazione strategica di un polo moderato e liberale”, ha spiegato all’Adnkronos, “notiamo che il baricentro di Ncd si è spostato nell’area renziana, tant’è che Alfano voleva convincerci a votare a febbraio come chiedeva l’allora premier”.

Meglio soli – Un messaggio inequivocabile. Ma gli altri cosa ne pensano? “In questi anni si sono combattute battaglie, penso a quelle sulla riforma costituzionale e sulle unioni civili, che hanno visto Alfano sempre schierato dalla parte di Renzi”, ricorda a La Notizia Lucio Malan. “Lui ci chiede di scegliere da che parte stare? Non credo ci siano grossi dubbi… Forse il ministro avrebbe dovuto pensarci prima: le scelte sbagliate prima o poi si pagano”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Francesco Paolo Sisto. “La coerenza e la fedeltà a Berlusconi sono i due valori fondanti di Fi – dice –. Alfano tiene due piedi in una scarpa, il fatto che il suo appello arrivi a ridosso di possibili elezioni è a dir poco singolare”. La coalizione, chiarisce Sisto, “è formata da noi, Lega e Fratelli d’Italia: qualsiasi operazione di disturbo deve essere valutata con attenzione, soprattutto se riguarda chi ha contribuito a ‘far fuori’ politicamente il nostro leader e continua senza pentimento a dare appoggio al Governo e ad amministrazioni locali di sinistra che ci vedono all’opposizione”.

Spazi stretti – Per il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri, si tratta di “una prospettiva che non esiste, viste anche le pregiudiziali che Alfano ha nei confronti di Salvini e Meloni”. E anche Nunzia De Girolamo, tornata in Forza Italia dopo un passaggio in Ncd, chiarisce: “Non vedo perché dovremmo creare un altro contenitore in un quadro già frammentato”, e poi “i presunti partiti a cui fa riferimento il ministro degli Esteri non hanno i numeri per vincere”. Certo, “bisogna essere il più inclusivi possibile, ma non è certo mettendo dei veti che si costruisce l’alternativa”. “Alfano non pensi di poterci dividere, semmai rifletta definitivamente su cosa fare”, chiosa il deputato umbro Pietro Laffranco: “Il Centrodestra deve unirsi, gli egoismi non sarebbero compresi dagli elettori che ci vogliono coesi, come hanno dimostrato penalizzandoci proprio sulla base del nostro grado di compattezza”. Caustica Daniela Santanché. “Alfano ha fatto ben capire che è alla ricerca di un posto di lavoro”, il tweet condito dall’hashtag #staisolo. Il rischio, del resto, è proprio quello.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 25 febbraio 2017 per La Notizia

Berlusconi passa all’incasso e apre la caccia ai morosi di Forza Italia. Chi non salda si scordi la prossima candidatura

giovedì, febbraio 23rd, 2017

photolenta_big_photoLi vuole tutti, e li vuole subito. Senza perdere altro tempo. Silvio Berlusconi ha deciso di passare all’incasso, puntando a stanare una volta per sempre i tanti “morosi” di Forza Italia. Tutto vero. Dentro al partito azzurro infatti sono parecchi quelli che nel corso degli ultimi anni non hanno messo mano al portafogli e versato gli importi dovuti a titolo di contributo. Soldi che servono per sostenere le attività del partito. Ma non solo. Ecco perché adesso il Cavaliere ha deciso di lanciare un vero e proprio aut aut: o pagate o siete fuori. Il messaggio è arrivato ai diretti interessati con una lettera, partita dopo l’ultima riunione del comitato di presidenza (di cui fanno parte alcuni pezzi da novanta come Carfagna e Gelmini) e firmata da Alfredo Messina, che dalla metà del 2016 ha preso il posto di Mariarosaria Rossi come tesoriere.

“Siamo ormai sotto il livello di sopravvivenza, (…) esiste un limite fisiologico al di sotto del quale la ‘macchina partito’ diventa un puro costo e non è più di nessuna utilità”, scrive Messina senza mezzi termini: “Si tratta di uno stato di insolvenza risalente, con riferimento agli ultimi anni, già al 2014 e al 2015 e che si è persino aggravato nel corso del 2016”. Il tutto prima di dettare i tempi.

Pagare prego – “Il comitato di presidenza – ha continuato Messina – ha stabilito che entro il 28 febbraio p.v., senza la possibilità di ulteriori proroghe, tutti gli appartenenti al movimento politico Forza Italia devono provvedere a regolarizzare la propria posizione per le insolvenze pregresse”. Altrimenti? Stavolta le “pene” per coloro che non si metteranno in regola sono pesanti. Si va dalla decadenza automatica da ogni incarico di partito all’esclusione dalle riunioni degli organi collegiali, passando per il deferimento al collegio dei probiviri “per le valutazioni di competenza”. In ogni caso, “è fin d’ora esclusa la ricandidatura alla prossima tornata elettorale politica o regionale”. Proprio così c’è scritto. Certo, l’ex premier non ha voluto usare solo il bastone. Così ha deciso di predisporre una serie di “agevolazioni” per chi salderà i propri debiti.

Saldi al via – Per esempio, coloro che saneranno totalmente la loro posizione entro la data prevista “beneficeranno di una riduzione del 20% degli importi dovuti sia a titolo di contributo, sia a titolo di versamento dell’importo di 25.000 euro non effettuato all’inizio legislatura”. E ancora: “Coloro che chiederanno una rateizzazione degli importi dovuti dovranno”, sempre entro fine mese, “avere versato l’intera quota di iscrizione e almeno il 25% dell’importo dovuto”, impegnandosi a versare la somma restante in 4 rate trimestrali (senza interessi). Basterà questa apertura per svegliare dal letargo i “morosi”? “Visto com’è andata nel Pdl, dove sono sempre esistiti figli e figliastri e anche chi non era in regola è stato comunque ricandidato, nessuno ci crede”, dice a La Notizia un illustre parlamentare forzista.

Twitter: @GiorgioVelardi

Articolo scritto il 22 febbraio 2017 per La Notizia

Da Accozzaglia a Zagrebelsky, l’alfabeto del referendum per cambiare la Costituzione

venerdì, dicembre 2nd, 2016

referendumDomenica si va in campo, anzi, alle urne. Gli italiani saranno chiamati a votare sulla riforma costituzionale più ampia e complessa nella storia della Repubblica, visto che il ddl Boschi prevede la modifica di oltre 40 articoli della Carta. In questi mesi se ne sono sentite di tutti i colori. Fra insulti, gaffe ed endorsement, ecco l’alfabeto del referendum.

A come Accozzaglia – Vuol dire “turba confusa di persone spregevoli, o massa discordante di cose”. Il premier ha usato questa espressione per apostrofare il variegato universo schierato per il No alla riforma. “In questo referendum c’è un’accozzaglia di tutti contro una sola persona senza una proposta alternativa”, le parole di Renzi. “Abbiamo messo insieme D’Alema e Grillo”. Poi però il numero uno di Palazzo Chigi ha fatto retromarcia: “Mi scuso se ho offeso qualcuno, facciamo coalizione coesa”. La sostanza non è cambiata granché.

B come Boschi e Berlusconi – La prima è la madre della riforma, il secondo uno dei suoi grandi oppositori: voterà No ma non disdegnerebbe un successo del Sì, complici le aziende. In questi mesi Maria Elena ha girato l’Italia in lungo e in largo, senza contare le numerose ospitate tv. Poi l’hanno mandata all’estero e non è filato sempre tutto liscio. Come quando è stata contestata a Zurigo e per un attimo ha perso la calma e il sorriso. Che dire invece del leader di Forza Italia? Se il ddl Boschi passasse, ripete, il rischio è di “una dittatura di un uomo solo al comando”. Ma Mediaset vota Sì. E allora…

C come Cnel – Secondo i (pochi) sondaggi che hanno “spacchettato” il quesito, l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è una delle poche cose votabili della riforma. Istituito nel 1957, ha diritto all’iniziativa legislativa ma in 59 anni ha presentato “solo” 14 proposte, nessuna delle quali diventata legge. Quanto si risparmierà con la sua eliminazione? Il Governo dice 20 milioni. Su Lavoce.info però l’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ha parlato di soli di 3 milioni. “Il motivo principale è che la riforma ha disposto che tutto il personale del Cnel venga assunto dalla Corte dei Conti, quindi non vi sarà alcun risparmio su quel fronte”. Non proprio un grande successo.

D come Delrio – Se Renzi dovesse perdere il referendum e lasciare la guida del Governo, il nome del ministro dei Trasporti è in pole per sostituirlo. Anche se si tratterebbe di un cambio “di facciata”. Più un Renzi-bis senza Matteo che un Delrio I. Lui comunque ha le idee chiare: “Se vince il no bisognerà rimettere il mandato nelle mani del capo dello Stato che deciderà il da farsi”. Insomma, Delrio è pronto. Poi si vedrà.

E come Economist – Prima No, poi Sì. Ci mancava solo il forse. La scorsa settimana il noto giornale britannico (di cui Exor, società della famiglia Agnelli, è il principale azionista) è stato al centro di un caso abbastanza singolare: giovedì l’edizione settimanale si è schierata contro il ddl Boschi, prefigurando la creazione di un “governo tecnocratico” se Renzi dovesse perdere. Apriti cielo. Ma l’annuale, uscito il giorno dopo, ha invece rivolto un endorsement al Sì, prefigurando “instabilità politica e forse anche economica” in caso di successo del No. Idee chiare…

F come Financial Times – Che la stampa internazionale abbia partecipato attivamente a questa lunga campagna elettorale è indubbio. In questo quadro, non poteva mancare l’importante quotidiano economico-finanziario del Regno Unito. Se il prossimo 4 dicembre “Renzi perderà il referendum fino a 8 banche italiane rischiano di fallire”, ha scritto il Ft. L’invasione delle cavallette è scongiurata. Per ora.

G come Governo tecnico – Non solo l’ipotesi Delrio. Come ricordato, l’Economist ha aperto alla possibilità di un Governo tecnico in caso di sconfitta del Sì. Spauracchio subito agitato dal premier per fare propaganda per il Sì. Avevate dubbi?

I come Italicum – È la legge elettorale approvata a maggio 2015 ed entrata in vigore il 1° luglio 2016, che tutti vogliono già cambiare e sulla quale pende la pronuncia di legittimità della Consulta. È stato uno dei principali terreni di scontro fra i renziani e la minoranza del Pd, schierata per il No (con l’eccezione del “pontiere” Gianni Cuperlo). Per alcuni, le caratteristiche dell’Italicum amplificano gli squilibri della riforma; per altri la nuova legge elettorale per la Camera è coerente con le innovazioni costituzionali.

L come Lettere – Quelle che Renzi ha mandato agli italiani all’estero hanno scatenato un putiferio. Ma per certi versi si sono rivelate un boomerang per il premier, visto che un refuso riguardante l’indirizzo del sito Internet del comitato per il Sì ha finito con l’aiutare il No. Scherzi del destino.

M come Movimento 5 Stelle – A pochi giorni dal referendum è stato “colpito” dallo scandalo delle presunte firme false a Palermo. È però il vero asse portante del No alla riforma. Per i grillini, il referendum potrebbe rappresentare un trampolino di lancio verso il governo del Paese se vincesse il No, ma potrebbe anche condannarli a fare l’opposizione permanente se al contrario vincesse il Sì.

N come Napolitano – Il presidente emerito della Repubblica è uno dei padri della riforma. Voterà Sì, anche se non ha gradito né i toni della campagna, definita “aberrante”, né la personalizzazione del premier. E non gli ha risparmiato una pubblica tirata di orecchie.

O come Onida – L’accoglimento del ricorso dell’ex presidente della Consulta avrebbe potuto addirittura portare allo “spacchettamento” e al rinvio del voto. Il Tribunale di Milano lo ha respinto: Renzi ha tirato un sospiro di sollievo.

P come Prodi – L’ultimo colpo di scena di ieri. Il fondatore dell’Ulivo ha annunciato che voterà Sì, anche se la riforma è “poco profonda e poco chiara”.

Q come Quorum – Trattandosi di un referendum costituzionale, non sarà necessario raggiungerlo. Sarà valido con qualsiasi numero di elettori.

R come Risparmi – Il Governo sostiene che la riforma porterà risparmi per 500 milioni di euro all’anno. Ma a ottobre 2014 la Ragioneria generale dello Stato parlava di una cifra più contenuta: appena 57,7 milioni. Dal canto suo, il già citato Perotti parla di 161 milioni a regime: 131 dalla riduzione del numero dei senatori e dall’abolizione delle indennità, 3 dall’abolizione del Cnel, 17 dalla riduzione dei compensi dei consiglieri regionali e 10 dall’eliminazione dei contributi ai gruppi consiliari regionali. Insomma, i conti di Renzi&Boschi non tornano. Sarebbe il caso di rifarli.

S come Scrofa ferita – Renzi ha usato “accozzaglia”, Grillo gli ha risposto per le rime. Il premier, ha detto il fondatore del M5S, “ha una paura fottuta del voto del 4 dicembre. Si comporta come una scrofa ferita che attacca chiunque veda. Ormai non argomenta, si dedica all’insulto gratuito e alla menzogna sistematica”. Da che pulpito…

T come Twitter – Anche questa campagna elettorale si è giocata a colpi di tweet e post su Facebook. Gli account Twitter di “Basta un Sì” e del “Comitato per il No” hanno oggi – rispettivamente – 11.300 e 7.154 follower. Su Facebook i “mi piace” sono invece 159.274 e 151.507. Secondo una recente analisi de IlSocialPolitico.it, Twitter è terreno favorevole al Comitato del Sì mentre Facebook è dalla parte del No. Vedremo come andrà nel “Paese reale”.

U come Unico – Nessuno “spacchettamento”: sulla scheda gli italiani troveranno un unico quesito. Circostanza che ha dato vita a numerose polemiche. Per come è formulato, dicono le opposizioni, rischia infatti di essere fuorviante e trarre in inganno gli elettori.

V come Verdini – È un altro dei padri indiscussi del ddl Boschi, diventato determinante anche per gli equilibri del Governo Renzi dopo la nascita del suo gruppo, Ala. “Siamo in paradiso”, disse ad aprile dopo aver incontrato a Montecitorio i vertici del Pd. E si capisce perché.

Z come Zagrebelsky – Anche l’altro presidente emerito della Consulta è stato uno dei primi a schierarsi contro la riforma, arrivando a paventare l’ipotesi di non insegnare più Diritto costituzionale se dovesse vincere il Sì. È presidente onorario del Comitato per il No ed è stato uno dei pochi (insieme all’eterno Ciriaco De Mita) ad essersi confrontato direttamente con Renzi nel dibattito televisivo moderato dal direttore del Tg La7, Enrico Mentana.

Articolo scritto il 2 dicembre 2016 per La Notizia

Intervista a Civati: “Questa Leopolda è diventata la passerella del potere”

domenica, novembre 6th, 2016

Governo: Civati,voterei no ma non voglio lasciare PdC’è una foto che li ritrae vicini, Giuseppe Civati e Matteo Renzi. Era il 2010, Leopolda numero uno. Quella della “rottamazione”. Il primo era consigliere regionale della Lombardia, il secondo sindaco di Firenze. Oggi di quella stagione non è rimasto più nulla, dice a La Notizia il leader di Possibile. “L’unica cosa che Matteo ha rottamato è stata la sinistra – attacca Civati –. Sei anni fa c’era la prospettiva di costruire un’area riformista che unisse le diverse tradizioni culturali. Poi, purtroppo, tutto si è trasformato in un grande casting”.

Però dica la verità: le manca non essere lì?
No. Mi dispiace il fatto che dalla prima edizione ad oggi questo appuntamento si sia progressivamente allontanato da quello che era il suo obiettivo iniziale. Del resto, questa è la metafora del Paese. Renzi si è disfatto di chi, come me, ha opinioni diverse scegliendo di trasformare la Leopolda prima in un comitato elettorale, poi in un evento governativo e infine in una passerella del potere.

Ma quella è stata anche casa sua. O no?
È stata, ha detto bene. Poi Renzi ha “cambiato verso” al Partito democratico facendolo diventare qualcosa di irriconoscibile.

Sei anni fa lei sedeva accanto all’allora sindaco di Firenze. È rimasto qualcosa del “rottamatore” che diceva di voler essere?
È rimasta l’ambizione. Renzi è un animale politico e personalmente non l’ho mai sottovalutato, al contrario di quanto hanno fatto altri, come Pier Luigi Bersani. Io non sono mai stato “renziano”, come ha sempre sostenuto qualcuno. Ero lì per portare il mio contributo, le mie idee. Poi il presidente del Consiglio ha scelto di fare una corsa in solitaria, con il suo gruppo dirigente molto “fiorentino”, contraddicendo tanti punti della “Carta di Firenze” che presentammo allora.

Rileggendo le “100 idee per l’Italia” del 2011 si scopre che Renzi proponeva l’abolizione di una delle due Camere e la riduzione, da 945 a 500, dei parlamentari. Poi è andata diversamente.
Se avesse presentato una riforma del genere gliel’avremmo votata. Quella su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 4 dicembre, invece, è la smentita di se stesso.

Insomma, dalla prima Leopolda ad oggi Renzi ha “rottamato” Renzi. 
La traiettoria che ha seguito è un’occasione mancata. Credo in realtà che abbia rottamato una cosa sola.

A cosa si riferisce?
Alla sinistra. Cercare di far fuori Bersani per tenersi uno come Franceschini, sinceramente, non mi sembra proprio una “rottamazione”. A livello personale Renzi ha ottenuto tutto, peraltro facendo l’opposto di quanto raccontava, tipo che bisognava andare a Palazzo Chigi passando per il voto popolare. Dall’altra parte, non ha dato le risposte che la generazione che era alla Leopolda sei anni fa si aspettava. Questo lo si è capito bene quando ha preso il treno per andare ad Arcore e incontrare Silvio Berlusconi. Da quel momento in poi io e Matteo abbiamo imboccato due direzioni opposte.

Anche quest’anno su quel palco saliranno in tanti. 
Non io. Mi rattrista il fatto che Renzi non abbia voluto confrontarsi con me sulla riforma costituzionale. Gli avevo fatto un’esplicita richiesta tramite il suo ufficio stampa, ma non c’è stata data alcuna risposta.

Eppure del referendum si parlerà eccome.
Ma se ne parlerà il meno possibile. È la battaglia simbolo, ma da tempo hanno esaurito gli argomenti.

Se Renzi uscisse sconfitto dalle urne cosa dovrebbe fare?
L’unica prospettiva è andare ad elezioni con una legge elettorale diversa da quella terribile che ha inventato lui. Cosa rimarrà di questi anni folgoranti di Renzi? Una brutta riforma costituzionale, che gli italiani bocceranno; l’Italicum, che è pessimo e il Jobs Act, che piace solo a Berlusconi e simili. Per il resto, non mi sembra che la rivoluzione tanto decantata abbia portato a niente.
 
Articolo scritto il 5 novembre 2016 per La Notizia

Dalle riforme ai giochi di Palazzo, Napolitano non molla mai

domenica, ottobre 9th, 2016

800px-Giorgio_NapolitanoIl grande burattinaio, l’arbitro non imparziale, un monarca. Su Giorgio Napolitano, in questi anni, si è detto praticamente di tutto. Spesso a ragione. Di primati, nella sua carriera, “Re Giorgio” ne ha collezionati parecchi. Primo dirigente del Pci a ottenere il visto di ingresso negli Stati Uniti, primo ministro degli Interni post-comunista e, soprattutto, primo capo dello Stato rieletto per un secondo (seppur breve) mandato. Da dieci anni a questa parte, Napolitano muove abilmente i fili della politica italiana. Quando sedeva al Quirinale viaggiava ai limiti dei vincoli costituzionali, per non dire che li travalicava. Ma anche adesso che al suo posto c’è Sergio Mattarella, come noto, continua a entrare a gamba tesa praticamente su qualsiasi cosa. Nella storia dell’Italia repubblicana non si ha memoria di tanto attivismo per un presidente emerito. Sarà perché i temi al centro del dibattito odierno, la riforma costituzionale e l’Italicum, sono anche un po’ “figli suoi”; sarà perché in questa partita “Re Giorgio” si gioca un pezzo di credibilità. Ma le uscite sono ripetute e irritano parecchi. Non solo le opposizioni, per intenderci.

LA GIRAVOLTA - Prendete la legge elettorale. Il 14 aprile 2015 l’ex capo dello Stato la benedì, invitando le Camere a “non disfare quello che è stato faticosamente costruito”. Poi, a inizio settembre, la giravolta. L’Italicum “va cambiato perché nell’attuale sistema tripolare rischia mandare al ballottaggio e di far vincere chi al primo turno ha ricevuto una base troppo scarsa di legittimazione col voto popolare”. Sarà. Per non parlare delle sferzate rivolte nei giorni scorsi al premier, Matteo Renzi, “colpevole” di aver trasformato il referendum in un plebiscito su se stesso. Non è un caso del resto che nei nove anni della sua presidenza, a Palazzo Chigi si siano alternati ben cinque presidenti del Consiglio. Spesso defenestrati dall’oggi al domani e in circostanze tutte da chiarire. Tanto per dirne una: nel 2008, quando il secondo governo di Romano Prodi cadde dopo appena due anni, l’allora portavoce del professore, Silvio Sircana, raccontò: “Sono state le dimissioni più veloci della storia, siamo arrivati al Quirinale e le formalità erano già tutte pronte”. Diversamente è andata nel 2011. Quando, dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, “Re Giorgio” conferì l’incarico a Mario Monti, con buona pace del segretario del Pd Pier Luigi Bersani che auspicava un ritorno alle urne.     

OMBRE DAL PASSATO - Il protagonismo di Napolitano non è comunque una novità. L’uomo è fatto così, lo dimostra la sua storia politica. Che si parli di Prima o Seconda Repubblica, lui è rimasto sempre lì, al centro della scena. Tessitore di trame oscure, sopravvissuto indenne a qualsiasi terremoto politico. Esponente dell’ala “migliorista” del partito, la corrente ispirata ai principi del socialismo europeo, con Enrico Berlinguer segretario Napolitano fu il leader dei riformisti del Pci, che già prima dello strappo con Mosca del 1980 avevano scelto la socialdemocrazia battendosi per il dialogo con i socialisti di Bettino Craxi. Il rapporto fra i due fu lungo e intenso. Tanto che ad un certo punto Napolitano si ritrovò in rotta di collisione con linea di Berlinguer. “Negli ultimi anni di vita di Enrico”, ha ricordato due anni fa l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, “collaboravo strettamente con lui e ho potuto vedere l’isolamento in cui era nel gruppo dirigente, anzitutto sulla questione morale. Ricordo che Napolitano la criticò scrivendo che quell’impostazione ci avrebbe isolato dalle altre forze politiche”. Però si sa: in politica nulla è per sempre. E così nel 1994, dopo l’inizio di “Tangentopoli” che per i “miglioristi” fu un incubo (molti dirigenti furono arrestati e processati per tangenti), arrivò Berlusconi. Il resto è storia.

(Articolo scritto l’8 ottobre 2016 per La Notizia)

Caso Giorgia Meloni, nei Comuni la parità di genere resta un miraggio: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne

venerdì, marzo 18th, 2016

È quanto emerge dai dati pubblicati dal ministero dell’Interno. Che documentano come le quote rose siano minoritarie nelle amministrazioni degli enti locali. Solo il 13,6% guida un comune contro l’86,4% dei colleghi uomini. Forbice pronunciata anche tra vice-sindaci, consiglieri e assessori. Maglia nera a quattro regioni: in Basilicata, Calabria, Trentino-Alto Adige e Umbria nessuna prima cittadina nei centri con più di 15 mila abitanti

sindaci-675È proprio vero: l’Italia non è un Paese per donne. Soprattutto in politica. A dirlo non sono solo la viva voce di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi, che hanno “consigliato” alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, di non correre per il Campidoglio perché “una mamma non può fare il sindaco”. O la parole pronunciate dall’0rmai ex candidata del Movimento 5 Stelle (M5S) a primo cittadino di Milano, Patrizia Bedori. “Mi avete chiamato casalinga, disoccupata, grassa e brutta”, ha scritto su Facebook attaccando frontalmente alcuni ex esponenti del M5S. A rivelarlo, invece, sono i dati messi nero su bianco dal Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del ministero dell’Interno. Che periodicamente analizza la presenza maschile e femminile nelle amministrazioni locali. Con risultati tutt’altro che incoraggianti per il ‘gentil sesso’.

SINDACHE CERCASI – Gli ultimi numeri a disposizione sono datati 8 marzo 2016, giorno della ‘Festa della donna’. Ma, come detto, c’è poco da festeggiare. Per capirlo basta un solo dato: su 7.684 sindaci italiani solo 1.048 sono donne. Appena il 13,6%. Insomma, poco più di una su dieci. I primi cittadini uomini, al contrario, sono 6.636. Cioè l’86,4%. In particolare, nei centri con una popolazione fino a 15 mila abitanti, i sindaci di sesso maschile sono 6.036, quelli di sesso femminile 982. In quelli con popolazione superiore a 15 abitanti, invece, ai 600 sindaci uomini si contrappongono appena 66 sindache. E anche quando si parla dei vice-sindaci, 4.448 in totale, i numeri non sorridono alle donne. Che sono 1.067 contro 3.381 uomini. Ovvero il 24% contro il 76%.

STESSA MUSICA – Il leitmotiv è lo stesso anche quando si parla delle altre cariche. Prendiamo per esempio gli assessori comunali. In totale, in Italia se ne contano 18.089. Le donne? Sono soltanto 6.442 (il 35,6%) contro gli 11.647 colleghi uomini (il 64,4%). Poi ci sono i presidenti dei consigli comunali. Stavolta, lo squilibrio è ancora più forte rispetto ai casi elencati finora. Infatti, solo 260 dei 1.185 vertici degli organi di indirizzo e controllo politico-amministrativo locale censiti sono di sesso femminile. Tradotto in percentuale significa il 22%, contro i 925 di sesso maschile (il restante 78%). Infine, ci sono i consiglieri comunali: dei 71.599 totali (50.273 nei comuni con popolazione fino a 15 mila abitanti e 3.064 negli altri), le donne sono il 33,6% (24.083) e gli uomini il 66,4% (47.516).

GIRO D’ITALIA – Ma il Dipartimento per gli Affari interni e Territoriali del Viminale ha pubblicato anche le statistiche suddividendo la presenza della ‘quote rosa’ nelle varie regioni dello Stivale. Ne consegue che in Basilicata, in Calabria, in Trentino-Alto Adige e in Umbria – nei comuni con popolazione superiore a 15 mila abitanti – la casella dei sindaci donne è ferma azero. Non se la passano meglio nemmeno Campania (3 prime cittadine donne contro 65 uomini), Sicilia (2 contro 59), Toscana(7 contro 46), Abruzzo (una contro 15) e Friuli-Venezia Giulia (una contro 10). Anche in Emilia-Romagna il rapporto è alquanto squilibrato: 45 sindaci di sesso maschile e appena 8 di sesso femminile (il 15%). Stesso discorso pure nel Veneto amministrato dal leghista Luca Zaia, dove le sindache sono il 18,5%: appena 10 contro i 44 colleghi uomini.

Twitter: @GiorgioVelardi

(Articolo scritto il 16 marzo 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Palazzo Chigi, Finanza al Dipartimento per le Politiche della famiglia: esternalizzazioni dei servizi nel mirino

venerdì, marzo 4th, 2016

Martedì i militari delle Fiamme Gialle hanno acquisito documenti su ordine della Procura regionale della Corte dei Conti. Che indaga su possibili danni erariali legati all’affidamento di alcuni lavori a società esterne alla struttura della presidenza del Consiglio tra il 2011 e il 2013. Anni in cui governavano Silvio Berlusconi, Mario Monti ed Enrico Letta. Nel mirino, tra le altre cose, le commesse a Invitalia e Formez Pa. La polizia tributaria ha fatto visita anche al dipartimento della Gioventù

palazzo-chigi-675Sono giorni intensi per il nucleo della polizia tributaria della Guardia di Finanza. Martedì, oltre al Campidoglio, gli uomini del gruppo Tutela spesa pubblica hanno fatto addirittura visita al Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Per svolgere una serie di “accertamenti istruttori”, delegati dalla Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio, volti all’acquisizione di atti e documenti relativi ad alcuni servizi esternalizzati dallo stesso dipartimento. Richieste analoghe a quelle che i militari delle Fiamme Gialle hanno notificato, nelle stesse ore, anche al dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale. L’obiettivo è quello di verificare l’esistenza di danni erariali.

Ma cosa sono andati a fare esattamente i finanzieri in via della Ferratella in Laterano (Roma), sede del Dipartimento della Famiglia? Sotto la lente d’ingrandimento, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, una serie di convenzioni stipulate dal dipartimento stesso con alcune società ed enti nel biennio 2011/2013. Cioè quando a Palazzo Chigi si sono alternati Silvio BerlusconiMario Monti ed Enrico Letta. A cominciare da quella con Invitalia Spa, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, società partecipata al 100% dal ministero dell’Economia. Con la quale, il 15 giugno 2011, è stata stipulata una convenzione per l’affidamento di attività di studio e ricerca “nel campo delle azioni intraprese e da intraprendere nell’ambito delle iniziative di conciliazione rientranti nelle competenze del dipartimento”. In questo caso, le Fiamme Gialle hanno richiesto documenti comprovanti l’esigenza di esternalizzare attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Ponendo, in pratica, un quesito: perché affidare il compito all’esterno se poteva essere svolto utilizzando le risorse interne?

Andiamo avanti. Altro capitolo d’indagine quello che riguarda la Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli la quale, come si legge sul suo sito, è stata costituita l’8 marzo del 2010 “con l’obiettivo di promuovere la cultura del dono al fine di migliorare la qualità della vita nel territorio del Centro Storico di Napoli”. Con l’ente in questione, il 21 dicembre 2012 il Dipartimento per la Famiglia ha stipulato una convenzione per la realizzazione di un’indagine che individuasse gli strumenti più efficaci per il superamento del disagio infantile nelle grandi aree metropolitane degradate con particolare attenzione alle condizioni dei bambini, figli delle famiglie immigrate. Al costo di circa 43 mila euro (Iva inclusa). Come nel caso precedente, gli uomini del nucleo della polizia tributaria hanno chiesto all’amministrazione di produrre documenti che chiariscano i motivi per i quali il Dipartimento abbia deciso di affidare l’attività d’indagine ad un ente esterno.

L’8 giugno 2012, invece, il dipartimento ha sottoscritto un altro accordo su cui la Corte dei Conti vuole vedere chiaro. Cioè quello con il Centro ricerche sociali (Crs), al fine di realizzare un’indagine di analisi e interpretazione di dati, acquisiti dall’Istat, attraverso la ricostruzione delle strategie adottate dalle famiglie per tutelare il proprio benessere in relazione ai compiti di cura nei confronti dei figli. Stavolta l’importo complessivo è di poco superiore ai 23 mila euro. Perché non fare analizzare i suddetti dati all’Istituto di statistica, hanno chiesto magistrati contabili e Fiamme Gialle? Quesito analogo posto anche in relazione all’accordo fra il Dipartimento per la Famiglia e Rea Sas. A questa società, il 7 maggio 2012, è stata affidata l’analisi della struttura e delle tendenze demografiche delle famiglie e la definizione del quadro teorico di riferimento, che fa da premessa allo studio del materiale statistico raccolto tramite rilevazione Istat. Costo: 23 mila euro circa (Iva inclusa).

Non è tutto. Con il Formez Spa, il centro studi che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia, il dipartimento della Famiglia ha stipulato una convenzione il 27 febbraio 2012 (poi prorogata senza oneri aggiuntivi). Accordo finalizzato a supportarlo nell’attuazione del progetto denominato “Valutazione e sostegno per le politiche famigliari”, il tutto per 500 mila euro. Anche in questo caso, i militari vogliono capire, documenti alla mano, come mai siano state esternalizzate attività rientranti nelle competenze del dipartimento. Come accaduto anche per la realizzazione di uno studio di fattibilità finalizzato all’introduzione del telelavoro nelle strutture della Presidenza del Consiglio, affidato il 30 novembre 2012 alla Antares Srl. Una spesa di circa 37 mila euro. Alla quale ne va aggiunta un’altra da circa ottomila euro per un incarico conferito ad un professionista in data 18 aprile 2013. Ora il dipartimento avrà tempo fino al prossimo 16 marzo per fornire i documenti richiesti dalle Fiamme Gialle.

(Articolo scritto il 3 marzo 2016 con Antonio Pitoni per ilfattoquotidiano.it)

Senato, resa dei conti tra ex berlusconiani: i verdiniani chiedono lo scioglimento del gruppo di Fitto

domenica, febbraio 14th, 2016

Da compagni della rivoluzione liberale a fratelli coltelli. Barani (Ala) consegna una lettera formale a Pietro Grasso: “Non hanno più i numeri, i Conservatori e riformisti vadano nel Misto”. Dopo l’ultimo addio di Pagnoncelli, la componente dell’ex governatore della Puglia conta ora solo 9 membri. Uno in meno di quanti richiesti dal regolamento. La guerra innescata dal mancato invito del capogruppo della componente di Verdini ad una riunione di minoranza. Ma Bonfrisco (Cr) replica: “Non sono stata io a convocarla, vicenda figlia della frammentazione del centrodestra”  

fittoS’erano tanto amati. Tutti insieme, o quasi, appassionatamente, nella grande famiglia del berlusconismo. Ma il passato è d’obbligo. Perché oggi, tra i vecchi amici di un tempo, non corre più buon sangue. E dalla favola della rivoluzione liberale, la nuova sceneggiatura dello psicodramma del centrodestra racconta il dramma dei fratelli coltelli. Protagonista dell’ultimo sgarbo tra ex condomini del fu Popolo della libertà, il capogruppo di Ala, la componente che fa capo a Denis Verdini nata il 29 luglio 2015 dalla scissione con Forza Italia, Lucio Barani. Che martedì scorso ha consegnato, insieme al suo vice Riccardo Mazzoni, una lettera al presidente del Senato Pietro Grasso. Oggetto: richiesta di scioglimento, a norma di regolamento, del gruppo dei Conservatori e riformisti, riferimento parlamentare dell’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto. Sceso sotto il numero legale di 10 componenti (il minimo richiesto per formare un gruppo a Palazzo Madama) dopo l’addio di Lionello Pagnoncelli che, il 29 gennaio scorso, seguendo le orme di Eva Longo e Ciro Falanga, ha fatto le valigie per traslocare proprio fra i banchi dei rivali verdiniani.

LETTERA AVVELENATA – “Grasso ha riconosciuto la fondatezza della mia richiesta e mi auguro che già nei prossimi giorni vengano presi provvedimenti – spiega Barani a ilfattoquotidiano.it –. Mi risulta che il presidente abbia già comunicato agli altri capigruppo il contenuto della mia lettera”. Una questione che, effettivamente, regolamento alla mano sembrerebbe fondata: in base all’articolo 14 comma 6, quando i componenti di un gruppo – che non rappresenta un partito presente con il medesimo contrassegno alle ultime elezioni per il Senato, come nel caso dei Conservatori e riformisti – si riducono a meno di 10, “il gruppo è dichiarato sciolto” e i parlamentari che ne facevano parte, qualora entro tre giorni non aderiscano ad altri gruppi, vengono iscritti al Misto. “Lo scopo della norma è evidente – prosegue Barani –. Innanzitutto evitare una ripartizione impropria delle risorse spettanti ai gruppi che, in caso di scioglimento, i Conservatori e riformisti dovranno in parte restituire”. Inoltre, aggiunge il capogruppo di Ala, “occorre ripristinare gli equilibri nelle commissioni permanenti che, in questo momento, tengono conto di una componente che non ha più i numeri sufficienti ad esistere”.

FRATELLI COLTELLI – Insomma, un bel guaio per la componente nata il 3 giugno 2015 dalla scissione capeggiata da Fitto in polemica con Silvio Berlusconi e il Patto del Nazareno. Ma cosa ha scatenato il duro affondo dei verdiniani? Tutto comincia da una riunione delle forze di minoranza, tenutasi a ridosso del rinnovo delle presidenze delle commissioni del Senato. E organizzata, secondo Barani, dalla capogruppo dei fittiani Anna Cinzia Bonfrisco. All’ordine del giorno, l’assegnazione dei ruoli spettanti alle opposizioni e gli emendamenti al ddl Cirinnà sulle unioni civili attualmente all’esame dell’Aula. Incontro al quale, però, il capogruppo di Ala non è stato invitato. Uno sgarbo che i verdiniani non hanno preso affatto bene. “Una vera e propria discriminazione, tipica dei metodi fascisti. E solo perché avevamo votato sì alla riforma costituzionale del governo”, lamenta il presidente dei senatori verdiniani. Che lancia l’ultima bordata: “A differenza loro, che si definiscono minoranza, noi ci consideriamo opposizione – conclude Barani –. La differenza? Non diciamo ‘no’ a prescindere ma valutiamo e votiamo, provvedimento per provvedimento, ciò che riteniamo utile al Paese”.

MI FACCIA IL PIACERE – Accuse che la Bonfrisco rispedisce al mittente. “Non posso rispondere di responsabilità non mie. La riunione delle opposizioni fu convocata dal capogruppo di Forza Italia, Paolo Romani, e non da me”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Non conosco il carteggio tra il presidente Grasso e il gruppo Ala – assicura la senatrice dei Conservatori e riformisti –. Per certo, il tema è stato posto nell’ultima conferenza dei capigruppo: quando il presidente si esprimerà sul da farsi prenderemo atto della sua decisione nel rispetto dell’istituzione che rappresenta”. Di sicuro “non andremo a caccia di parlamentari solo per evitare lo scioglimento: noi proponiamo un progetto politico, chi vuole sposarlo è il benvenuto”. E con Barani? “Fra me e lui non c’è alcuna questione personale – conclude –. Questa vicenda è solo l’ennesimo effetto della frammentazione del centrodestra”.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 12 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Forza Italia, rinnovo delle tessere con lo sconto: quota dimezzata per chi si iscrive nuovamente al partito di Berlusconi

sabato, febbraio 6th, 2016

La novità contenuta in una lettera scritta dal responsabile organizzazione, Gregorio Fontana. Indirizzata a coordinatori regionali e provinciali. Ma anche a deputati e senatori. Che non avranno diritto alla riduzione e dovranno versare per interno i mille euro previsti da regolamento. Entro il prossimo 31 marzo. Pena la sospensione dalla partecipazione agli organi di vertice

Berlusconi-675In Forza Italia sono iniziati i saldi. Addirittura con sconti del 50% per i fedelissimi del partito di Silvio Berlusconi. Non è uno scherzo. Ma la campagna di fidelizzazione pensata per gli iscritti che anche quest’anno rinnoveranno la tessera. I quali, appunto, pagheranno metà della quota prevista invece per i nuovi aderenti. Il responsabile organizzazione dei forzisti, Gregorio Fontana, lo ha scritto nero su bianco in una lettera inviata il 3 febbraio scorso ai coordinatori regionali, provinciali e grandi città, più ai quadri elettivi a livello nazionale, provinciale e comunale. “Nel comitato di presidenza di Forza Italia della scorsa settimana – recita il documento di quattro pagine che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare – il presidente Silvio Berlusconi ha dato il via libera alla campagna adesioni 2016, confermando le attuali quote di adesione, con una riduzione pari al 50% per i rinnovi dei soci 2014/2015”. Mica male. Anche perché, con l’iscrizione, si avrà diritto a ricevere una tessera sulla quale, oltre al volto sorridente del Cavaliere, è riportata la seguente frase: “La difesa della libertà è la missione più alta e più nobile, la più entusiasmante che ci sia”.

ASTENERSI INADEMPIENTI – Ad oggi, stando ai dati forniti a ilfattoquotidiano.it dallo stesso Fontana, Forza Italia conta circa centoundici mila aderenti. Meno di un terzo dei circa 380 mila iscritti al Pd. Un abisso, se si considerano pure gli oltre 10 milioni di voti raccolti da FI alle politiche 2013. E se anche un pezzo da novanta come l’ex ministro della Difesa Antonio Martino ha spiegato, in una recente intervista a Libero, di non aver rinnovato la tessera (lui che custodiva gelosamente la numero due), vuol dire che le cose non vanno poi tanto bene. Ecco quindi la ‘geniale’ trovata. Dalla quale sono comunque esclusi i quadri e gli eletti, che dovranno aderire entro il prossimo 31 marzo. “Oltre tale termine, in caso di inadempimento, potrà essere applicata la sospensione dalla partecipazione agli organi di partito, fino all’avvenuto accertamento del pagamento della quota annuale”, dice la lettera. Tradotto: i dirigenti e i parlamentari che non rinnoveranno la loro iscrizione non potranno ricoprire o ambire a ruoli di vertice. Ma quanto dovranno pagare? Mille euro tondi tondi. Stessa cifra prevista anche per i consiglieri regionali.

BENEMERITA TESSERA – Meno salato, invece, l’esborso previsto per presidenti di giunta e di consiglio provinciale, assessori e consiglieri provinciali, sindaci, presidenti di consiglio comunale e assessori nei comuni con elezioni amministrative a doppio turno:300 euro. Mentre consiglieri comunali nei comuni con elezioni amministrative a doppio turno, sindaci e assessori a turno unico e consiglieri circoscrizionali se la caveranno con ‘appena’ 100 euro. Queste le quote per gli eletti secondo la tabella allegata a pagina due della missiva. Per gli aderenti, invece, i costi sono decisamente più contenuti. Soltanto 15 euro, che si dimezzano a 7,5 in caso di rinnovo, per il “volontario azzurro giovane” (dai 14 ai 28 anni). Venticinque euro, ridotti a 12,5 grazie allo sconto del 50%, per il “volontario azzurro senior” (oltre i 65 anni). Trenta euro (15 in caso di reiscrizione) per il “volontario azzurro” (adesione ordinaria). Poi c’è il “sostenitore azzurro”, che dovrà versare una quota “a partire da 100 euro”. Infine la categoria più prestigiosa, il “benemerito azzurro”, cioè i fedelissimi di Forza Italia. Che dovranno tirare fuori dal portafogli almeno 500 euro.

(Articolo scritto il 5 febbraio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Il Patto del Nazareno secondo Verdini: l’accordo Berlusconi-Renzi nei report dell’ex braccio destro al leader forzista

martedì, gennaio 19th, 2016

Ecco i punti più interessanti del libro del deputato Massimo Parisi (Ala). Costruito attraverso i rapporti scritti che lo stesso Verdini inviava al leader azzurro. Tra gennaio 2014 e gennaio 2015, data di nascita e morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd. Con racconti inediti e giudizi sprezzanti anche sugli esponenti del Pd. Renzi? “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose. Per ora è stato un perfetto trasformista”. La Boschi? “Più adatta al tema forme che al tema riforme”

verdini-renzi-6751È il racconto di una vicenda che ha indubbiamente segnato la recente storia politica italiana. Ma non solo. A sentire l’autore, il deputato di Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala), Massimo Parisi, è anche “il primo tassello di un progetto politico nuovo” che sarà definito negli anni a venire. Il Patto del Nazareno, libro edito da Rubbettino presentato oggi a Roma alle 18 alla sala del Tempio di Adriano, racconta, principalmente attraverso i report che Denis Verdini era solito inviare a Silvio Berlusconi, quanto è accaduto fra il 18 gennaio 2014 e il 31 gennaio 2015, data di nascita e di morte del celebre accordo stretto nella sede del Pd fra Matteo Renzi e il leader di Forza Italia. “L’idea iniziale era quella di scrivere un libro che esaltasse Renzi e Berlusconi come nuovi padri costituenti, poi le cose sono andate diversamente”, spiega Parisi. Tanto che “il primo titolo che avevo immaginato era Quelli che fecero l’Italicum”. Ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere il libro in anteprima. Eccone, di seguito, i 10 punti principali.

Agli albori del patto. Uno dei primi episodi raccontati dal deputato di Ala nel suo libro è quello relativo alla possibilità che l’incontro fra Renzi Berlusconi potesse tenersi a Firenze e non nella Capitale. Qualche giorno prima del vertice al Nazareno, Parisi si reca quindi nello studio di Verdini per sconsigliargli il manifestarsi di un simile scenario: così “sembrerebbe che anche Berlusconi viene a omaggiare Renzi e a Firenze dobbiamo farci le amministrative”. Verdini risponde facendo leggere al suo interlocutore un promemoria del 14 gennaio 2014 che ha spedito al leader di FI: “Io ti consiglio ancora di vedere Renzi a Roma, presso la sede del Pd, per una serie di motivi”, scrive. Primo: “Sfatare un tabù: pensa al tuo ingresso a largo del Nazareno e al giro del mondo che faranno quelle immagini”. Due: “Questa trattativa, al di là della sostanza, che in questo caso è vita, ti riporta al centro della politica e degli assetti futuri delle istituzioni”. Infine: “Pensa all’importanza di un incontro pubblico con il segretario del Partito democratico, proprio nei mesi in cui volevano renderti ‘impresentabile’ e trattarti da ‘pregiudicato’ espulso dalla politica. Ora invece ricevuto nella sede del Pd, saresti uno dei padri fondatori della Terza Repubblica”.

Lo zio dell’Italicum. L’ex braccio destro del Cavaliere non parteciperà al faccia a faccia. “Ho detto a Renzi che lo chiamerà Gianni Letta per fissare ora e giorno dell’incontro e le relative modalità. (…) Penso che ti potrei essere utile e sarei anche orgoglioso di essere al tuo fianco in un momento così decisivo, ma non c’è bisogno che tu mi dica niente: capisco che per una questione d’immagine è meglio passare la palla a Gianni”, scrive Verdini. Ma il senatore toscano ha già intavolato la trattativa con Roberto D’Alimonte, “lo zio dell’Italicum”, come ama autodefinirsi. Il confronto fra i due si tiene domenica 12 gennaio 2014 a Firenze e dura quattro ore. “Anche in questo caso tutto avviene al riparo di telecamere e giornalisti, giacché i due si vedono nell’abitazione di D’Alimonte”, annota Parisi. È un nuovo report di Verdini a Berlusconi del 14 gennaio 2014 a raccontare com’è andata: “L’incontro è stato lungo e molto approfondito sia sul piano tecnico che su quello sociologico. (…) Per sua stessa ammissione, la conoscenza, i dati e le simulazioni che io gli ho illustrato e consegnato erano quasi del tutto identici ai suoi. (…) Dopo le basi che io e D’Alimonte abbiamo gettato – conclude – il suo successivo incontro con Renzi è stato ottimo per il possibile accordo. Di questo ho avuto notizia da entrambi”.

Telefonare Palazzo Chigi. Un altro episodio curioso, raccontato nel libro, è quello che avviene durante il vertice a Largo del Nazareno. “L’incontro dura molto più del previsto – scrive Parisi –. Alle 6 della sera, Berlusconi e Letta sono ancora seduti sul divanetto dell’ufficio di Renzi. (…) Il telefonino del segretario del Pd squilla di frequente e, stando al racconto che Berlusconi farà poco dopo a Verdini, a chiamare con insistenza è Palazzo Chigi”. Dall’altra parte del telefono, a chiamare ripetutamente Renzi, è l’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, “un altro toscano che di questa storia sarà però soltanto prima spettatore e poi vittima” che “aspetta con impazienza notizie e forse ha già in fondo capito che anche la vita del suo governo è appesa a quel vertice”.

Il perfetto trasformista. Leggendo il testo si capisce come, almeno nelle fasi iniziali del loro rapporto, Verdini non avesse grande stima di Renzi. Quando, durante la campagna del 2013 per le primarie per la leadership (poi perse dall’allora sindaco di Firenze contro Pier Luigi Bersani), Parisi cerca di mettere in guardia Verdini “dal rischio ‘Renzi’ e dalla possibilità che ottenesse un successo clamoroso e che ce lo ritrovassimo come avversario”, egli risponde: “È solo un chiacchierone. Dice sempre le stesse cose”. E ancora, il 27 dicembre 2013: “Se fosse uno sciatore”, Renzi “sarebbe uno specialista degli slalom, ma ora il bluff sta necessariamente per essere visto. Tolta la rottamazione, che è un concetto piuttosto semplice, non è ancora chiaro che cosa sia esattamente il renzismo”. Di più: “Abbiamo letto tante autorevoli analisi sulla sua carica innovativa e la sua radicale discontinuità, il ricambio generazionale, il rinnovamento politico-culturale, la rigenerazione morale ed esistenziale. (…) Renzi riesce a promuovere molto bene la confezione” ma “per ora è stato un perfetto trasformista”.

Le segretarie del segretario. Tranchant sono invece i giudizi che Verdini dà dei componenti della segreteria del Pd guidata dal futuro premier. “Più che di una segreteria politica – scrive Parisi citando il report del 28 dicembre 2013 – si tratta di un gruppo di segretarie e segretari di Renzi”. Luca Lotti? “L’unica cosa che si sa di lui è che è un collaboratore di Renzi. Non solo per età e inesperienza, il profilo appare oggettivamente modesto”. Francesco Nicodemo? “Forse l’unica cosa che può aver eccitato Renzi è che questo tipo ha passato gli ultimi mesi a insultarsi con i comunicatori più vicini a Bersani, tali Stefano Di Traglia e Chiara Geloni”. Debora Serracchiani? “Studia faziosità da Rosy Bindi”. Federica Mogherini? “La solita solfa gné-gné-pacifismo-femminismo-europeismo”. Pina Picierno? “Veltroniana, franceschiniana, bersaniana e fervente anti-renziana alle scorse primarie, ma poi evidentemente pentita: un altro salto sul carro del vincitore ben riuscito”. Maria Elena Boschi? “Bella è certamente bella, a dir poco. Più adatta al tema forme che al tema riforme, si potrebbe dire”. Marianna Madia? “Ha già girato praticamente tutte le correnti del Pd”. L’unico su cui Verdini esprime apprezzamento è il vicesegretario Lorenzo Guerini: “Forse è l’unico elemento davvero bravo e interessante. Simpatico e concreto, appare (e forse è) effettivamente lontano dallo stereotipo del sinistro torvo, ideologico e trinariciuto”.

Non trattate con Nardella. Il 18 dicembre 2013 il Corriere della Sera dà notizia di un faccia a faccia fra il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, e Dario Nardella (al tempo deputato del Pd) sulla legge elettorale. I due avrebbero ragionato su una rivisitazione del Mattarellum. “L’incontro ha un impatto deflagrante: i due mediatori non sanno a quel momento dello stato avanzato (ma riservato) dei contatti Verdini-Renzi – rivela Parisi –. Verdini di per sé fa spallucce, tuttavia quando lo stato maggiore del partito si riunisce e Brunetta insiste sull’opportunità di proseguire nel contatto con Nardella, Verdini perde le staffe e i due di fronte a numerosi testimoni si prendono a male parole, fin quando, esasperato dall’insistenza del capogruppo, il fiorentino di ghiaccio viola la riservatezza cui è vincolato da settimane, tira fuori il telefonino e mostra un sms”. Il mittente è Matteo Renzi. Scrive: “Non trattate di legge elettorale con Nardella”.

L’accordo è rotto (anzi no). Più volte, come racconta Parisi, il patto del Nazareno sembra sull’orlo di rompersi. Evidente, anche se “non trapela minimamente sui giornali della domenica”, è “il disappunto di Verdini” nei confronti di Renzi al termine del fatidico incontro al Nazareno. I due avevano concordato una legge elettorale sul ‘modello spagnolo’, ma davanti a Berlusconi e Letta il segretario dem cambierà le carte in tavola. A Sant’Andrea delle Fratte, infatti, lo ‘Spagnolo’ diventerà ‘Italicum’. Renzi, come riporta il deputato di Ala, spiegherà ai suoi interlocutori che contro questo sistema “si coalizzerebbero tutti, da Napolitano a Enrico Letta, (…) con effetti devastanti sulla stessa tenuta della legislatura”. Un cambiamento sostanziale: il computo dei seggi viene spostato dal livello del collegio alla distribuzione nazionale. Ma non solo: ci sono le questioni relative alle ‘liste civetta’ e alla soglia da raggiungere per conquistare il premio di maggioranza. Senza dimenticare gli emendamenti ‘salva Lega’ e ‘Lauricella’. Il momento di massima tensione, in questa fase, è però il durissimo faccia a faccia fra Brunetta e la Boschi del 10 marzo 2014. Il capogruppo di FI chiede un incontro a Renzi (“un quarto d’ora nella pausa pranzo”) per parlare della questione delle ‘quote rosa’. Il segretario dem, già sbarcato a Palazzo Chigi, decide però di non convocare l’ex ministro. Morale: nell’ufficio del presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, al tempo il forzista Francesco Paolo Sisto, Brunetta sbotta. “Il patto è rotto”, dice. “Il patto è rotto”, ripete. “Ne nasce una furibonda rissa verbale fra Brunetta e la Boschi: non l’avevo mai vista incazzata, e la ministra dimostra di tener testa al suo antagonista”, scrive Parisi. Alla fine la situazione tornerà alla normalità. Il patto è salvo. Per ora.

Verdini jr. diventa renziano. A un certo punto, nel testo di Parisi, compare anche il figlio di Denis Verdini, Tommaso. Di buon mattino, il 20 gennaio 2014, dopo una notte passata in discoteca, il 25enne viene svegliato dal padre. Il motivo? Per comunicare con Verdini senior, che “ha poca confidenza con il computer”, nel weekend Renzi invia le proprie mail alla casella di posta elettronica del giovane. Il quale, ‘a sua insaputa’, è un sostenitore del premier. O almeno così ha detto a quest’ultimo lo stesso Verdini. Una volta venuto a conoscenza dell’involontario endorsement, Tommaso starà al gioco tanto da inviare a Renzi un sms: “Matteo sono molto contento di come sono andate le cose, ho molta fiducia in te, l’ho sempre avuta… In bocca al lupo. Post scriptum: in casa Verdini vada come vada hai sempre un alleato”. E poi? “In verità nel corso dei mesi successivi – annota l’autore –Tommaso si è realmente convertito al renzismo”.

Pistola schizza piscio. Fondamentale è anche il lungo report che Verdini invia a Berlusconi il 7 aprile 2014, pochi giorni dopo una dura intervista di Brunetta al Corriere (“Renzi vuole distruggerci”) e un fuori onda fra Maria Stella Gelmini e Giovanni Toti nel quale quest’ultimo dice che il Cavaliere “non sa cosa fare con Renzi, perché ha capito che questo abbraccio mortale ci sta distruggendo, ma non sa come sganciarsi”. Parisi riporta il contenuto del documento: “Io, malgrado ciò che scrivono i quotidiani (debitamente imbeccati da qualcuno dei nostri) non ho alcun interesse individuale a portare avanti il rapporto con Renzi – scrive Verdini –. Se sono un convinto sostenitore dell’esigenza di proseguire questa strada è solo perché sono certo che sia quella giusta principalmente per te e per il nostro movimento politico. (…) Quando avevamo le pistole cariche non le abbiamo usate, ora che, come si dice in Toscana, abbiamo una pistola ‘schizza piscio’, vorremmo far paura a chi ha il cannone!”. Si tratta di un documento ‘storico’. All’interno del quale, secondo Parisi, avviene una “conversione laica”, l’“ingresso” di Verdini “nella chiesa del Nazareno”. Il premier “somiglia a quel genio della politica e dell’impresa che nel 2001 propose agli italiani un ‘contratto con gli italiani’”, scrive il leader di Ala. Cioè proprio Berlusconi. In un altro report (15 maggio), dopo la pubblicazione del colloquio tra Alan Friedman e il Cavaliere nel quale egli si dice molto deluso da Renzi seppellendo il Nazareno, Verdini chiede all’ex premier di essere “sollevato” dall’incarico di “ufficiale di collegamento” con il numero uno di Palazzo Chigi.

Il cerchio tragico. L’ultimo report è datato 27 marzo 2015, circa due mesi dopo l’elezione al Colle di Sergio Mattarella che ha messo la parola “fine” sull’accordo. Verdini, oltre che a Berlusconi, lo invia a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, che del patto sono stati sponsor ‘esterni’. Quelle che l’ex plenipotenziario di FI mette nero su bianco sono parole dure. “Dopo aver buttato via in un colpo solo il patrimonio politico del patto del Nazareno – domanda Verdini – intendi cestinare anche l’immenso patrimonio politico che hai costruito in vent’anni? Ti sei rinchiuso nel castello incantato con intorno personaggi che il partito non apprezza e non rispetta e li stai usando come clave per regolare non si sa quali conti e perché”. Sono i componenti di quello che il senatore toscano chiama “cerchio magico”, chiedendosi però se non sia “tragico”. Addirittura “un mediocre sinedrio fatto di arroganza, di superficialità e anche, lasciamelo dire, di incompetenza”. Seguono gli addii di Raffaele FittoDaniele Capezzone e dello stesso Verdini. Il resto è storia.

(Articolo scritto il 18 gennaio 2016 per ilfattoquotidiano.it)

Produzione legislativa in Italia, rapporto di Openpolis: governo pigliatutto mentre il Parlamento sta a guardare

martedì, gennaio 5th, 2016

5208949152_32edf4cc84_oUno squilibrio diventato ormai una prassi consolidata. E che sembra non avere fine. Da una parte il Parlamento e dall’altra il governo, con quest’ultimo che la fa da padrone se si analizza l’esercizio della funzione legislativa in Italia. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, infatti, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Una percentuale significativa, pari al 77,8% del totale. Con il primato che spetta al governo di Enrico Letta: nel periodo in cui è stato in carica, il Parlamento ha presentato soltanto l’11,1% delle leggi approvate contro l’88,89%. Ecco perché, nel suo ultimo rapporto, Openpolis parla senza mezzi termini di «un premierato all’italiana».

Comanda il governo. Nel nuovo studio, l’osservatorio civico sulla politica italiana ha preso in considerazione la XVI Legislatura e i primi tre anni della XVII. Periodo nel quale, come noto, si sono alternati quattro governi: quelli di Silvio Berlusconi e Mario Monti fra il 2008 e il 2013 e quelli di Enrico Letta e Matteo Renzi dal 2013 ad oggi. Con una costante: la produzione legislativa del nostro Parlamento è praticamente rimasta sempre in mano al governo. Deputati e senatori? Di fatto stanno a guardare. Prima di essere sostituito da quello guidato dall’ex commissario europeo, l’esecutivo del Cavaliere ha presentato l’80,29% delle leggi approvate, mentre Camera e Senato si sono fermate al 19,71%. La musica non è cambiata nemmeno con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Certo, si sono registrate percentuali più basse: 68,14% (governo) contro 31,86% (Parlamento). Ma la sostanza è rimasta la stessa. Per non parlare poi degli ultimi due esecutivi. Letta, come detto, ha battuto ogni record lasciando a Camera e Senato soltanto le briciole, ma anche il premier-segretario del Partito democratico – il gruppo che dal 2013 ad oggi ha presentato il 73,33% delle 30 proposte di legge di iniziativa parlamentare che hanno completato l’iter – sembra essere sulla buona strada. Finora il suo governo ha presentato l’80,43% delle leggi approvate contro il 18,84% del Parlamento.

Parlamento svilito. Ma non è tutto. Ci sono infatti altri tre aspetti da tenere in considerazione: quello dei tempi di approvazione delle leggi, quello della percentuale di successo dei ddl e quello del ricorso al voto di fiducia. Nel primo caso, non solo la percentuale di successo per le iniziative del governo è molto più alta, ma anche i tempi di approvazione sono più rapidi. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (circa 4 mesi), il Parlamento ce ne mette 408. Più di un anno. Anche se nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto ai cinque anni precedenti, quelle del Parlamento sono più veloci. Comunque una magra consolazione alla luce di quanto detto finora. Anche perché mentre le proposte di deputati e senatori diventano legge lo 0,87% delle volte, per quelle del governo la percentuale sale al 32,02%. Risultato spesso raggiunto sfruttando l’escamotage della fiducia. In media, nelle ultime due legislature, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti prima (45,13%) e Renzi poi (34,06%). Più “moderati” nell’utilizzo di questo strumento i governi Berlusconi (16,42%) e Letta (27,78%).

Regioni (e popolo) al palo. E le Regioni? Dal 2008 ad oggi queste hanno presentato 119 disegni di legge, ma soltanto 5 hanno completato l’iter. E tutti nei cinque anni precedenti. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato in materia di sicurezza stradale mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi. Non pervenute, invece, le leggi di iniziativa popolare: nelle ultime due legislatura solamente un disegno di legge presentato dai cittadini è diventato legge.

Twitter: @GiorgioVelardi

Forza Italia in libera uscita, dopo il Senato ora tocca alla Camera: verso l’addio anche Lainati e Romele

giovedì, dicembre 24th, 2015

A Montecitorio gli emissari di Verdini al lavoro. Girandola di contatti con gli ex colleghi del partito di Berlusconi per rafforzare il gruppo di Ala. Praticamente fatta per la Polverini, in stand by anche i campani Cesaro, Russo e Sarro: solo la nomina di Mara Carfagna a nuovo capogruppo azzurro in sostituzione di Brunetta potrebbe convincerli a restare. D’Anna: “FI paga l’appiattimento sulle posizioni di Meloni e Salvini”. Ma nel mirino ci sono anche i fittiani a Palazzo Madama: l’obiettivo è sgonfiare i Conservatori e Riformisti dell’ex governatore della Puglia

berlusconi-675Lunedì pomeriggio Luca D’Alessandro percorreva chilometri da un lato all’altro del Transatlantico di Montecitorio. Senza mai staccare mani e orecchie dal telefonino. Insieme ad Ignazio Abrignani e Massimo Parisi sta gestendo i contatti con gli ex colleghi di Forza Italia che stanno meditando seriamente l’addio al partito di Silvio Berlusconi. Per gli emissari di Denis Verdini, fondatore della nuova componente parlamentareAlleanza Liberalpopolare Autonomie (Ala), sono giornate intense e decisive. E il trasloco annunciato ieri al Senato dai coniugi Sandro Bondi e Manuela Repetti insieme ad Enrico Piccinelli tra i banchi del gruppo dell’ex plenipotenziario del Cavaliere sarebbe solo l’antipasto di quello che, entro la fine dell’anno, potrebbe succedere anche alla Camera. Dove a parte l’ex governatrice del Lazio, Renata Polverini, che ha praticamente già anticipato a mezzo stampa l’intenzione di passare coi verdiniani, potrebbero lasciare FI anche l’ex capo ufficio stampa del partito Giorgio Lainati e Giuseppe Romele. Nomi ai quali vanno aggiunti anche quelli di una serie di deputati ancora in forse, che stanno meditando sul da farsi. A cominciare dalla pattuglia dei campani (da Luigi Cesaro a Paolo Russo e Carlo Sarro), che restano però in attesa della nomina della Mara Carfagna come nuovo capogruppo al posto del contestato Renato Brunetta prima di sciogliere la riserva.

TUTTI CONTRO TUTTI – È questo il risultato delle ultime, travagliate vicende che stanno spaccando il partito di Berlusconi. A cominciare dalle laceranti divisioni emerse in occasione del voto sulla mozione di sfiducia individuale contro il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, in relazione alla vicenda Banca Etruria. Un episodio che ha seminato all’interno dei gruppi parlamentari ulteriori dosi di malumore e scontento. “Più che di scontento parlerei di sconcerto”, fotografa con una battuta la situazione dentro FI il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna a ilfattoquotidiano.it.“Ormai assistono attoniti a tutta una serie di decisioni in contrasto tra loro: da un lato Brunetta attacca Renzi, dall’altro Romani cerca di interloquire con il Pd per mantenere l’accordo sui giudici costituzionali; mentre il giorno dopo Berlusconi sconfessa gli uni e gli altri – continua –. C’è gente che non ci si raccapezza più, il tutto mentre il partito si appiattisce sul lepenismo e l’euroscetticismo da una parte e la xenofobia e il razzismo del duo Meloni-Salvini dall’altra”. E proprio al Senato l’esodo potrebbe non finire qui. Nella lista degli indecisi, infatti, ci sarebbe anche i nome di Sante Zuffada.

DAGLI AI FITTIANI – Ma nel mirino del fondatore e leader di Ala non ci sono solo i berlusconiani. Infatti “l’altro obiettivo di Verdini a Palazzo Madama, oltre agli ex colleghi di Forza Italia, sono i fittiani”, rivela un ex ministro azzurro. Cioè i senatori del gruppo Conservatori e Riformisti, nato a giugno di quest’anno, che fa capo all’europarlamentare pugliese. E a cui Verdini, nei mesi scorsi, ha già strappato due importanti pedine: Eva Longo (nominata vicepresidente di Ala al Senato) e Ciro Falanga (segretario). “A Palazzo Madama – prosegue la fonte – l’uscita di un solo senatore dal gruppo di Fitto porterebbe di fatto alla sua implosione, perché scenderebbe sotto la soglia minima dei dieci eletti necessaria per formare una componente autonoma”. Proprio questo sembra essere l’obiettivo dichiarato di Verdini. Il quale, in particolare, ha messo gli occhi su Antonio Milo e Marco Lionello Pagnoncelli (anche loro ancora incerti sul da farsi). “Ma potrebbe non essere finita qui – aggiunge l’ex ministro –, anche perché il pressing è a tutto campo, sia alla Camera sia al Senato”. E poi, rivela, “quello che Verdini ha da offrire non ce l’ha nessun altro”. Ovvero? “Niente poltrone di governo o ricandidature alle prossime elezioni, ma prospettive lavorative utilizzando l’esecutivo”. Cioè quelli che in gergo vengono definiti incarichi di sottogoverno. Non è un caso che ciò che resta del ‘cerchio magico’ di Forza Italia (Deborah BergaminiMariarosaria Rossi e Giovanni Toti) stia spingendo affinché Berlusconi torni in campo in prima persona per raddrizzare la situazione. Ammesso che, arrivati a questo punto, ciò possa ancora servire a qualcosa.

(Articolo scritto con Antonio Pitoni il 23 dicembre 2015 per ilfattoquotidiano.it)