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Scacco matto al Pirellone – da “Il Punto” del 26/10/2012

novembre 1st, 2012 by mercantenotizie

Viaggio fra i gazebo che hanno animato Milano lo scorso weekend. I militanti del Carroccio vogliono andare al voto ad aprile, auspicano che Roberto Maroni sia il nuovo governatore della Regione e dicono basta all’alleanza col Pdl: «Meglio perdere ma conservare l’onore»

«Speriamo ci sia il sole», si auguravano i leghisti duri e puri in vista della “gazebata” dello scorso fine settimana. E il sole c’era. Compreso quello “delle Alpi”, presente sulle bandiere che i militanti hanno posizionato con estrema cura negli oltre 1.600 punti di ritrovo che hanno “invaso” la Lombardia. La Regione che è stata, per quasi un ventennio, nelle mani di Roberto Formigoni. Ora che il cielo sopra la testa del “Celeste” è diventato nero, però, la Lega 2.0 si candida per la cabina di regia del Pirellone. Non sarà facile. Lo scontro in corso nelle ultime settimane fra il governatore uscente e i vertici del Carroccio si fa sempre più aspro: Formigoni non ci sta a passare la mano ad un leghista. Tanto che su Twitter, sabato, scriveva: «A Varese il Pdl ha offerto mele, un prodotto che dà forza, la Lega camomilla, un composto che dà sonnolenza». Commento all’ironica iniziativa di un gruppo di militanti leghisti che durante il comizio del presidente – contestato da una decina di attivisti della Fiamma tricolore – hanno girato portando fra le braccia un’enorme tazza di camomilla. Fra i gazebo, però, la base è sicura: «È il nostro momento, Maroni può essere il nuovo Formentini». Poi c’è chi si sfoga: «Basta andare a braccetto con il Pdl, meglio perdere ma conservare l’onore».

L’ORA DI “BOBO” - «Ai gazebo!», titolava la Padania (organo ufficiale del Carroccio) nel primo dei due giorni della “gazebata”. La Lega ha raccolto le firme per tre leggi di iniziativa popolare. La prima proposta: trattenere sulle Regioni del Nord il 75 per cento delle tasse. La seconda: indire un referendum per «un’Europa fondata sui popoli e le regioni, con l’adesione all’euro limitata a chi rispetta il pareggio di bilancio». La terza: introdurre l’ammissibilità di referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di ratifica dei trattati internazionali. Ma l’aspetto più importante ha riguardato il futuro della Lombardia. «Quando volete votare e soprattutto chi pensate debba essere il nostro candidato?», si domandava a militanti e non. Le risposte (tante, 200mila solo nel primo giorno) sono state scontate: «ad aprile (e non a dicembre, come ripete Formigoni, ndr) e con “Bobo” Maroni a rappresentarci». Lo zoccolo duro del partito la pensa così. Come Pierluigi Crola, 55 anni, da 26 nella Lega, per cui è stato consigliere comunale (1990) e provinciale (dal 1991 al ’95). Lo incontriamo al gazebo di Piazza Loreto. È sicuro, Pierluigi, che «la seconda Lega» debba essere «la continuazione della prima, perché gli obiettivi sono gli stessi di sempre, fra cui l’indipendenza». E che «con il Pdl io non ci voglio più andare. Ma è un’opinione personale. Lo scriva, mi raccomando» (non sarà comunque il solo a pensarla così). Insieme a lui c’è Ferdinando. Si definisce «un leghista meridionale, perché vengo da Molinara, in provincia di Benevento. E proprio per questo dico: noi non vediamo il Sud come una zavorra così, per caso, ma perché diciamo da tempo che in certe zone bisogna cambiare mentalità. Basta “padrini”, bisogna rimboccarsi le maniche. E attenti – tuona – che la fame non è ancora arrivata nei piatti degli italiani». Roberto (66) si trova invece a Piazzale Oberdan. Si domanda (dopo aver sentenziato che «Formigoni ha superato i limiti»): «Possibile che il “Celeste” non si sia mai accorto di ciò che accadeva? Che governatore è?». Per lui il segretario del Carroccio può prendere i voti anche da chi non ha mai votato la Lega. Persino «quelli dei moderati – azzarda –. Se lo ricorda lei Formentini? Ecco, Maroni può ripetere quell’esperienza lì». Era il 1993 quando si aprì una parentesi che durò l’arco di una legislatura. Marco Formentini, ex socialista, vinse le elezioni e divenne il primo (e finora unico) sindaco di Milano leghista. Un’esperienza positiva a metà, visto che solo sei anni dopo l’ex primo cittadino lasciò la Lega, di cui non condivideva più buona parte dei valori. Con Maroni, leghista della prima ora che ha “ripulito” il partito a colpi di ramazza, sarebbe certamente un’altra storia.

«CORRIAMO DA SOLI» - Venerdì 19 ottobre, vigilia della “gazebata”, la Procura della Repubblica di Monza ha notificato un avviso di garanzia per corruzione (nell’ambito di un’inchiesta per tangenti) a Sandro Sisler, coordinatore provinciale del Pdl a Milano. Gli inquirenti indagano da luglio su un sistema di tangenti nel Comune di Carate Brianza, di cui Sisler è stato assessore all’urbanistica. È l’ennesima brutta storia che colpisce la Lombardia. E che arriva a soli dieci giorni di distanza dall’arresto dell’assessore alla Casa della Regione Domenico Zambetti (Pdl), accusato di essere stato eletto con i voti della ‘ndrangheta – cui avrebbe versato 200mila euro in cambio di 4000 preferenze – e 15esimo indagato del consiglio regionale lombardo. Formigoni compreso. «Questa è gente che ha prodotto risultati scarsi, per non dire nulli. Diciamo basta all’alleanza col Pdl: meglio perdere ma conservare l’onore che vincere con questi qua», dice Gianni, che da Piazza Wagner rivendica di essere stato «uno di quelli che la Lega l’ha fondata». Anche lui ce l’ha con Monti, come buona parte dei militanti leghisti. «Questo governo ha solo aumentato le tasse ma non ha affrontato i problemi reali del Paese. L’Imu è stata una sassata – continua –, quest’anno le tredicesime se ne andranno per pagare le imposte. Di questo passo l’economia non ripartirà mai. La gente pensa che la soluzione sia Grillo. Che potrebbe vincere sì, ma per disperazione: leggere il suo blog fa paura». Volente o meno, Gianni mette sul piatto uno dei temi caldi al centro della discussione: l’alleanza con il Popolo della Libertà. O di quel che ne rimane. Perché se Maroni dichiara che questa «va salvata», buona parte del suo popolo la pensa all’opposto. Maria Agnese, 56 anni, disoccupata, è chiara: «Io ho sempre votato Lega. Ho smesso da quando abbiamo iniziato ad andare a braccetto con Berlusconi. Al segretario dico: stacchiamoci, andiamo da soli, altrimenti riperdiamo un’altra volta. Le posso assicurare – conclude – che il mio è un pensiero radicato». «Con il Pdl in Lombardia si è governato bene, ma prima di tornare al voto ci sono delle questioni da risolvere, prime fra tutte l’approvazione del bilancio e la riforma della legge elettorale», afferma dal gazebo di Via Washington l’assessore provinciale Stefano Bolognini, che non teme un nuovo effetto-Pisapia: «Il rischio è basso, ma vincere è tutt’altro che scontato».

“IL MATTEO” (SALVINI)  - Sarà anche bassa, ma la possibilità che si ripeta quanto accaduto alle Amministrative dello scorso anno (quando Giuliano Pisapia conquistò Milano a spese di Letizia Moratti) c’è. «A noi si è ingrossato il fegato a furia di dire a Berlusconi che la Moratti proprio non la volevamo, e abbiamo perso. Ma dopo un anno di amministrazione Pisapia la gente si sta ricredendo», rivela Roberto. «Qualsiasi altra persona avessero candidato al posto della Moratti – gli fa eco Gianni – Pisapia non avrebbe mai vinto». E chissà che quella «qualsiasi altra persona» non sarebbe potuta essere Matteo Salvini. “Il Matteo”, come lo chiama Bruno Baldi, uno che nel 2003 è finito nella lista dei 170 «grandi» della Padania, e che da queste parti è un’istituzione. Il segretario nazionale della Lega Lombarda arriva alle 16.00 al gazebo di Largo Cairoli. Si arma di megafono e chiama a raccolta i passanti: «Noi siamo per Maroni, ma potete anche votare Formigoni. Non sono le primarie del Pd, qui si vota gratis!». Gli si avvicina un signore sulla 50ina: «Io sono siciliano, ma voto per te perché sei bravo». Un altro gli da un consiglio: «Quando vai in televisione non ti far mai mettere i piedi in testa da nessuno, te capì?». Lui vota per Maroni, rifornisce di volantini alcuni militanti e il neo capogruppo in consiglio comunale Alessandro Morelli («Tieni Ale, datti da fare», gli dice scherzando), poi prende di nuovo il megafono e ricomincia. Salvini è il volto di una Lega che è riuscita a rinnovarsi dopo gli scandali, quella che ha “salutato” Bossi, per tutti ormai «un padre putativo». Una politica che sta pagando, almeno al Nord. Tanto che un recente sondaggio commissionato dal Carroccio alla Swg di Roberto Weber vede, in Lombardia, Lega e centrosinistra insieme al 22 per cento, con il Pdl sprofondato a 13. Ma a far sorridere Maroni è la percentuale di lombardi che lo vorrebbero presidente di Regione: 30 per cento. Dietro di lui ci sono l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini (11 per cento), prima scelta di Formigoni – anche se «non ho ricevuto alcuna richiesta dal Pdl, il partito non si è ancora pronunciato sulla mia candidatura in Lombardia», dice il diretto interessato –, Salvini (8) e Formigoni (3). A sinistra c’è invece grande incertezza. Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, l’avvocato assassinato nel luglio del 1979 per volontà di Michele Sindona, ha rinunciato alla candidatura. Fortemente spalleggiato da Pisapia, Ambrosoli ha però spiegato che «servire la collettività, vivere la responsabilità politica, è la più nobile delle ambizioni. Ringrazio quanti mi ritengono all’altezza, ma ho troppo poco tempo a disposizione per costruire un progetto e un programma per la Lombardia». A circolare, almeno ufficiosamente, ci sono fra gli altri i nomi di Bruno Tabacci (Api) e Giuseppe “Pippo” Civati (Pd). Ma è uno scenario ancora tutto in divenire. Ad oggi, però, Maroni sembra il candidato più accreditato per la vittoria finale. Anche se, tra il dire e il fare, c’è di mezzo la volontà di Formigoni.

Twitter: @GiorgioVelardi

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